title_magazine

Mare chiuso

di Stefano Liberti e Andrea Segre

Io non respingo

Se un dio dispettoso avesse strappato dal calendario della storia il 23 febbraio 2012, Mare chiuso sarebbe stato un film forse insostenibilmente cupo e duro. Sì, perché questa data recente, evocata in più circostanze dal vibrante documentario di Stefano Liberti e Andrea Segre, in autodistribuzione nelle sale dal 16 marzo, è quella in cui la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia per la politica dei respingimenti verso la Libia di Gheddafi, sulla base di un esposto presentato nel 2009 da due avvocati, Lana e Saccucci, per conto del Consiglio Italiano per i Rifugiati e a nome di 24 cittadini somali ed eritrei, soccorsi in mare da una nave militare e ricondotti collettivamente e a forza a Tripoli, senza essere stati mai identificati. Ma questa storia non sarebbe stata possibile raccontarla, soprattutto se il regime di Gheddafi non fosse imploso in una guerra civile che ha consentito a diversi di questi “respinti” di ritentare la sorte della traversata via mare o di rifugiarsi nel campo profughi UNHCR di Shusha, appena al di là del confine tunisino.

Il nuovo viaggio nella memoria migrante di Liberti e Segre, a cinque anni da A sud di Lampedusa, parte però da un paesino in provincia di Crotone, dove ha vissuto per qualche tempo (ora si trova nella provincia di Roma) Ermias Berhane, un ragazzo eritreo tra i pochi che hanno osato riprovarci e ci sono riusciti, ad arrivare in Italia, nonostante l’esperienza terribile del respingimento in mare. La drammaturgia del reale in Mare chiuso è puntellata su un mosaico di storie che hanno un corpo, un volto, una voce. Non necessariamente sempre un nome. Sì, perché il corpo centrale delle storie si srotola proprio al campo di Shusha, e sono una quindicina gli uomini e le donne, tutti di origine somala o eritrea, che in camera raccontano la propria esperienza migratoria e lo fanno senza didascalie o cartelli esplicativi. La loro voce al massimo accompagna uno spostamento dello sguardo sulla cartina geografica, per consentire allo spettatore un minimo ancoraggio topografico.

Il montaggio alternato tra i racconti consente la ricostruzione come di un unico viaggio ideale, costellato da esperienze di sofferenza, privazione, umiliazione, che culminano con la partenza in barca di (quasi) tutti. Semere, uno di loro, ha infatti la moglie incinta al nono mese e solo i soldi per pagare un posto barca. Le lacrime della moglie Tsige non hanno valuta corrente per gli scafisti che lo lasciano a terra. Poi il viaggio parte, tra speranze e paure, i giorni passano veloci e biscotti e acqua finiscono ancora prima. Quando la barca è ormai alla deriva e tutto sembra perduto, i naufraghi avvistano un elicottero che li sorvola per qualche tempo e quindi la nave della Marina Militare Orione, la cui vista suscita scene di entusiasmo. I racconti in questa fase si sovrappongono a frammenti di immagini riprese col videofonino da alcuni dei migranti. All’inizio, i militari si mostrano gentili, curano le donne, danno loro acqua e da mangiare. Poi arriva una telefonata da Roma e tutto cambia. Bruscamente. I militari fanno finta di non conoscere più l’inglese, non danno più nessuna assistenza ai naufraghi e li rinchiudono sotto coperta. Dopo ore e ore di navigazione, gli imbarcati vengono caricati a forza su una nave libica e riportati a Tripoli. Alcuni vengono percossi con bastoni, altri colpiti con pistole elettriche. Uno di loro fa in tempo a chiedere spiegazioni al capitano che, col sorriso sulla bocca, dice chiaramente di aver dovuto rispettare ordini superiori.

Sono i giorni del 2009 in cui, dopo la visita farsa a Roma di Gheddafi, e la firma del trattato di amicizia Italia-Libia, votato dall’87% dei parlamentari, il premier Berlusconi e il ministro Maroni declamano davanti alle telecamere dei tg i primi successi della politica dei respingimenti in mare, snocciolando le cifre dei clandestini riportati a Tripoli. Ne nascono nuove esperienze disumane, in prigioni pagate dai contribuenti italiani, come quella di Zliten, tra maltrattamenti quotidiani, stupri, torture. Poi arriva la rivolta degli antigheddafisti, la fuga per chi può dei migranti detenuti, l’arrivo al campo di Shusha. Ricomincia una vita di attesa, di settimane, mesi, anni. Attesa di un resettlement, di una destinazione cioè in un Paese europeo o terzo che accolga e prenda in carico alcuni di loro. Secondo Riccardo Noury di Amnesty International, che ha patrocinato il film, sono stati poco meno di mille i migranti respinti in mare a seguito di questa politica, per la quale siamo stati condannati dalla Corte. Molti di loro si trovano nei campi profughi dell’UNHCR (altro soggetto patrocinatore) come quello di Shusha, ma si ignora la sorte di quanti giacciono ancora in queste prigioni fuori controllo o hanno tentato la via del mare in piena guerra civile.

La stessa sentenza più volte evocata, non è storica certo per la pena comminata allo Stato Italiano, vale a dire un risarcimento di 15mila euro più le spese, per ognuno dei 24 cittadini eritrei e somali riconosciuti come respinti in violazione dell’articolo 3 della Convenzione. Essa segna una tappa importante in quanto, come ha affermato l’avvocato Saccucci, ha sancito il principio dell’illegalità per una pratica come quella dei respingimenti in mare che è doppiamente lesiva dei diritto internazionale, in quanto operazione condotta collettivamente, senza alcun rilevamento dell’identità dei migranti, e finalizzata a ricondurli in un Paese, come la Libia, che non ha mai garantito il minimo rispetto dei diritti umani. Noury, presente all’anteprima, ha chiesto garanzie al ministro Cancellieri circa una revisione sostanziale del Trattato Italia-Libia, tenuto conto che il nuovo governo libico non offre alcun tipo di garanzie circa il trattamento dei migranti rinchiusi.

Se un dio dispettoso... Certo, non potendo mettere in conto un evento così significativo come la sentenza della Corte, Liberti e Segre hanno tessuto una drammaturgia che costruisce attraverso il pathos dei racconti e il sostegno discreto dello score (firmato dalla Piccola Bottega Baltasar) una precisa curva emotiva che punta a coinvolgere il singolo spettatore, attraverso il confronto con chi, questo terribile viaggio Tripoli-Lampedusa l’ha vissuto sulla propria pelle e, in qualche caso, anche più volte. La tensione diventa rabbia, indignazione, dolore condiviso, finché, innervandosi sull’esperienza esemplare di Semere, si scioglie, nell’attesa febbrile del rincontro con la moglie Tsige dopo più di due anni di lontananza, e nell’abbraccio liberatorio con lei e con la piccola Nahere. Questa drammaturgia patemica, pur tradendo le proprie scansioni interne, non indebolisce la forza espressiva del film, che si sostanzia di un ritmo interno calibrato con grande sapienza e di una tensione figurativa sempre densa perché tesa a restituire anzitutto la dignità di queste persone, e finalizzata a rendere la percezione di uno spaziotempo sospeso tra memoria e progettualità frustrata. (Ciò detto, ritengo che il ricorso alle immagini dei tg, per registrare le dichiarazioni di Berlusconi, Maroni e Gheddafi, abbia l’effetto di squilibrare temporaneamente l’assetto espressivo del film in senso pamphlettistico.)

Ma è difficile restituire in poche righe il senso di un’esperienza cinematografica che travalica con grande nettezza la progettualità del film a tesi, per declinare questa pagina buia della storia italiana contemporanea attraverso una riconfigurazione drammaturgica complessa, affidata a testimoni che partecipano il proprio vissuto, oltre il filtro della videocamera, direttamente allo spettatore. Queste storie ci riguardano da vicino, perché la stragrande maggioranza degli italiani ha contribuito a respingere i loro protagonisti, premiando elettoralmente a lungo l’ampissimo fronte trasversale che aveva votato il Trattato Italia-Libia e le politiche migratorie liberticide e vessatorie del governo Berlusconi. L’indirizzo di sostanziale continuità che, anche su questo versante, sta improntando il gabinetto Monti, rispetto a quello precedente, dimostra quanto lavoro ci sia da fare, anzitutto sulla società civile il cui consenso, prima o poi, farà ripartire il gioco del confronto democratico. Film come Mare aperto dovrebbero avere il massimo di diffusione, in circuiti commerciali, culturali, educativi e su tutte le piattaforme attuali dell’audiovisivo, come preziosi agenti di disintossicazione del dibattito pubblico intorno ai temi dell’immigrazione. La distribuzione capillare ma non tradizionale che Zalab sicuramente porterà avanti, sul modello che così brillantemente ha funzionato con Come un uomo sulla terra (2008), è appena agli inizi.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsMare chiuso
Regia: Stefano Liberti e Andrea Segre; fotografia: Matteo Calore, Simone Falso, Andrea Segre; supervisione alla fotografia: Luca Bigazzi; montaggio: Sara Zavarise; musiche: Piccola Bottega Balthasar; Post produzione audio: Riccardo Spagnol; con:Ermias Berhane, Omer Ibrahim, Roman Amore, Jemal Mohammed Omer, Bekit Saleh Okud, Shishay Tesfay, Tedros Ojbay, Gedey Bahlbi, Nathael Tedros, Yoel Tedros, Abdirahman, Abdikadir, Foowis, Abu Kurke, Semere Kahsay, Tsige Kahsay, Nahere Kahsay; origine: Italia, 2012; formato: HD, colore; durata: 60’; produzione: Zalab, con il contributo di Open Society Foundations; distribuzione: Zalab; materiali film su sito Zalab.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 12 gennaio 2018

Viaggio in Italia con il cinema tunisino

A 50 anni dal primo passaggio di Roberto Rossellini in Tunisia per le riprese de Gli atti degli (...)

martedì 2 gennaio 2018

Terminate in Marocco le riprese di Sofia

Sono terminate a dicembre le riprese di Sofia, primo lungometraggio della cineasta (...)

lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha