title_magazine

Ferrhotel

di Mariangela Barbanente

Intrappolati in una scatola

Presentato in Italiana Doc, la sezione di cinema del reale made in Italy del Torino Film Festival, Ferrhotel è stato proposto anche a Roma dal Farnese Persol, nell’ambito di una panoramica integrale della sezione. Dietro la videocamera HD Mariangela Barbanente, una quarantenne filmmaker pugliese diplomata in sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, che vanta una menzione speciale a Torino col corto d’esordio del 2000 (Sole) e diverse collaborazioni di rilievo con Agostino Ferrente (L’orchestra di piazza Vittorio) e Leonardo Di Costanzo. Se ce ne occupiamo qui è perché il titolo rinvia a un ex-albergo ferroviario adiacente alla stazione di Bari Centrale, occupato dall’ottobre del 2009 da una microcomunità di rifugiati somali. Protagonisti del film sono proprio le ragazze e i ragazzi che al Ferrhotel ci vivono, o per meglio dire sopravvivono, abbandonati a loro stessi, senza gas, senza luce (generatori a parte), senza grandi prospettive d’inserimento sociale.

Alle spalle di Zahra, Markaan, Mohamed, Samira, Nasra e degli altri, c’è anzitutto una devastante guerra civile iniziata nel lontano 1991, che ha reso la Somalia uno degli stati più violenti, instabili e dimenticati del mondo. Nei nostri notiziari se ne parla praticamente solo quando qualche nave italiana viene assaltata dalle bande che ne infestano le coste. Echi lontani della guerra arrivano anche al Ferrhotel: attraverso le immagini di una Mogadiscio contesa strada per strada da lealisti al governo e mujahidin, diffuse dai telegiornali somali; nei racconti terribili dei parenti rimasti, che fanno spesso la spola tra la casa e un rifugio più lontano dalla prima linea; fra le considerazioni delle ospiti – non a caso sono le donne a lamentarsene – circa l’abitudine inveterata di tutti i somali a fare riferimento al sistema di clan che divide la società, persino quando emigrano. Ma la loro guerra in terra d’Italia - quotidiana, fatta di interminabili attese, defatiganti pratiche burocratiche e incessanti ricerche di un lavoro che non c’è - non è meno logorante. Al Ferrhotel, passano molti, diversi si fermano, ma raramente per più di qualche mese: qualcuno degli ospiti ricorda che all’inizio erano in settanta e a un certo punto si sono ridotti a ventuno.

Sì, perché il tempo al Ferrhotel non passa proprio mai. D’altra parte lo Stato italiano tutto quello che ti dà, quando sei somalo, è un permesso di soggiorno con lo status di rifugiato. Non hai un sussidio, né alloggio, né un qualsivoglia progetto di inserimento sociale. Non hai neanche il diritto di viaggiare in un altro Paese europeo: se ti beccano oltre frontiera e scoprono che sei un Dublino e le tue impronte sono state prese in Italia, è lì che ti rispediscono. Succede a una delle ragazze somale del Ferrhotel, che per qualche settimana sperimenta la vita del rifugiato in Olanda, con sussidio e alloggio assicurati, prima di essere scoperta e rimandata a Bari. Né andare in altre città italiane serve a molto. Tanti raccontano le proprie disavventure: chi è stato a Genova distribuendo volantini per sette euro l’ora, chi (e sono i più) hanno raccolto pomodori spaccandosi la schiena per quattro euro a cassetta, chi si è trovato a viaggiare senza biglietto sul treno ed è stato portato in commissariato (ma lasciato andare da un poliziotto: doveva essere il suo giorno fortunato). Quando non sono fuori a cerca di un lavoro sempre sottopagato e rigorosamente in nero, i ragazzi sembrano abulici, persi, rassegnati. Con la videocamera di Barbanente li vediamo guardare dalle finestre del Ferrhotel verso il passeggio lungo le strade adiacenti, o confrontarsi in disincantate riflessioni sul tetto dello stabile. E poi rianimarsi improvvisamente. Uno di loro, quando chiama la madre che sta cercando di raggiungerlo con la moglie e i quattro figli, via Nairobi, incoraggiandola a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà. Un altro, quando si sistema di tutto punto per l’ennesima puntata all’ufficio di collocamento del comune. Un altro ancora, Markaan, il più creativo del gruppo, quando si impegna nel disegno di un volto, o nella costruzione di una casa modellino di cartone, canticchiando L’Italiano di Cutugno (che ritroveremo nei titoli di coda, un po’ in italiano e un po’ in somalo).

Ma più attive e vivaci sono le donne. Sono quelle che un lavoro prima o poi lo trovano, come badanti o colf e, se non lo trovano, hanno sempre qualcosa da fare, tra pulizie, pasti da preparare, sedute informali di autocoscienza femminile in cui si parla un po’ di tutto e più rari, ma non infrequenti capannelli misti in cui ci si confronta sul matrimonio (una ragazza suscita dibattiti tra i ragazzi: vuole sposarsi pur non avendo un lavoro né sapendo con chi), sulla cura personale (un’altra, Zahra, preoccupata per la magrezza di un amico, Mohamed, lo esorta a non saltare i pranzi), sul rapporto con la madre (Mohamed racconta il suo viaggio in Somalia recente e i due giorni e due notti trascorsi a recuperare il tempo perduto con la madre; Samira confessa il suo desiderio di tornare e la determinazione della madre che invece non vuole che la figlia veda la sofferenza che è costretta a vedere lei). Sono le donne depositarie di due delle storie più toccanti: una di loro racconta di aver visto il cadavere della migliore amica, rapita, stuprata, uccisa e scaricata davanti alla porta dei genitori; un’altra (Samira) di aver vissuto per otto anni in Egitto, sotto falso nome e con un documento (comprato) intestato a una ragazza che aveva molti più anni di lei. Non a caso è una di loro, Zahra, a prendere al volo l’occasione di un bando della Regione, presentando un progetto di sportello informativo per migranti, da portare avanti con un gruppo di sette ospiti del Ferrhotel, che alla fine viene selezionato e finanziato.

Pur lavorando su una materia umanamente e civilmente così calda, Mariangela Barbanente riesce a mantenere uno sguardo partecipante ma fermo, complice ma attento, grazie ad alcuni partiti presi estetici precisi e gestiti con un certo rigore e un’evidente efficacia sul piano semiotico. Anzitutto, l’uso di una videocamera d’ascolto, posizionata a misura d’uomo (e di donna) e aliena da scarti espressionistici o virtuosistici – pur scontando qualche rara scivolata da tv verità (ah, quei due-tre zoom a stringere sul primo piano…). La regista si/ci impone di condividere in modo rigoroso la prospettiva, in qualche modo concentrazionaria e asfittica, degli ospiti del Ferrhotel. (Nella presentazione al Farnese, Barbanente ha descritto efficacemente il film come un kammerspiel.) Vi entriamo solo seguendo due ragazzi che tornano da un’ennesima sortita lavorativa in un’altra città e ne usciamo solo accompagnando sotto la pioggia Nasra, che lascia per sempre il rifugio per sposarsi e andare a vivere a Terlizzi. L’uso di una luce naturale e poco filtrata (forse con qualche sovresposizione di troppo), e di un montaggio ottimamente calibrato ed efficace nella restituzione di un tempo sospeso liquido inquieto, fanno il resto.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsFerrhotel
Regia: Mariangela Barbanente; soggetto: Sergio Gravili, Mariangela Barbanente; supervisione alla fotografia e collaborazione alle riprese: Greta De Lazzaris; montaggio: Desideria Rayner; origine: Italia, 2011; formato: HD, colore, 16/9; durata: 73’; produzione: Gioia Avvantaggiato per GA&A Productions; distribuzione: ARCI-UCCA; Facebook.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha