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Henry

di Alessandro Piva

Una partita nella partita

Nelle sale dal 2 marzo, distribuito in dieci copie da Iris Film, l’opera terza di Alessandro Piva si confronta con gli spettatori a più di un anno dal successo al Festival di Torino 2010, dove vinse il Premio del Pubblico. Henry è tratto dal romanzo pulp omonimo di Giovanni Mastrangelo (Einaudi, 2006): il titolo, nel gergo della mala romana, allude all’eroina, per il cui controllo del mercato, nel libro come nel film, che si svolgono nella Roma di oggi, si fronteggiano due bande, quella di Civitavecchia, guidata da Franco (Alfonso Santagata) e affiliata alla camorra, e quella, emergente, di alcuni neri, capeggiati da Karanja (Eriq Ebouaney). Se scriviamo qui di Henry, è perché il film, attraverso il dispiegarsi di alcuni ingranaggi del suo congegno narrativo di genere, produce un certo discorso sulla Roma multiculturale di oggi, e allinea nella sua microgalleria di tipi anche due personaggi di neri il cui ruolo nell’economia simbolica del film non appare irrilevante.

L’intreccio si dispiega in una Roma non da cartolina, tra appartamenti popolari a Torpignattara, loft in costruzione al Villaggio Olimpico e barconi sul Tevere. In tre giorni, le bande di cui sopra si fronteggiano, o per meglio dire, i napoletani cercano di stanare gli africani, approfittando di un oscuro fatto di cronaca, vale a dire l’uccisione di Spillo (Max Mazzotta), un piccolo pusher romano, che faceva il doppio gioco, vendendo la roba di entrambe le bande, e della madre. A farli fuori è stato Rocco (Pietro De Silva), un tossico balordo sulla cinquantina, che sta con i napoletani, e cerca di incastrare Gianni (Michele Riondino), un ragazzo che a sua volta viene beccato dalla polizia sul luogo del delitto, mentre cercava di comprare la roba per la ragazza, Nina (Carolina Crescentini). Sulle loro tracce si mettono l’acuto commissario Silvestri (Claudio Gioè) e il più svagato ispettore Bellucci (Paolo Sassanelli). Al termine di un complicato gioco dell’oca, inseguitori e inseguiti si ritrovano pistole alla mano, per uno showdown dagli esiti imprevedibili e un finale incerto.

Sul piano della fattura tecnico-espressiva, Piva conferma il graffio di cui aveva dato mostra soprattutto con l’esordio La capa gira (2000). Girato interamente in digitale, con una macchina a mano fluida e tenuta addosso ai suoi interpreti, Henry vive di un’energia visiva apprezzabile anche sul piano sintattico, grazie a un montaggio sicuro (Piva è diplomato al CSC proprio in montaggio e ha firmato l’edizione di tutti i suoi film) e a una partitura musicale efficace, per l’alternanza di movimenti a salire e in contrappunto, curata da Andrea Farri. Il cast italiano, composto da volti di primo piano del giovane pantheon contemporaneo, è scelto con cura e diretto in modo da declinare diversi gradi di antinaturalismo recitativo. “Il cinema è morto, sarà fiction” dice con convinzione uno dei camorristi del film, però Piva fa del suo meglio per evitarci situazioni ed emozioni precotte da prime time. La soluzione espressiva della “confessione in macchina” in tempi di reality non entusiasma di per sé ma viene articolata con modalità in ogni caso efficaci.

Ciò detto, vedendo Henry mi sono ricordato di alcune dichiarazioni di Ahmed Hefiane rilasciate pochi giorni fa a Roma (anzi, a Torpignattara, a cento metri dall’appartamento di Spillo…) nel corso di un incontro in programma nell’ambito della manifestazione “Cittadinanze umane”: l’attore, lanciato in Italia da Mazzacurati in La giusta distanza, ha ricordato di aver scelto il cinema italiano perché qui gli era stata data la possibilità di avere ruoli diversi, che non fossero il solito spacciatore o l’immigrato arabo che picchia la moglie.
Henry ci racconta una Roma profonda, underground, notturna, in cui s’incontrano quasi sempre solo malviventi, trafficoni, spacciatori, tossici, soggetti borderline, e sbirri, naturalmente. In questa Roma reiventata dalla penna di Mastrangelo e dallo sguardo di Piva, gli stranieri (asiatici, ma soprattutto africani) occupano una duplice zona: con la loro presenza muta di contorno (nel bar di Torpignattara dove Rocco incontra i tre africani come nell’”African Queen”, il barcone sul Tevere dove Nina e lo stesso Rocco vanno a cercare i neri) producono un valore indexicale, nel senso che rinviano a una realtà urbana multiculturale sperimentata quotidianamente dal pubblico; attraverso alcune personae poi, diversamente collocabili quanto al loro valore iconico, cioè alla loro capacità di riflettere modelli e figure riconoscibili di certo immaginario cinematografico, entrano nell’agone diegetico di Piva, giocandosi le proprie carte.

Dei tre africani, Karanja (il carismatico Eriq Ebouaney, noto in Italia solo per Bianco e nero ma considerato una star in Francia) è il leader indiscusso. Istrionico, vestito con capi ricercati, gli occhi da folle ricoperti eternamente da occhiali neri, comunica con gli altri perlopiù in inglese. Quando capisce che uno della banda comincia ad avere paura, diventa spietato e, in una delle sequenze più problematiche sul piano rappresentazionale, inscena una sorta di rituale sciamanico per indurre il terzo a uccidere l’anello debole della banda, sgozzandolo con una mannaia: dopo essere stato segnato in mezzo agli occhi dal capo, in una piazzola al lato del passante del Muro Torto, il grosso Raila (l’esordiente Sidy Diop) si allontana in deliquio, non senza aver grattato la punta della lama per terra in un gesto che ricorda quello minaccioso compiuto dai miliziani hutu nei giorni indicibili del genocidio ruandese.

Se il destino di Karanja, come quello di Raila, è segnato, quello del “traditore” Kueku (l’Aurélien Gaya di Iago) viene rigiocato in una sorta di subprogramma narrativo che, accompagnando il parallelo processo di redenzione e avvicinamento del ragazzo a Nina, garantisce una lettura in qualche modo ascensionale all’isotopia che ho cercato di censire in estrema sintesi. Come dire, i neri non servono solo a disegnare il “colore del crimine”: in un finale allusivo e indiretto, uno di loro, rinunciando all’eroina, conquista simbolicamente forse davvero il mercato, l’oggetto del desiderio scopico dispiegato dal regista allo spettatore (Nina/Carolina Crescentini). In questo senso, il subprogramma di Piva sacrifica, al termine di un duello interessante sul piano dei valori simbolici in gioco, l’antieroe più pulp, figlio della blaxploitation, Karanja appunto, e con lui l’overstatement divertito e consumato di Ebouaney, davanti all’neoeroe convertito, e già quasi-borghese, Kueku, le cui fattezze fisiche (il corpo debitamente palestrato e una sfumatura di nero già più assimilabile alla tavolozza mediterranea) e il cui fare pragmatico ed efficace ne garantiscono una più agevole integrazione nell’immaginario erotico della spettatrice media.

E le questioni sollevate dall’intervento di Hefiane? La partita di senso di un film che, come Henry, guarda esplicitamente al repertorio di generi come il noir e il pulp, declinandoli in chiave di commedia nera, merita più di un giudizio sommario. Henry racconta, a suo modo, anche il duello tra due Afriche nere, una irrecuperabile (etnicizzata e neotribale, anarchica e violenta – feticizzabile solo nelle operazioni di genere) e una assimilabile (diversamente culturale al punto giusto e sexually appealing).

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsHenry Regia: Alessandro Piva; soggetto e sceneggiatura: Alessandro Piva, liberamente tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Mastrangelo; fotografia: Lorenzo Adorisio; montaggio: Alessandro Piva; musiche: Andrea Farri; scenografia: Marianna Sciveres; costumi: Carolina Olcese; interpreti: : Carolina Crescentini, Claudio Gioé, Aurélien Gaya, Pietro De Silva, Eriq Ebouaney, Paolo Sassanelli, Michele Riondino, Alfonso Santagata, Dino Abbrescia, Max Mazzotta origine: Italia, 20120; formato: HD, colore; durata: 86’; produzione: Alessandro Piva e Antonella Botti per Seminal Film, Bianca Film, con il contributo del MiBAC; distribuzione: Iris Film; sito personale del regista: piva.it.

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