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FCAAAL 2012: Rouge parole

di Elyes Baccar

Ballata rap a più voci

È passato poco più di un anno dall’inizio della cosiddetta Primavera Araba che ha deposto tre tiranni apparentemente inamovibili come Ben Ali, Mubarak e Gheddafi, eppure, tra guerre civili, esodi migratori e competizioni elettorali dagli esiti deprimenti, sembra un secolo. Rouge parole di Elyes Baccar, selezionato a Milano nel concorso documentari Finestre sul mondo, ha il merito di rimettere insieme alcune tappe fondanti della rivoluzione tunisina, senza appoggiarsi a una prospettiva parziale e partigiana (come Nadia Al Fani in Ni Allah ni maître) né ambire a una sorta di istituzionalità dello sguardo (come Mourad Ben Cheikh in Jamais peur), ma integrando una prospettiva non tunisocentrica, aperta a testimonianze provenienti da altre piazzeforti del movimento o località comunque in sofferenza, lontane o schiacciate dagli interessi del clan Ben Ali/Trabelsi: Sidi Bouzid, Kerkennah, Redayef, Kasserine, Thala.

Rivendicandolo prima della proiezione agli spettatori, Baccar ha cercato di raccontare la rivoluzione dal punto di vista di un tunisino che vive in Tunisia, rompendo con certo immaginario proiettato dai media occidentali, e nella prospettiva di un regista di cinema. Le intenzioni emergono in modo evidente nella tessitura drammaturgica del film: appoggiandosi a una sintassi dalle scansioni ritmico-musicali molto studiate, tra passaggi dilatati e lirici e improvvise accelerazioni di montaggio, Baccar ha composto una ballata ad alto tasso di dialogismo, popolare ma non populista. La curva della tensione sale quando lo sguardo si apre alla testimonianza in prima persona, a una parola che declina insieme già micro e macrostoria, epica e memoria, o quando la videocamera si ferma a raccogliere pezzi di discussioni in strada, captando l’energia vitale di una democrazia al lavoro, attraverso un confronto di opinioni mal dominato, sopraffatto dall’emozione e dalla passione politica. Penso alla sequenza che accompagna l’arrivo all’aeroporto, opportunamente eluso dal racconto, di Ghannouchi, leader del movimento islamista sedicente moderato Ennahda, che ha stravinto le elezioni all’assemblea costituente.

L’approccio del regista convince meno quando, per puntellare sul piano evenemenziale il discorso, si appoggia ai notiziari televisivi e radiofonici. Ogni volta che la parola si sposta dall’uomo della strada all’anchorman, sia pure tunisino, il registro si appiattisce sulla dimensione, fin troppo facilmente disponibile a un trattamento drammaturgico, della cronaca. È pur vero che, nella mole di materiali inglobati, Baccar mette insieme una mole di flussi e frammenti utili a sviluppare una riflessione sui modi attraverso i quali il sistema mediatico tunisino ha documentato e raccontato in presa diretta la rivoluzione, ma il regista non riesce quasi mai a ritagliarsi una prospettiva di intervento metacritico, limitandosi a restituire i messaggi del piccolo schermo. Per fortuna, talvolta, come nel caso delle manifestazioni sotto la sede del quotidiano La Presse e delle discussioni tra gli stessi redattori, increduli e quasi incapaci di gestire l’improvvisa libertà di informare senza direttive né censure i propri lettori, l’energia documentaria del materiale è tale da assicurarne l’impatto.

Anche quando incrocia l’universo giovanile, Baccar restituisce con una certa sicurezza il valore politico della rete, quando per esempio riprende brani di un’audioconferenza via internet, nella quale diversi tunisini, parte in patria e parte all’estero, si scambiano opinioni sulla rivoluzione in atto. Flirta a mio avviso un po’ troppo col rapper Hamida Ben Amor, alias il Generale, il cui hit Il Presidente, rievocando la propria esperienza di arresto e tortura, lo ha lanciato in un orizzonte di notorietà popolare importante, e torna a più riprese ad appoggiarsi a sequenze di montaggio incardinate su temi rap, fino al lungo segmento prefinale che ripercorre alcuni dei volti cardine del film.

Ma il cuore di Rouge parole batte più forte quando lo schermo restituisce il vissuto e la presenza dolorosa di una vecchia madre. Il figlio Houcine è uno dei tanti martiri della rivoluzione tunisina: salito su un palo della luce nei giorni del gennaio per manifestare contro la mancanza di libertà e la disoccupazione, è caduto rovinosamente al suolo, perdendo la vita. Trattandosi di un caso subito ripreso dai blog e assurto agli onori della cronaca, Ben Ali pensò bene di invitare la donna a palazzo davanti alle telecamere embedded dei suoi notiziari, per un abbraccio pacificatore condito da un assegno di diecimila dollari; senonché la donna ebbe il coraggio di rifiutare soldi e abbraccio, rivendicando che il figlio non era né ubriaco, né drogato, né frustrato dai rapporti con un fantomatico patrigno. Houcine rappresentava solo la voce di una Tunisia troppo stanca di essere colonizzata e dissanguata da un’associazione familistica a delinquere. Nella ripresa di una manifestazione in un palazzetto dello sport prende il microfono anche l’anziana madre del primo martire, l’ambulante laureato di Sidi Bouzid, Mohamed Bouazizi, dal cui sacrificio tutto è partito, ed è un altro momento di emozione forte. Questa sintonia e capacità di raccogliere la forza testimoniale della generazione che ha conosciuto le speranze e le disillusioni dell’indipendenza traspare anche dal bellissimo epilogo, costruito sull’intervento spontaneo in macchina di un vecchio che profetizza al regista l’avvento di una rivoluzione mondiale inevitabile, che dilagherà dal mondo arabo fino in Cina.

Leonardo De Franceschi | 22. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsRouge parole
Regia: Elyes Baccar; sceneggiatura: Elyes Baccar; fotografia: Elyes Baccar; montaggio: Anis Hammami; musiche: Sofyann Ben Youssef; origine: Tunisia/Svizzera/Qatar, 2011; formato: HDcam, colore; durata: 94’; produzione: Akka Films, Gaia Production.

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