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Festival dei popoli: Los pasos dobles

di Isaki Lacuesta

Immagini aperte per occhi voraci

Immagini aperte per occhi voraci. Parafrasiamo così il titolo dell’introduzione (curata di Daniele Dottorini e inserita nel catalogo di quest’anno) al cinema di Isaki Lacuesta, cineasta catalano classe 1975 al quale è dedicata la retrospettiva del Festival dei Popoli. È rarissimo trovare un autore che in soli dieci anni si sia già misurato con così tante modalità realizzative: una quindicina di film alle spalle di cui solo quattro lungometraggi (Cravan vs Cravan, un biopic ibrido sul pugile Arthur Cravan; La leyenda del tiempo, narrazione pro-documentaria dell’esperienza comune di Israel e Makiko; La noche que no acaba, un film radicalmente altro rispetto ai due precedenti che ripercorre l’esperienza spagnola di Ava Gardner), realizzati variando in continuazione le coordinate della propria operatività attraverso territori diversi, diversi materiali, con diverse modalità di lavoro, durate e formati, diversi territori dell’audiovisivo dal documentario alla fiction rasentando la ritrattistica (Retratos, lo stesso Cravan vs Cravan), il found footage film anche nelle sue forme non analogiche (Microscopìas, Resonnances Magnétiques), il documentario lirico (Alpha and again, Marte en la tierra) in forme che rimandano a certi cineasti dei luoghi come Richard Dindo a Isaac Julien, il film-saggio (Las variaciones Marker, In between days) fino all’installazione (Traços/Traces). Analogamente al viaggiatore del mondo che ha già visitato l’Australia e gli stanziamenti delle popolazioni aborigene, Chicago, Hong Kong, l’Europa, passando per il Polo Sud e magari per Rio o San Paolo e la foresta amazzonica, Lacuesta è un “vagabondo” del cinema.

Los pasos dobles (2011), una grossa produzione alla quale hanno partecipato molte importanti istituzioni pubbliche spagnole, presentato in anteprima italiana al 52° Festival dei Popoli, sembra essere il risultato dell’emulsione di tutto ciò in cui i suoi occhi e le sue mani si sono imbattuti. Un film radicalmente errante, che sfida la coesione narrativa oltre tutti gli epigoni più classici, un film-corolla in cui la narrazione non si compone lungo la linearità del racconto ma, come rare volte si è visto con tanta padronanza, si costella a mosaico, avanzando a sprazzi, a blocchi spaziali e temporali divisi.

Los pasos dobles è interamente ambientato in Africa, in Mali. Inizia raccontando la storia del pittore François Augéras, vissuto negli anni Venti e morto negli anni Settanta e attivo in Africa. Egli, dopo aver decorato un bunker nel deserto del Mali, ritornato dopo anni lo ha ritrovato coperto di scarabocchi, decise allora di decorarlo di nuovo, dando luogo al suo capolavoro. Stavolta, però, lo seppellì sotto la sabbia, per evitare che passanti lo deturpassero. Per non farlo trovare a nessuno, adottò alcune tecniche di depistaggio tipiche del deserto, come ad esempio il paso doble, cioè tornare sui propri passi per nascondere le impronte. A partire da questo schizzo narrativo, da questa sorta di fiaba iniziatica (come la leggenda di Excalibur), si dipanano una serie di filoni narrativi: alcuni si mettono alla ricerca del bunker, imbattendosi in imitazioni da decifrare; poi incontriamo il giovane Augéras, rappresentato da un giovane nero; in altre sequenze, dentro un bunker che forse è quello che tutti cercano, il pittore spagnolo Miquel Barcelò nel ruolo di sé stesso racconta di aver abbandonato delle tele e di averle ritrovate, tempo dopo, divorate dalle termiti e molto più belle di come le aveva lasciate. Successivamente continueremo a seguirlo nel suo lavoro. Altre sequenze ci mostrano un carro di predoni che seminano il terrore nel deserto. Una notte, essi si imbattono in un gruppo di albini – punto di incontro con un altro film presentato qui a Firenze, l’italiano White men – e tra un predone e un albino scatta un rapporto fisico che resta nell’indefinito. Man mano la rapsodicità narrativa del film sembra tendere a linearizzarsi, i predoni si recano ai piedi di un baobab antropomorfo dove incontrano un vecchio. La parte finale del film giunge come una sorta di residuo di un grande percuotere di immaginari, corpi, caratteri, luoghi, musiche.

Già soltanto dalla trama si ha la sensazione di un film in grado di gettarci in un mondo popolato di elementi, icone, parole, oggetti, situazioni, personaggi/soggetti uniti in un enorme mosaico che soltanto verso la fine si può dire avviato a una paziente ricomposizione. Un mondo simile al nostro in cui però sono cambiate alcune regole. Ecco perché l’immagine, nel cinema di Lacuesta, è aperta: essa viene dal vissuto autoriale, si accumula, si muove nel tempo, nello spazio e nei media dove, continuamente rimediata, perde la sua connotazione narrativa e si disegna, rifacendosi alle stesse parole di Lacuesta, come un reticolo di puntini da unire tra loro. D’altra parte, già i classici della modernità avevano codificato qualcosa che ha a che fare con Lacuesta. Tra i pro-moderni è forse Pasolini, con la sua idea della fine – la morte – come atto che dà definitivamente senso a ciò che la precede. Così sembra funzionare il cinema di Lacuesta: l’apertura dell’immagine non si chiude finché la grande ferita dell’erranza iconografica che ci accomuna nel Nuovo Millennio non si rimargina. Perfettamente immerso in un tempo in cui è troppo presto perché ciò si verifichi, il cinema di Lacuesta è un continuo rimediare, un continuo riversare, ripescare, accumulare, appiccicare, ricucire, rattoppare, riunire, svuotare, riempire, risignificare.

Los pasos dobles stesso è figlio di una divisione cellulare: dallo stesso humus è nato anche El cuaderno del barro (2011), in cui compare sempre il pittore Miquel Barcelò. Segno di un cinema irrequieto, perpetuo, che cerca la divisione e la proliferazione, anche se, paradossalmente, la summa costituita da questo film sembra forse essere una tappa (toppa?) in cui il percorso emorragico di Isaki Lacuesta conquista una piccola dose di piastrine prima di ricominciare a buttare dai pori aperti del suo stracarico, permeabile e renoirianamente indifeso corpo autoriale. Forse, la luce che promana da quest’orizzonte aggiunge picchetti per inerpicarsi sull’impervio crinale dell’opera di Lacuesta: titoli come La noche que no acaba e La leyenda del tiempo risuonano di un potere magico in cui riecheggia l’idea di un cinema diacronico, vagabondo, frattale, emorragico, meiotico, centripeto, precipitato.

Non è casuale, allora, che talora la pittura si faccia elemento centrale: un’idea impura del cinema quando finisce per scontrarsi con la materia si fa cinema parietale, in grado – come ne El cuaderno del barro, dove succede con un modernismo quasi didascalico – di raccontare “il lavoro al lavoro”, parafrasando Cocteau, il procedere della materia verso la sua evoluzione, il compiersi di un gesto. L’occhio vorace di Lacuesta si concentra sulla materia come punto di approdo di un’erranza senza sosta. Come per assorbirla, acquisirla, annoverarla, godardianamente, nel novero di un immaginario.

Alla fine di tutto questo trasudare ciò che resta è proprio l’Africa, presente in una molteplicità di riferimenti. Musiche, danze, diaspore, luoghi: l’Africa è la grande protagonista muta del film. Muta perchè la legge dell’accumulo del cinema di Lacuesta sembra aver investito anche la ricchezza semantica del racconto dell’Africa. Che però è lì, madre del racconto di Los pasos dobles, con una presenza straordinaria, pur nel suo carattere rimediato.

Simone Moraldi | 52. Festival dei Popoli - Festival Internazionale del Documentario di Firenze

Cast & CreditsLos pasos dobles
Regia: Isaki Lacuesta; sceneggiatura: Isa Campo, Isabel Campo, Isaki Lacuesta; fotografia: Diego Dussuel; montaggio: Domi Parra; musica: Gerard Gil; scenografia: Sebastian Birchler; origine: Francia/Belgio, 2011; formato: Super-8, bianco e nero e colore; durata: 75’; produzione: Luisa Matienzo e Dan Wechsler per Tusitala Producciones Cinematográficas S.L., Bord Cadre Films; sito della produzione: tusitala.es; pagina Facebook.

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