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Join the Sundance!

di Leonardo De Franceschi

Il nostro sguardo al programma del Sundance Film Festival 2012

Il Sundance Film Festival è in corso da vari giorni ormai e prosegue fino al 29 gennaio, ricco come di consueto di anteprime per la stagione in corso. Il cinema black-oriented che conta passa a Park City, Utah, e ce n’è davvero per tutti i gusti: per i cultori della memoria del cinema (Daughters on the Dust, Julie Dash, 1991 – restaurato dalla UCLA), per cool hunters a caccia dell’ultimo talento (a naso, verrebbe da scommettere su Terrence Nance e sul suo An Oversimplification of her beauty, programmato nella sezione New Frontier Feature), per chi non vuole perdersi nulla di un autore di punta (uno Spike Lee back in the hood, con Red Hook Summer), come per chi ha nel suo pantheon attoriale Zoe Saldana (coprotagonista di lusso in The Words, opera prima di Brian Klugman e Lee Sternthal, che allinea un all-star cast di tutto rispetto, con Jeremy Irons, Dennis Quaid, Olivia Wilde e Ben Barnes).

Tra le altre anteprime americane in bella mostra nella sezione Premieres, oltre alle riproposizioni di Wuthering Heights e Monsieur Lazhar, segnaliamo la curiosa incursione negli States di Julie Delpy con il suo sequel di Due giorni a Parigi (2 Days in New York), vivacizzato dalla presenza, nel ruolo del compagno modaiolo Mingus, di Chris Rock (Manuale d’infedeltà per uomini sposati, Il funerale è servito).
Nella sezione dedicata alle nuove produzioni statunitensi, grande curiosità per un prodotto della palestra Sundance come Benh Zeitlin, che esordisce con Beasts of the southern wild, girato da attori non professionisti in una comunità fluviale isolata, e descritto come un intrigante ritratto di una relazione a due padre-figlia, ricco di elementi fantastici e mitologici. Altro debutto, altro coming-of-age con protagonista bambino (qui un ragazzino di undici anni, orfano e alle prese con lo zio fresco di galera), ma contesto urbano invece per Sheldon Candis e il suo LUV, con Danny Glover. Chi ne esce, chi vi entra in prigione, come il coprotagonista di Middle of nowhere, debutto di Ava DeVernay che esplora la dura esperienza di adattamento che subisce la vita di una giovane donna quando il marito viene condannato a otto anni in una prigione californiana.

Sul versante non fiction, gli americanisti dovrebbero prestare attenzione a Slavery by another name, excursus negli anni grigi della Ricostruzione che per migliaia di neri hanno significato dover accettare forme di lavoro forzato solo formalmente diverse dalla loro esperienza di schiavismo: dietro la mdp, il filmmaker e montatore di fiducia di Spike Lee, Sam Pollard. Curiosità per l’esordio in regia (ma dopo molti video) di Ice-T, con un viaggio personale alla scoperta del pianeta rap, Something for nothing: The Art of Rap. Sempre per stare in tema musicale, Under African Skies racconta il ritorno in Sudafrica di Paul Simon, a venticinque anni dal lancio di Graceland, malvisto da alcuni del fronte antiapartheid.

Chiudiamo con un ultimo terzetto eterogeneo di titoli. Dall’Egitto post-Mubarak, arriva l’unico titolo africano in selezione ufficiale (ahi ahi), ½ revolution, un nuovo cineracconto in presa diretta e a quattro mani (di Omar Shargawi e Karim El Hakim, con una coproduzione danese-egiziana) dei giorni caldi della rivoluzione di piazza Tahrir. Dalla Danimarca arriva un nuovo saggio di gonzo filmmaking politicamente scorretto alla Sacha Baron Cohen con The Ambassador, che segue le vicende di un fantomatico diplomatico incaricato di aprire un’industria di fiammiferi in un paese dell’Africa centrale ma interessato alle riserve di diamanti della zona: firma Mads Brügger, già vincitore del premio della giuria del World Cinema Documentary nel 2010. Dalla multiculturale e Hyphenated Gran Bretagna arriva infine My brother the devil, in concorso nella serie World Dramatic e diretto dalla gallese-egiziana Sally El Hosaini, qui al suo esordio, che avviene sotto l’egida del Sundance Institute: il film viene descritto come la radiografia dura di un legame a due, che unisce un quattordicenne solitario, di origini arabe, col fratello più grande, spacciatore e membro di una gang locale.

Fin qui le suggestioni del programma. Per le verifiche sul campo, vi rinviamo alle puntuali osservazioni di Tambey Obenson, blogger creatore di Shadow and Act, sempre informatissimo sul cinema black indipendente e mainstream.

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