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Io sono. Storie di schiavitù

di Barbara Cupisti

L'invisibilità dopo l'arrivo

Durante la settimana di Natale, tra film d’animazione e commedie sentimentali, su Rai3, in seconda serata, è andato in onda Io sono. Storie di schiavitù (2011) di Barbara Cupisti, un documentario presentato come evento speciale della sezione Controcampo durante l’ultima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
Io sono qui. Storie di schiavitù è uno dei tanti documentari che raccontano la vita degli immigrati in Italia ma, allo stesso tempo, pur seguendo quello che ormai sta diventando quasi uno specifico filone narrativo del cinema italiano, riesce a mantenere un rigore stilistico ammirevole che non cede il passo a facili ricatti morali nei confronti degli spettatori né all’uso spettacolare del dolore, della morte e delle violenze subite dagli immigrati che raccontano con una calma spiazzante le proprie storie.

Io sono. Storie di schiavitù segue un percorso che porta prima a scoprire i viaggi della speranza che hanno dovuto affrontare i migranti provenienti dal continente africano per arrivare in Italia, una delle immagini che più di tutte lo spettatore ha impresse nella mente; poi ci sono i racconti dei migranti che provengono dal Medio Oriente, dall’Afghanistan in modo particolare, e che hanno dovuto affrontare un lungo e sofferto viaggio attraverso Turchia e Grecia per giungere in Italia e rimanere prigionieri su un barcone abbandonato, unica possibilità per loro di avere un tetto. Tutti sono bloccati perché vivono una condanna: tornare periodicamente a Crotone dove devono rinnovare i permessi. Poiché i viaggi costano troppo, anche chi è riuscito a trovare lavoro in Inghilterra è dovuto tornare a Crotone per rinnovare i documenti lasciando un lavoro decoroso e pagato decentemente. Il documentario si chiude a Roma, con i racconti delle ragazze nigeriane costrette a prostituirsi per pagare il debito contratto per affrontare il viaggio che le avrebbe dovute condurre verso una vita migliore e dei transessuali brasiliani che si prostituiscono in attesa di avere i soldi per l’operazione.

Uomini e donne che si raccontano con pacatezza, rassegnazione e con un’ammirabile compostezza, davanti alla camera che la Cupisti fa soffermare spesso sui volti in primo piano degli intervistati che indugiano nel racconto e si soffermano in lunghi silenzi. La regista reduce dal successo del suo documentario Madri (premiato con il David di Donatello come miglior documentario) nel quale raccontava la vicenda palestinese attraverso le testimonianze delle madri dei martiri, non delude con Io sono. Storie di schiavitù, e riesce a restituire un’immagine cruda e composta ma allo stesso tempo non distaccata e comprensiva di un mondo che invece rimane sommerso. La parte più forte e significativa del documentario è il racconto di quello che succede dopo l’arrivo di questi barconi, la vita dopo essere sopravvissuti al peggio, in una realtà che non ti vede, che relega ai margini oltre un confine invisibile che sembra quasi togliere ai migranti ogni diritto come essere umani, dallo sfruttamento del lavoro alle follie burocratiche di uno stato che non vuole riconoscere diritti e dignità ai migranti e ai rifugiati, obbligandoli a tempi e regole che limitano la loro libertà.
Io sono. Storie di schiavitù apre con forza e determinazione una porta verso un mondo sommerso, nascosto, relegato ai margini, che fa comodo ignorare anche quando si trova proprio alle nostre spalle.

Alice Casalini

Cast & CreditsIo sono. Storie di schiavitù
Regia: Barbara Cupisti; sceneggiatura: Barbara Cupisti, Patrizia Todaro; fotografia: Bruno Fundarò; suono: Daniele Maraniello; montaggio: Erika Manoni; origine: Italia, 2011; formato: HD, colore; durata: 61’; produzione: Faro Film in collaborazione con Rai Cinema, con il patrocinio di Amnesty International sezione italiana; distribuzione: Rai Cinema/01 Distribution.

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