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Benvenuti in Italia

di Aluk Amiri, Hamed Dera, Hevi Dilara, Zakaria Mohamed Ali, Dagmawi Yimer

Memorie migranti al presente

Mettersi in ascolto di una voce. Immedesimarsi in uno sguardo. Partecipare ai cantieri della democrazia di cui parla da anni Etienne Balibar significa fare cose molto concrete. Come andare a vedere un film. Ieri, venerdì 27 gennaio, centinaia di persone sono uscite di casa, in cinque città diverse (Roma, Milano, Napoli, Venezia, Verona), per seguire l’anteprima di Benvenuti in Italia, film documentario composto di cinque cortometraggi, ideato e promosso da Giulio Cederna e Alessandro Triulzi per l’Archivio delle Memorie Migranti.
A Roma, nel sovraffollato Apollo 11, attorno a Sandro Portelli del Circolo Gianni Bosio, a Renaud Personnaz che ha diretto il corso di formazione, a Saba Anglana che ha concesso l’uso di una sua canzone, e a tutti quanti, presenti e non, hanno reso possibile questa straordinaria esperienza produttiva, ci siamo stretti con calore. Moni Ovadia ha sintetizzato un sentire diffuso, sottolineando in un videomessaggio come il futuro dell’Italia sia nelle mani proprio dei migranti e poi delle seconde e terze generazioni, nella loro energia e nella loro capacità di rigenerare una storia e una cultura che gli autoctoni stanno lasciando morire. Che poi, come ha ricordato Portelli, quest’operazione sia stata presentata nel Giorno della Memoria ha un plusvalore simbolico eclatante: ha poco senso ricordare la shoah se chiudiamo occhi e orecchie davanti agli innumerevoli altri genocidi, fisici e culturali, che la storia umana ha prodotto e continua a produrre, e non ampliamo il nostro immaginario, incorporando la memoria di quanti hanno scelto di vivere in Italia.

Benvenuti in Italia Trailer - Margot from AMM on Vimeo.

Ma veniamo al progetto. Il film è quello che rimane di un’esperienza complessa, seppure articolatasi in meno di un anno. All’origine di tutto c’è stata l’idea di Giulio Cederna e Alessandro Triulzi dell’Archivio delle Memorie Migranti di selezionare un team di giovani migranti, aspiranti filmmaker, costruire intorno a loro un corso di formazione con professionisti dell’audiovisivo e quindi accompagnarli produttivamente nella realizzazione, a basso costo, di cinque cortometraggi documentari, nei quali ciascuno ha idealmente adottato una storia altrui, raccontandola cinematograficamente. Se due di loro, Dagmawi Yimer e Aluk Amiri, avevano alle spalle alcune esperienze realizzative, tutti gli altri non avevano mai messo le mani su una videocamera, ragion per cui questa esperienza ha rappresentato per loro una vera sfida. Alla questione primaria di come posizionarsi di fronte all’attore-protagonista della storia, ciascuno dei registi ha risposto in modo diverso e personale.

L’afghano Amiri, nel suo Auguri, è quello che si è messo più in gioco, ponendosi alla pari nei confronti del suo eroe conterraneo, come un fratello che ha qualche anno in più di soggiorno in Italia: Nasir, sbarcato a Venezia clandestinamente dopo un lungo viaggio dall’Afghanistan, come lo stesso Aluk, ha alle spalle un passato recente di accoglienza in un centro alla periferia di Mestre e di formazione in una scuola media per stranieri, ma il futuro appare assai incerto. Come dicono alcuni suoi amici, in altri Paesi ti fanno sudare il diritto d’asilo, ma una volta ottenuto il riconoscimento vieni pienamente tutelato; in Italia, lo riconoscono con più facilità, ma, una volta compiuta la maggiore età, sei abbandonato a te stesso. Cosa ne sarà di Nasir, che festeggia i diciott’anni con i compagni di scuola? Amiri, che pure ha alle spalle diversi cortometraggi, ci consegna questo interrogativo con sguardo fermo, senza lasciar filtrare la propria presenza, orizzontale, da vezzi o manierismi d’autore.

Non è diversa la domanda – in La vita per lei di Hevi Dilara – che si rivolgono i curdi Maria e Huda, arrivati da ancora meno tempo in un centro di prima accoglienza a Ercolano e che fanno i conti con un presente ancora più precario e liquido e un percorso d’integrazione ancora di là da cominciare – rifugiati, dormono alla Casa dei Diritti Nelson Mandela, ma non seguono ancora un corso d’italiano. Si sono lasciati alle spalle, in Turchia, una storia collettiva di sofferenza, negazione d’identità, illibertà: il padre di lei è stato condannato a quarant’anni per ragioni d’opinione, lei a dieci per le stesse ragioni, lui ha passato cinque mesi in prigione. L’unica luce è nello sguardo della piccola Hevi, che ha meno di un anno ma grida con tutta la sua vivacità la voglia di stare al mondo e far sentire la propria voce. Quello della regista, invece, che pure in Italia vive da quindici anni, è uno sguardo-ascolto partecipante, complice, simpatetico, e lo si coglie anche dall’urgenza che Hevi sente di riempire quest’attesa del domani che è la vita di Maria e Huda, con le note di una canzone popolare curda, lei che per aver cantato una canzone nella propria lingua è finita in carcere.

Zakaria Mohamed Ali, venticinquenne di Mogadiscio, che sogna di tornare a fare il giornalista e per ora lavora in un centro per rifugiati a Roma, racconta la storia del suo protagonista connazionale con un piglio zavattiniano, molto più asciutto, anche se non meno intimo. Dadir, tutti lo chiamavano così in Somalia (e così si chiama anche il corto), era una gloria del calcio nel suo Paese, solo pochi anni fa, tanto che i tifosi scrivevano il suo nome sui muri. Poi una guerra civile senza quartiere lo ha costretto, come tanti, a lasciare la Somalia e a cercare fortuna in Europa. Ma lui conserva ancora gelosamente le foto che documentano le sue partite con la divisa della nazionale, contro campioni come Essien, e non ha smesso di sognare il contratto con una squadra italiana importante, tanto che ogni domenica scende in treno da Milano a Roma, dribblando anche i controllori, pur di giocare accanto ai suoi connazionali al calcio. Forse, come dice la voce fuoricampo in un insperato happy ending, l’anno prossimo giocherà per una formazione di serie C.

Hamed Dera, poco più che trentenne ivoriano (ma di origine burkinabè), non ci racconta invece, in Chez Margherita, se la sua straordinaria protagonista, una donna-coraggio che ha lasciato il Burkina Faso per sfuggire a un marito violento e si è trovata ad aprire un ristorante-ostello a Napoli, ce la farà a tenerlo aperto, nonostante i debiti e la scarsa solidarietà degli stessi connazionali. Hamed, che già da bambino sognava di diventare regista e portare i propri film al Fespaco, il mitico festival panafricano della capitale Ouagadougou, pur sembrando apparentemente limitarsi a raccogliere l’azione nel suo farsi, dimostra di avere già un talento da narratore di microstorie del quotidiano e una sicurezza nei confronti del mezzo che non ha nulla da invidiare ai filmmaker digitali della sua generazione, burkinabè o nigeriani.

Da ultimo, l’etiope Dagmawi Yimer, con diversi titoli già al suo attivo come regista in proprio e in collettivo, firma Una relazione, che non può non risultare il più denso e significativo episodio del polittico. Anzitutto perché Yimer, grazie a una consapevolezza decisa del proprio status di filmmaker, ha posto un diaframma deciso tra se e il suo protagonista, Mohamed Ba, un attore senegalese che vive da dodici anni a Milano, e il cui percorso esistenziale è piuttosto distante dal suo. E poi perché Mohamed, oltre a un carisma e a una forza umane che bucano incredibilmente lo schermo, ha una storia davvero (non) eccezionale da raccontare: quella di qualcuno che, dopo aver raggiunto un nuovo equilibrio di affetti e lavorativo in una città non facile come Milano, tra piccoli ruoli a teatro e lezioni d’intercultura nelle scuole, due anni fa è sembrato sul punto di perdere tutto questo d’improvviso quando un skinhead italiano lo ha aggredito alla fermata di un tram, pugnandolo ripetutamente e lasciandolo a dissanguarsi oltre un’ora, nell’indifferenza generale. Sembra la storia di Assane, il protagonista desetiano di Lettere dal Sahara, o quella di Mor e Samb, i due venditori massacrati a Firenze il 13 dicembre. Ma questo vissuto è filtrato da una straordinaria saggezza e consapevolezza ironica che appartiene a Mohamed prima che a Dagmawi e che si appoggia anche alle parole, incredibilmente calzanti, di un Kafka d’annata (Una relazione d’accademia, racconto che, in forma teatrale, Mohamed prova in scena). A suivre, fortunatamente: Dagmawi ha vinto un premio della Cineteca di Bologna, che gli consentirà di continuare e ampliare questa sua scheggia di cinema della realtà.

Benvenuti in Italia è una bella iniezione di energia e coraggio per quanti ritengono che il cinema italiano non solo possa ma debba farsi carico di cogliere e rilanciare nel dibattito pubblico l’esperienza del migrante, del soggiornante, dell’esule, delle seconde generazioni, anzitutto attraverso dei percorsi di autoconsapevolezza e formazione all’audiovisivo, precisamente il percorso che soggetti come ZaLab, Asinitas e Archivio delle Memorie Migranti stanno compiendo negli ultimi anni. È fondamentale, inoltre, che l’esperienza di Benvenuti in Italia abbia prodotto, per i giovani registi coinvolti, un lavoro di narrazione altrui: il precipitato chimico di ricordi personali e dei protagonisti di queste storie ha prodotto un mix di pezzi di vita e accenti (per dirla con Hamid Naficy) prezioso nella sua ricchezza dialogica.

Come sottolineava a ragione Portelli, in questi documentari, uno dei primi segni di presenza culturale forte viene dalla musica (la struggente canzone di Saba scelta da Zakaria Mohamed Ali, ma anche quella non meno lirica che accompagna il corto di Hevi Dilara, quella che sussurra Margherita cucinando, il flauto parlante che punteggia lo stesso corto di Hamed Dera, il pattern di colpi di djambe prodotto da Mohamed…): sono voci/suoni che arrivano al cuore prima ancora che – facendosi parole – al cervello, sanno attingere all’universale – come, non a caso ricordava Saba a fine film – partendo dalla verità esperienziale del personale. Benvenuti in Italia è un invito – forte, caldo e chiaro – a metterci in ascolto di queste voci e a immedesimarci in questi sguardi.

Quando, in un futuro auspicabilmente non lontano, ci saremo liberati, come Paese, e come cinema italiano (che altro è, Benvenuti in Italia, se non un pezzo di cinema italiano?), da questo fardello rappresentazionale, dall’urgenza ineludibile di questa presa in carico, questi stessi registi potranno esprimere una forza espressiva e linguistica ancora più incisive e significative, nel documentario e nella finzione. Ma ci ricorderemo dell’importanza che hanno avuto, nella lunga marcia verso l’appropriazione dello sguardo compiuta da parte di questi filmmaker transculturali, film come Come un uomo sulla terra e Benvenuti in Italia.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsBenvenuti in Italia
Regia: Aluk Amiri, Hamed Dera, Hevi Dilara, Zakaria Mohamed Ali, Dagmawi Yimer; montaggio: Aline Hervé, Lizi Gelber; musiche: Saba Anglana; produzione: Giulio Cederna per Archivio delle memorie migranti; origine: Italia, 2012; durata: 60’; formato: DVCAM 16/9, colore; sito ufficiale: Archivio delle Memorie Migranti.

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