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Festival dei Popoli: Territoire perdu

di Pierre-Yves Vandeweerd

Sinfonia del deserto e dell’uomo

Pierre-Yves Vandeweerd è certamente uno dei cineasti più importanti per il cinema sull’Africa. Il cineasta belga classe 1969 ha dedicato tutta la sua carriera alle storie, alle tradizioni, alle diaspore e alle trasformazioni di svariate zone dell’Africa: Mauritania (Nemadis, the years without news; Racines lointaines, Le Cercle des noyés), Sahara occidentale (The Dormants), Sudan (Closed District).
Con Territoire perdu, in concorso al 52. Festival dei Popoli di Firenze, Vandeweerd, cineasta del reale ma anche autore di forza e stile, chiude l’ipotetica trilogia del Sahel iniziata con Le Cercle des noyés e The Dormants e torna nel Sahara occidentale per porre un’altra tessera del mosaico del suo rapporto personale con il popolo Sahrawi.
Abituato da sempre al nomadismo, dal 1976, in seguito alla guerra che opponeva il fronte POLISARIO (Fronte Popolare per la Liberazione di Saguia el-Hamra e Río de Oro) e le truppe marocchine e della Mauritania, il popolo Sahrawi vive in esilio in un’oasi del Sahara occidentale, in territorio algerino. Tiab es Sahil è il nome con cui il popolo Sahrawi chiama il proprio territorio. La guerra continua, tra roventi esplosioni ed ere glaciali, e attualmente in Sahrawi vivono circa 700.000 persone. Nel 1989 il governo marocchino ha ultimato la costruzione di un muro di 2.400 chilometri per difendersi dalle incursioni del Fronte.

Nonostante la forte istanza storica, sociale e geopolitica, Vandeweerd dà prova di un polso autoriale notevole, si appropria di uno stile netto, ricco, forte di un’elaborazione profondamente ontologica del cinema. Territoire perdu è interamente girato con una cinepresa Super-8 in bianco e nero (tranne pochissimi fotogrammi a colori al centro del film). Il suo bianco e nero azzera l’usata iconografia della luce calda e accecante del deserto e spinge l’immaginario visivo alla sgranatura, all’opacità, al contrasto estremo. Strutturalmente, Vandeweerd suddivide il film in varie parti trattandole con differenti usi del dispositivo e, sancendo la loro alternanza attraverso una serie di didascalie che illustrano il senso di alcuni termini-chiave della lingua Sahrawi, fornisce al film un carattere fortemente narrativo, di una narrazione che si divincola tra i vari “capitoli” chiudendosi circolarmente con ciò da cui era iniziata, i cammelli, un elemento forte nel parco iconografico del film.

Il cuore pulsante dell’elaborazione linguistica di Vandeweerd è il rapporto tra colonna audio e video: nel film si raggruppano scene in cui voci over, raccolte con vari media (microfono, telefono, ecc.), talora accompagnate dalle partiture musicali elaborate da Richard Skelton, raccontano dure vicende personali in tempo di guerra. Il suono si verticalizza a immagini di varia natura: ritratti in movimento dei suoi interlocutori Sahrawi, vedute fisse del paesaggio sahariano, le interminabili processioni di ombre che tingono il bianco spento della sabbia nel suo bianco e nero sgranato, puntinato, fosco. Solo a momenti, e prevalentemente nella seconda parte del film, quando Vandeweerd inizia ad accompagnare e fotografare i militanti Sahrawi in assetto da guerra, allora subentra il suono diegetico e i paesaggi, i volti, i cammelli, da elementi-chiave dell’universo iconografico di Vandeweerd si trasformano in ombre. La scissione della colonna audio dal video e l’uso del Super-8 in bianco e nero spinge l’immagine nell’astrazione, in un altrove forse cronologico, forse geografico. Immagini di memoria, la memoria del popolo Sahrawi e delle sofferenze, degli sradicamenti vissuti e, allo stesso tempo, immagini che hanno la grana e la consistenza eterogenea, radicalmente altra, del ricordo.

Una menzione a parte nel parco linguistico del film merita il lavoro sul sonoro: come apprendiamo dal pressbook, la materia sonora è stata inizialmente registrata nel deserto, poi riprodotta e ri-registrata in ambienti acustici in grado di alterarne la natura. Come Pierre-Yves Vandeweerd stesso dichiara, «era molto importante che il suono del film fosse altro rispetto alla realtà, che evocasse un universo mentale, che divenisse pensiero, permeato di solitudine e perdita di memoria». Un processo che restituisce in pieno il processo materico di elaborazione della realtà operato da Vandeweerd: un’operazione radicalmente trasfigurante ma indissolubilmente legata alla materia umana e sociale, fortemente basata sul rigore del dato storico e geografico. La parabola documentaria di Vandeweerd prevede lo scavo, lo sprofondamento nel sé della materia e, nell’atmosfera del reale, la dissoluzione nella trasfigurazione, nell’astrazione, nella forma senza cessare di respirare la storia, direbbe Gauthier, che è ancora del reale.

Questa ricchezza linguistica e semantica inestimabile dell’immagine di Pierre-Yves Vandeweerd passa attraverso il termine-chiave di ritualizzazione: l’uso della tecnologia Super-8, le condizioni strutturali della pellicola che, dice Vandeweerd, richiede per forza di cose la necessità di diminuire il timing del girato; la maneggevolezza del supporto di ripresa che traspare nettamente nell’immagine, nella resa visiva; una morfologia visiva sgranata, opaca, spenta, il tutto coniugato al bianco e nero. Tutta una serie di stati quo che spingono l’universo visivo di Territoire perdu verso la sensazione di una ritualità cinematografica, ritualità del filmare e del costruire, del proiettare, del fruire, ritualità della materia, delle immagini che, ricollocate in un altrove spazio-temporale indefinibile, perdono la loro consistenza e si fanno pura affezione, oggetti sospesi e smaterializzati pur nella radicale analogicità del supporto. Un contatto vivo con i soggetti e con i loro volti in particolare che sedimenta in immagini mute, sgranate, lontane, gettando il rapporto tra la macchina e l’uomo, tra la registrazione e la vita, sul piano performativo più che recitativo ancorché documentario. In questo contesto visivo così astratto e ritualizzato, la parola conquista lo statuto di testimonianza, oggetto del ricordo. Quanto più la parola si rimedia in dispositivi che ne alterano la qualità, il nitore, tanto più si ha la sensazione di ascoltare voci provenienti da questo altrove inimmaginabile che si radicano nel film, si aggrappano al senso, si imprimono nella memoria, sia la memoria storica collettiva che la memoria individuale, quella di noi spettatori.

Una ritualità profonda che, nell’approccio documentaristico di Vandeweerd, si potrebbe basicamente tradurre con la ricerca di un modo di rendere il senso profondo dell’esistere nel deserto del popolo Sahrawi, di tradurre in immagine l’incommensurabile ricchezza – che dal film trapela chiaramente – del rapporto che lega questa popolo con la sua terra di origine. Un luogo radicalmente inospitale, nel quale la temperatura diurna si stabilizza sui 55 gradi e quella notturna sui -5, una terra con la quale l’uomo costruisce un rapporto ereditandolo dalle generazioni degli avi. È forse questa dimensione atavica, antropologica il cuore pulsante di Territoire perdu, la cui fattura è tale da permetterci, con un piccolo sforzo di sensibilità, di ricevere intatto questo patrimonio storico, culturale e umano.

Simone Moraldi | 52. Festival dei Popoli - Festival Internazionale del Documentario di Firenze

Cast & CreditsTerritoire perdu
Regia e fotografia: Pierre-Yves Vandeweerd; montaggio immagine e suono: Philippe Boucq; creazione sonora: Alain Cabaux; musica: Richard Skelton; origine: Francia/Belgio, 2011; formato: Super-8, bianco e nero e colore; durata: 75’; produzione: Michel David, Anne Deligne, Daniel De Valck per Zeugma Films (Francia) / Cobra Films (Belgio) in associazione con ARTE – La Lucarne e in coproduzione con CBA (Centre Bruxellois de l’Audiovisuel); sito ufficiale: http://www.territoireperdu.com/

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