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Roma 2011: tutte le sfumature del bianco

di Leonardo De Franceschi

Sul cartellone del 6. Festival Internazionale del Film di Roma

Com’è il cinema mondiale lavato e candeggiato dai selezionatori del Festival Internazionale del Film di Roma, al via dal 27 ottobre? Bianco che più bianco non si può. Qualche macchia di colore sfuggita al controllo è rimasta qua e là ma la pulizia è stata accurata, non c’è che dire. Ma siccome noi non dico le macchie ma gli aloni di nero li andiamo a cercare con la lente di ingrandimento, ecco che quattro titoli nuovi quattro di riffe o di raffe siamo riusciti a metterli in fila, incrociando temi, ambientazioni, attorialità, diaspore. L’Africa è dura a venir via, occorre molto olio di gomito.

Cominciamo da Une vie meilleure (Concorso) di Cedric Kahn. Il regista di Roberto Succo e La noia dirige qui la franco-algerina Leïla Bekhti, l’anno scorso qui a Roma con Leila/Toi, moi et les autres di Audrey Estrougo, nel ruolo di una giovane madre che aiuta il marito ad aprire il ristorante ma è poi costretta ad accettare un lavoro in Canada per salvare la famiglia dalla bancarotta. Ad Alice nelle città, troviamo invece in concorso Yara Shahidi (proprio la bambina che in Immagina che rubava costantemente la scena a Eddie Murphy), nei panni di un’artista in erba, specializzata nelle sculture di burro: il film è Butter, reduce da Toronto. Dirige l’inglese Jim Field Smith (Lei è troppo per me).

Detto che nella sezione competitiva di Extra, si parlerà di Cuba in Patria o muerte di Vitaly Manskiy, incrociando forse il discorso sulla sua anima profonda black, rimane da spendere due parole sul doc fuori concorso African Women di Stefano Scialotti, nel quale si torna ad aprire una finestra sul vitalismo resistente delle donne africane, nello specifico senegalesi, ricollegandosi alla campagna promossa dal CIPSI e da Chiama l’Africa per la concessione del Nobel della Pace alle donne africane appunto. La giuria del resto ha cominciato già quest’anno, ricordando indirettamente la scomparsa della prima grande donna africana insignita del premio, Wangari Maathai, attribuendo il Nobel per la pace, oltre che a una mediattivista yemenita, alla presidente della Liberia Ellen Johnson-Sirleaf e alla connazionale pacifista Leymah Gbowee.

E le donne africane sono le protagoniste anche dell’ultima campagna internazionale di AMREF. “Nessuna donna dovrebbe rischiare la vita per dare la vita”. Con queste parole la storica Onlus italo keniota ha lanciato la campagna Stand up for African Women and Children che verrà presentata al Festival, testimonial d’eccezione Caterina Murino. “Noi vogliamo costruire un futuro in cui le donne africane siano padrone del proprio corpo e possano fare delle scelte; possano decidere quando avere un bambino, e anche se desiderano averne uno; un futuro in cui possano avere accesso a cure di qualità durante la gravidanza ed il parto”. Eh sì, l’Africa è anche questo. Ed è sacrosanto che AMREF approfitti dell’attenzione dei media per presentare la sua campagna al Festival di Roma. Ma su circa 140 titoli in programmazione - compreso Pummarò, nella sezione del 150° dall’Unità, che ci riporta a un’emergenza allora datata 1989, che non sembra aver mai fine - ci si poteva aspettare anche dell’altro.

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