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18 Ius Soli

di Fred Kudjo Kuwornu

Italiani senza chiedere permesso

Ci pensate che circa novecentomila ragazzi sotto i diciotto anni, figli di lavoratori residenti in Italia, magari nati in Italia o che in Italia vivono fin da bambini e che spesso mai hanno messo piede nei paesi d’origine dei loro genitori, continuano ad essere considerati dalla legge come stranieri? Che quando raggiungono la maggiore età sono costretti a un tour de force burocratico estenuante per richiedere una cittadinanza italiana, concessa loro dopo magari anni di attesa, come la tessera d’accesso a un club esclusivo, quando invece dovrebbe dovrebbero riceverla di diritto? Il fatto è che in Italia vige una normativa tra le più restrittive in Europa, che rallenta in modo pesante l’effettiva integrazione non solo dei migranti ma anche dei lavoratori residenti, che in Italia vivono da anni, pagano le tasse, versano i contributi, mandano avanti interi comparti della nostra economia, materiale e immateriale. Ma questa è un’altra storia: 18 Ius Soli, secondo documentario di Fred Kudjo Kuwornu, dopo il bel Inside Buffalo (2009), porta in primo piano la situazione insostenibile della 2G, la seconda generazione, i figli di cittadini stranieri, nati in Italia o residenti in Italia da anni, che per essere in regola con la legge italiana devono continuare a girare con il permesso di soggiorno.

In un’intervista programmata sull’emittente satellitare Babel, ad accompagnare il documentario, andato in onda a rotazione a partire dall’8 ottobre, il regista ha sottolineato i criteri sui quali ha effettuato il suo casting: quindici ragazze e ragazzi tra i 18 e i 23 anni, residenti in diverse città italiane, provenienti da differenti aree geografiche e tutti impegnati in un’esperienza di volontariato o servizio civile per la comunità. Il mosaico che ne emerge è quello di una nuova Italia giovane, vivace, intraprendente, animata da una rabbia positiva, dalla volontà di contare, avere pari opportunità, essere riconosciuti per il proprio valore. Ritratti di ragazzi pieni di talento. Come Ona Catalina, che si allena con entusiasmo per diventare una ginnasta professionista, pur sapendo che, anche se le sue doti venissero riconosciute al massimo livello, non potrebbe mai entrare nel giro delle nazionali, visto il suo status giuridico. Un talento e una frustrazione condivisi con Valentino AG, che studia per diventare un ricercatore di biochimica e intanto incide brani rap carichi di amara ironia sul razzismo quotidiano. Ma forse il viso e la storia che più bucano lo schermo è quello di Dorkas (nella foto), una black african dolce e grintosa che vive nella provincia bergamasca, sogna di lavorare in una biblioteca, e rivendica con orgoglio il fatto di non volersi sposare con un italiano fintanto che la legge non considererà anche lei italiana a tutti gli effetti.
Da questi brandelli di vita emerge un esperienziario prezioso, in cui la soddisfazione per l’essere stati accolti e il sentirsi pienamente parte di un ecumene locale si sposa con la paura di poter perdere tutto da un momento all’altro, perché magari ti scade il permesso di soggiorno e in quel momento non stai più studiando e non stai ancora lavorando. Allora non resta che sperare nel buon senso del poliziotto di turno. Basta però guardarsi intorno, oltre i confini nazionali, e vedere che in Gran Bretagna, in Belgio, persino in Portogallo bastano pochi anni di residenza per poter ottenere la cittadinanza e vedersi pienamente riconosciuti i diritti politici.

Ma anche il Novecento regala a Kuwornu due storie da ricordare, oggetto di riscoperta e rivisitazione grazie ad alcune pubblicazioni recenti. Leone Iacovacci (Pombo, ex Congo Belga, 1902 – Milano, 1983) è stato un pugile di talento, figlio di un romano e di una principessa congolese che, lanciato come angloindiano e poi afroamericano, nel corso di una fortunata tournée italiana rivelò la sua vera origine e lottò per poter combattere da italiano ma fu ostacolato in tutti i modi dal regime fascista e persino dalla stampa sportiva. C’è poi la storia di Giorgio Marincola (Mahadaay Weyn, ex Somalia italiana, 1923 – Stramentizzo, 1945), figlio di un maresciallo italiano e di una somala, studente liceale a Roma con l’azionista militante Pilo Albertelli, iscritto a medicina ma dal 1943 entrato in clandestinità per unirsi alla resistenza romana e seguitare a combattere al nord, dove viene arrestato nel gennaio 1945, liberato in aprile ma continua a colpire i tedeschi in ritirata fino a rimanere vittima di uno scontro a fuoco, il 4 maggio 1945. Storie subalterne, di uomini senza voce, che qualcuno ha saputo ascoltare, tanti decenni dopo, e il cui silenzio fa tanto più rumore oggi, in tempi nei quali, in piena globalizzazione e in pieno processo di integrazione europea, ci si continua a trincerare dietro localismi identitari e comunità immaginate risibili.

A proposito, dietro l’occhio della videocamera di Kuwornu finisce anche la classe politica, rappresentata qui però da due voci progressiste e schierate a difesa delle ragioni delle seconde generazioni, come quella del Presidente della Camera Gianfranco Fini - che in più occasioni si è espresso a favore di un’assunzione del principio dello ius soli (sulla base del quale viene riconosciuto lo status di cittadino a quanti nascono sul suolo di un paese), a superare il vigente principio dello ius sanguinis (che riconosce questo diritto solo ai figli di cittadini) - e dell’onorevole democratico Andrea Sarubbi - che col PD ha presentato diverse proposte di legge in parlamento per un adeguamento della normativa. Forse sarebbe bastato sintetizzare il tutto in un paio di cartelli. Certo è che, per inciso, queste posizioni vengono recepite e superate dalle due proposte di legge portate avanti da una quarantina di associazioni storiche della società civile con la campagna L’Italia sono anch’io, che promuovono appunto l’ottenimento della cittadinanza dopo il diciottesimo anno di età per i figli di cittadini stranieri, a fronte di un anno di permanenza regolare dei genitori e in parallelo la concessione del diritto di voto alle amministrative per i cittadini stranieri residenti con soggiorno regolare da cinque anni. Ma 18 Ius Soli, insieme a tanti documentari e docufiction girati negli ultimi anni, penso su tutti a Fratelli d’Italia e a Tajabone, possono fungere da eccellenti agitprop per questa campagna sacrosanta.

Sì, perché 18 Ius Soli, diversamente da Inside Buffalo, accurato documentario d’archivio, si presenta stavolta esplicitamente come un docupamphlet, concepito per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di disagio sociale in cui si trovano le seconde generazioni, e suscitare un dibattito sulla normativa vigente, iniqua e inadeguata. Kuwornu, con alle spalle un passato da conduttore e dj, supera la sfida di un format televisivo e di un prodotto dalla precisa destinazione d’uso con una certa brillantezza e una sicura efficacia comunicazionale. I suoi ragazzi ci parlano anche perché hanno saputo trovare un interlocutore che ha saputo ascoltarli, dare il giusto valore alle loro parole e cogliere un’energia vitale nei loro volti. Probabilmente però la presenza anche davanti la videocamera del filmmaker e magari la costruzione di un cortocircuito metadiscorsivo ed esperienziale allargato anche alla sua storia personale avrebbe arricchito il film, disancorando il regime di rappresentazione da una trasparenza tanto ostentata quanto fittizia, e tradita da alcuni ingenui scarti dello sguardo (come quel primo piano a stringere sugli occhi indignati e umidi di Dorkas che avrebbe fatto sussultare il giovane Rivette).

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits18 Ius Soli - Il diritto di essere italiani
Regia: Fred Kudjo Kuwornu; Soggetto e sceneggiatura: Fred Kudjo Kuwornu; Musiche: canzoni di Mike Samaniego, Miguel Prod & Nasty Brooker, Valentino AG, Kevin McLeod; Fotografia: Lior Levy; Montaggio: Sergio Ponzio; Suono: Romeo Filippi; con la partecipazione di: Aziz Sadid, Anastasio Moothen, Heena Sondhi, Angela Wenjun Liu, Valentino Onierhovwo Agunu, Georgiana Turculet, Paolo Barros, Mohamed Fakhir, Aravin Aliuth, Ona Catalina Chelmus, Fatmata Dorcas Moses, Kevin Javier, Waheed Sarvish, Siham Fissah, N’Deye Sadio Fall; Produzione: Fred Kuwornu per Struggle Filmworks; Formato: digitale, colore; Origine: Italia, 2011; Durata: 52’; sito ufficiale: 18-ius-soli.com

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