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(S)comparse

di Antonio Tibaldi

Viaggiatori viaggianti da salvare

Presentato a Torino nella sezione “Italiana Doc”, riproposta di recente al Farnese Persol di Roma, (S)comparse di Antonio Tibaldi ci permetterebbe di tornare a riflettere sul controverso Terraferma di Emanuele Crialese, che molto ha fatto parlare e scrivere in occasione della sua selezione in concorso all’ultima Mostra di Venezia, salutata con il Premio della Giuria. Ma approfittare dell’occasione per fare un’operazione di rilettura critica del film di Crialese significherebbe far torto al documentario di Tibaldi, filmmaker-cittadino del mondo, nato a Sidney da padre italiano e madre australiana e ormai newyorkese d’adozione, esordiente nel 1993 con Il colore dei suoi occhi che ha al suo attivo quattro lungometraggi e un film tv. Sì, perché (S)comparse è un assolutamente unofficial - senza per questo, e sarebbe ben difficile, configurarsi come unauthorized – making of del film di Crialese. Un po’ come Parlons grand-mère (1989) di Djibril Diop Mambety lo fu per Yaaba di Idrissa Ouédraogo. In quel caso fu addirittura Ouédraogo a invitare il “fratello maggiore” dimenticato Mambety a tornare su un set, sedici anni dopo l’esordio maledetto e geniale, Touki Bouki (1973). Qui non sappiamo come sia andata ma, titoli di coda alla mano, pare del tutto evidente che Tibaldi abbia attraversato il set linosano di Crialese, armato di una sola videocamera HD e di una curiosità per la cronaca del quotidiano che l’ha portato spesso lontano da riflettori e binari, a cercare di cogliere una serie di tracce volti parole che raccontassero in tempo reale l’impatto suscitato da questo film sul paesaggio antropico dell’isola e su una componente molto importante del cast artistico, i figuranti africani ingaggiati per dare corpo ai personaggi di migranti che sbarcano clandestinamente sull’isola, condizionando per sempre il destino di Filippo (Filippo Pucillo) e della sua famiglia.

trailer [s]comparse from Antonio Tibaldi on Vimeo.

Tibaldi si guarda bene dal seguire con giornalistica puntualità il set di Terraferma. Ben difficilmente il suo documentario si può configurare come diario di bordo, visto che chi vede/filma, pur non nascondendosi in nome di una insostenibile trasparenza dello sguardo, non ancora lo spettatore a una serie di riferimenti storico-geografici minuti né lascia tantomeno imbrigliare il proprio percorso da una voce fuoricampo. Di notevole forza simbolica è il prologo, affidato – senza alcun tipo di commento o mediazione audiovisiva significativi – a una ripresa col cellulare di una delle (s)comparse nere che ci mostra immagini di una vera traversata migratoria, verosimilmente quella che lui stesso ha vissuto sulla propria pelle. Uno dei due gruppi protagonisti di questo “film nel film” è però rappresentato da alcuni abitanti di Linosa, a vario titolo coinvolti nel film. Di essi, il regista si diverte renoirianamente a tracciare e carpire le risposte che offrono all’evento del set, posizionandosi dialetticamente nei confronti di fatti e messaggi di cui fanno esperienza in quei giorni. Circa la macroquestione dell’immigrazione clandestina e l’atteggiamento concreto da assumere nei confronti dei migranti in difficoltà al largo delle coste, gli orientamenti si moltiplicano: un vecchio pescatore (tra le presenze iconicamente più alte del film) ricorda il suo/nostro passato di emigrazione per giustificare l’inevitabilità della migrazione, un poliziotto (vero? figurante?) parla di viaggiatori che hanno avuto sfortuna nel loro paese, un prete corpulento se la prende con Medici senza frontiere perché i loro televisori con satellite mostrano a ragazzi contenti di vivere nelle capanne un’Europa da sogno. E i due protagonisti (occulti) del film? Gerlando “Barone” Errera, un pescatore segnato dalle rughe e dall’aria di chi molto sa, si vanta di aver soccorso un barcone con trecento migranti a bordo (e critica la produzione del film per i ritmi di lavoro e perché ascoltano poco chi queste storie le ha vissute veramente). La farmacista dell’isola – gattara militante e fan inconsolata di Michael Jackson – rievoca con orgoglio il fatto di essere emigrata a Linosa da Milano ma si dice pronta a difendere con le unghie la propria farmacia da tutti i clandestini, suggerendo di fare come i greci che sparano ai barconi.

E gli attori neri? Timnit T. (Sara, nel film) compare solo in due brevi sequenze, in una delle quali canta una versione in amarico di Frère Jacques (la nostra Fra Martino): la voce, vera e storica, di questa presenza-recitante subalterna rimane uno dei buchi più neri di Terraferma – destinata a restare parlata da altri. Tibaldi segue con particolare interesse l’arrivo dei primi tre figuranti, spauriti, incerti, spaventati dalle riprese nell’acqua, loro che a malapena sanno nuotare. Poi arrivano tutti gli altri, tra loro anche una ragazza, molto consapevole e combattiva. Si capisce da come parlano che tra loro alcuni sono in Italia da molto, conoscono i propri diritti, e avanzano richieste precise circa la paga e le condizioni di lavoro. Tibaldi si sofferma su tre sequenze-chiave – il salvataggio da parte della barca di Ernesto (Mimmo Cuticchio) di un gruppo di migranti alla deriva, lo sbarco a nuoto sull’isola di Sara con pochi altri, l’assalto alla barca di Filippo di un gruppo di migranti-zombi – ma sembra interessato soprattutto a registrare le loro reazioni al film, e forse ancor più le dolorose storie personali che questa esperienza ha fatto riemergere.
Una dice che il film avrebbe dovuto avere per protagonista un migrante e raccontare il viaggio fin dal suo paese d’origine. Un altro che avrebbe dovuto spiegare alle classi medie africane come è difficile anche solo trovare un lavoro e guadagnarsi da vivere in Italia, in modo che tutti quelli che continuano a mettersi in viaggio – perché se lo possono permettere – a rischio della vita ci pensino due volte. Un terzo racconta il proprio viaggio vero, e in particolare il suo rapporto di vicinanza con una compagna di viaggio incinta, con la quale, insieme a molti altri, è rimasto in una barca alla deriva per oltre una settimana, prima di essere soccorso da una nave che li ha portati a Lampedusa.

(S)comparse è un cineracconto sghembo, con momenti di considerevole forza icastica – come la sessione di prove di camminamento post-sbarco alla quale vengono sottoposte le comparse nere, che finisce per diventare un pezzo di teatro-danza cinematografato. (Un making of che, per capirci, starebbe assai stretto come extra di un’edizione homevideo accurata di Terraferma.) Cineracconto a più voci, di un film, ma anche di una tragedia che continua a consumarsi, nell’indifferenza dei più e nell’interesse, economico, di molti. Per esempio delle lobby, affaristiche e politiche, che hanno promosso e salutato con favore il recente scongelamento da parte del pio e cattolicissimo governo Monti dell’infame trattato Italia-Libia, restituendo ai nipoti di Gheddafi le risorse pattuite per continuare a svolgere il ruolo di cani da guardia della Fortezza Europa che la guerra civile aveva in qualche modo sospeso. Nel frattempo, il Mediterraneo continua a diventare un cimitero sempre più popolato di non-persone, queste sì davvero (s)comparse. Oltre seimila, tra il 1994 e oggi (stima di fortresseurope.blogspot.com). Per dirla con le parole di un pescatore di Linosa incontrato da Tibaldi, l’emigrazione per loro è come un salto nel buio. Se cadi dall’altra parte e resti all’impiedi allora ce l’hai fatta, altrimenti sei finito.

Leonardo De Franceschi

Cast & Credits(S)comparse
Regia, fotografia, suono, montaggio: Antonio Tibaldi; origine: Italia, 2011; formato: HD, colore; durata: 57’; produzione: Antonio Tibaldi per No Permits Produktion (USA).

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