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Berlino chiama Il Cairo

di Alice Casalini

Al via la 62ma Berlinale

Ha preso il via il 9 febbraio, e proseguirà fino al 19, una delle edizioni della Berlinale più orientate verso i sud, politici e cinematografici, del pianeta, che si siano viste da molti anni a questa parte. Merito delle primavere arabe, naturalmente, che hanno risvegliato l’interesse nei confronti del Maghreb e del Mashreq, tanto da dar luogo a un focus trasversale ricco di anteprime e tavole rotonde, ma non solo, visto che a Berlino quest’anno si torna a parlare anche di Africa subsahariana, in ben tre film della competizione ufficiale, segno che i selezionatori hanno voluto battere un colpo, in controtendenza rispetto ad altri festival maggiori.

Di quest’edizione si ricorderà sicuramente Alain Gomis, per la prima volta in concorso in una vetrina che conta. Con Aujourd’hui, dopo due film di riflessione sull’identità di due soggetti maschili in transito nella Francia postcoloniale di oggi, il regista franco-senegalese mantiene l’ancoraggio a un punto di vista maschile e nomadico, per raccontare le vicende di un uomo ancora giovane (interpretato dal poeta e musicista newyorchese Saul Williams, ma nel cast c’è anche Aïssa Maiga) che torna dagli Stati Uniti al Senegal, per rivedere la propria terra prima di morire. Continuando con il concorso, nel portoghese Tabu di Miguel Gomes, è proprio il decesso della vecchia e bizzosa Aurora a spingere la sua colf capoverdiana e una vicina ad indagare sul passato africano di Aurora e su una lontana storia di amore e sangue. Anche nel canadese Rebelle c’è un ritorno, in questo caso a un’Africa che conosciamo bene, quella delle guerre civili e dei bambini soldato, che non cessa mai di affascinare i registi del nord: stavolta lo sguardo è quello di un’adolescente congolese rapita in un villaggio e assoldata a forza in un esercito irregolare, e dietro la cinepresa c’è il francese Kim Nguyen.

Restiamo nell’area subsahariana, per sottolineare una serie di titoli sparsi nelle varie sezioni. Il doc statunitense Call me Kutchu (Panorama), girato da Malika Zouhali-Worrali e Fairfax Wright, documenta la lotta della comunità LGBT ugandese contro l’ostracismo delle istituzioni e della chiesa locale, seguendo le vicende tragiche del leader della comunità. Sempre di discriminazioni, ma in questo caso xenofobiche, si parla in Man on Ground (Panorama), opera seconda del nigeriano Akin Omotoso, che torna sui disordini razzisti esplosi in Sudafrica nel maggio 2008, reinterpretati in un dramma che incrocia i destini di due fratelli, come del resto Espoir voyage (Forum), esordio del burkinabè Michel K. Zongo. Anche qui si tratta di un viaggio alla ricerca del fratello, partito in Costa d’Avorio per lavorare nelle piantagioni, come tanti compatrioti, costretti a lavorare in condizioni di semischiavitù, e scomparso nel nulla.

Ci affacciamo brevemente a una prospettiva diasporica e transnazionale, per segnalare tre omaggi speciali a figure di riferimento della cultura panafricana come Marley (doc sul re del reggae, diretto dall’inglese Kevin MacDonald, già autore de L’ultimo re di Scozia), Audre Lorde (in Audre Lorde-The Berlin Years 1984 to 1992: doc sugli ultimi anni, tedeschi, della poetessa e attivista afroamericana, al ventennale dalla morte) e Ornette Coleman (Ornette: Made in America, biodoc diretto nel 1985 dalla grande filmmaker indy Shirley Clarke, che ci porta a scoprire uno dei geni del free jazz).

E poi sì, certo, veniamo al focus sulle primavere arabe, partendo dai lembi di terra d’Africa che la rivoluzione non l’hanno ancora annusata. Come i territori occupati e rivendicati da oltre trent’anni dai sahrawi, un vero buco nero nella coscienza della comunità internazionale, che Javier Bardem scopre nel documentario di Álvaro Longoria Hijos de las nubes e il connazionale Pedro Pérez Rosado ci racconta in Wilaya, attraverso le vicende di una ragazza sahrawi nata in un campo e cresciuta in una famiglia spagnola, che torna dopo sedici anni, ormai divisa tra due culture. _ Proprio dal vicino Marocco arriva l’opera terza di uno dei registi più visionari dell’ultima generazione maghrebina, Faouzi Bensaidi: il suo Death for Sale è un heist movie che incrocia le storie di tre giovani di Tétouan, decisi a tutto pur di riscattare un presente di povertà ed emarginazione.
Attraverso la Spagna della crisi e della voglia di ribellione, passa invece Betty, la migrante subsahariana protagonista di Indignados, ultimo pamphlet poetico-politico di Tony Gatlif, a metà strada tra documentario e fiction, col quale il regista di Gadjo Dilo ed Exils salda in un mix sulla carta esplosivo la rabbia delle vittime della crisi economica con quella dei rifugiati africani che continuano a sbarcare in Europa, alla ricerca di un futuro migliore.

Ma il focus si articola soprattutto nella presentazione in anteprima mondiale di alcuni documentari che descrivono la rivoluzione di piazza Tahrir, dalla prospettiva di alcuni filmmaker egiziani (Bassam Mortada, in Althawra… Special/Raccontare… una rivoluzione) e della diaspora (l’egitto-americana Mai Iskander, in Words of Witness; l’anglo-egiziana Hanan Abdalla, in In the shadow of a man) con un’attenzione particolare alle donne protagoniste e testimoni del post-Mubarak. Più eccentrica è l’ottica dell’egiziano Namir Abdel Messeeh, che in La vierge, les coptes e moi ripercorre tra fiction e non fiction le tragironiche disavventure di un giovane filmmaker copto che su suggestione della madre torna dalla Francia per documentare le apparizioni della Madonna nel suo paese sconvolto dalla rivoluzione.

Rough Hands, My Brother the Devil, How Big is Your Love, Asmaa, The Rif Lover: questi e altri titoli di registi arabo-africani o arabo-discendenti passeranno invece al mercato, a testimonianza di un’effervescenza e di un interesse davvero particolari da parte della Berlinale di quest’anno.
Di futuro del mondo arabo, della sua cultura e del suo cinema si parlerà infine in diverse tavole rotonde, alla presenza di registi, intellettuali, giornalisti, scrittori, artisti visivi e galleristi, da Tahar Ben Jelloun a Nadia El Fani.

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