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FCAAAL 2012: Aujourd'hui

di Alain Gomis

Sotto le palpebre

Alain Gomis, quarantenne, nato da un padre francese e da una madre senegalese, con i suoi tre lungometraggi in dodici anni, si è già ritagliato un posto riconoscibile nel panorama autoriale del cinema francafricano contemporaneo. Lo ha fatto grazie a una continuità di elementi poetici trasparente (l’esilio, l’erranza, la ricerca esistenziale e identitaria), a un metodo forte (modo di produzione indipendente, aria di famiglia nel set), a uno stile che va nella direzione di un cinema di poesia, narrativamente libero, rapsodico, auratico, che poco concede allo spettatore pigro con popcorn e occhialini 3D d’ordinanza. La selezione in concorso del suo ultimo Aujourd’hui in concorso alla Berlinale – dieci anni dopo N’ha Fala del guineano Flora Gomes – ha confermato l’ascesa riconoscibile di un regista apprezzato non solo nel circuito dei festival del sud (come il FCAAAL di Milano, dove ha vinto di recente il concorso), ma anche in quelli di serie A, come Locarno (dove L’Afrance nel 2001 vinse il Pardo d’argento e Premio della Giuria Ecumenica) e Venezia (dove Andalucia nel 2007 è stato presentato a Venice Days).

Come nei due lunghi precedenti, Aujourd’hui cammina con le gambe di un personaggio centrale, un uomo sulla quarantina o poco più. Satché è un prescelto, uno di quelli cui è dato in sorte di risvegliarsi nel letto della propria madre e conoscere in anticipo che quello sarà l’ultimo giorno della propria vita. Tutti, del resto, lo sanno. Fa appena in tempo ad alzarsi che lo fanno assistere a una sorta di veglia funebre anticipata in cui ognuno lascia la propria testimonianza su di lui, positiva o negativa che sia. Parole, abbracci, lacrime. Ma anche grida e feste: Satché esce in strada, scortato come un’ombra dall’amico Sélé, e attorno a lui, nella strada della banlieue di Dakar dove vive, si forma un corteo gioioso, con tanto di griotte e doni che piovono su di lui.

Ben presto il suo giorno più corto diventa resa dei conti con le persone che più hanno contato per lui e con se stesso. I tre incontri decisivi sono quelli con l’ex-amante Nella, con lo zio lavatore di cadaveri e con la moglie Rama. Che cosa sappiamo di più di Satché dopo questi tre incontri? Non molto. Tanti nodi rimarranno non sciolti. Qual è la causa della sua morte? Perché è rientrato da un anno in Senegal dopo essersi formato negli Stati Uniti? Quali sono le circostanze che l’hanno portato a lasciare l’ex-amante e a sposare la moglie? Ma questi incontri – quello con la moglie chiuderà, dopo un poetico e allusivo flashforward, la sua ultima giornata – lo lavorano misteriosamente da dentro: attraverso le parole, i gesti, i silenzi, i sorrisi, gli insulti, troverà la forza per affrontare, stoicamente, questo precoce crepuscolo al quale è stato predestinato.

Aujourd’hui, girato in sette settimane a Dakar e costato 800 mila euro, conferma il talento visivo di Gomis, e lo fa in un film che ha l’aria di chiudere una sorta d’indiretta trilogia, centrata su figure di uomini forse senza qualità, in crisi, ma alla ricerca di un riscatto, di qualcosa di più grande e profondo, che sia una nuova patria (L’Afrance), un luogo dell’anima (Andalucia) o, in fondo questo è il caso di Aujourd’hui, un senso ultimo alla propria vita. Itinerari intimi, popolati di oggetti (fotografie, libri, memorabilia), frammenti di storie, incastri con altri destini più o meno paralleli, in cui la narrazione piega verso la deriva del senso, e la dimensione fenomenologica è assolutamente dominante. Lo sguardo si apre ad accogliere miriadi di epifanie audiovisive. Talvolta queste incursioni vengono composte in modo da formare vere e proprie sequenze di montaggio: gli unici due blocchi diegetici coperti da un commento musicale sono quelli che raccontano il corteo funebre in vitam di Satché o mostrano un mosaico di scene di manifestazioni di piazza contro il governo, la corruzione, l’oppressione. Altrove, e mi riferisco a tutto l’ultimo capitolo dell’incontro con la moglie e i due figli piccoli, la narrazione rallenta fino a diventare descrizione per ripartire con improvvise accelerazioni di montaggio che corrispondono ad altrettante scariche epifaniche di immagini, perlopiù ravvicinate. Frammenti di corpi, sguardi, gesti, che si vorrebbero trattenere.

Ma in Gomis l’io-narrante ambisce sempre a farsi io-mondo, specchio e riflesso di dinamiche complesse, che chiamano in causa anzitutto l’esperienza diasporica, con tutte le incertezze e lacerazioni che ne derivano dal punto di vista dell’identità culturale, ma spesso si allargano alle tematiche dell’Europa delle migrazioni e dei rapporti nord-sud. Quello di Satché del resto è un ritorno al paese natale problematico, non edificante, pieno di zone d’ombra, che può ricordarne altri, da quello di Adama (in L’Absence di Mama Keita) a quello di Dramane (in La Vie sur Terre di Abderrahmane Sissako). Altrove, come in Bamako dello stesso Sissako, la morte di un personaggio, peraltro non centrale, si carica d’implicazioni che rinviano allo stato di sofferenza di un intero continente. Qui Gomis traccia un percorso minimale, apparentemente intimo, ma lascia al suo Satché occhi e orecchie aperti non solo sul proprio mondo interiore bensì anche su uno spazio pubblico che esplode, sotto la spinta di tensioni ormai non più contenibili, in attesa di una primavera africana che, per dirla con Battiato, tarda ad arrivare. Se, in attesa della morte, ci si consola aggrappandoci a piccole cose, fuori dal cortile di Satché, l’Africa grida. E non accetta né chiede consolazioni.

Bisogna riconoscere che rispetto a L’Afrance e ad Andalucia Gomis ha compiuto un percorso di depurazione importante, alleggerendo il racconto di sottopiste, digressioni, riferimenti culturali e letterari, e sforzandosi di dare all’avventura ambigua del protagonista un carattere universale, secondo una modalità che può ricordare l’ultimo Haroun. In questo senso, senza rinunciare a una libertà discorsiva con pochi eguali nel cinema panafricano contemporaneo (e anzi richiamandosi qui esplicitamente alla forma modellizzante del racconto orale), Gomis firma con Aujourd’hui un’opera più matura ed efficace sul piano comunicazionale, anche se questa ricerca a levare risulta non sempre dominata o giustificata a pieno, riservando qualche scivolamento nella maniera. Di grande interesse è la partitura sonora, tenuto conto che il regista contingenta al massimo l’uso della musica extradiegetica, riduce all’osso i dialoghi – i pochi presenti sono talvolta volutamente inessenziali o allusivi – ma tenta di restituire allo spettatore la precarietà agonica di un esperire, quello di Satché, costellato di improvvise, lancinanti, eclissi sonore, che rappresentano altrettante anticipazioni del suo fine vita. Di notevole spessore risulta inoltre la direzione di attori, che fa perno a contrasto sulla presenza scenica dolente e understating di un poeta/cantante slam come Saul Williams, accompagnata da un parterre di comprimari di assoluta pregnanza performativa, dall’attore-feticcio Djolof Mbengue (Sélé), alla stella franco-senegalese Aïssa Maïga (l’ex-amante), fino all’intensa Anisia Uzeyman (la moglie).

Leonardo De Franceschi | 22. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsAujourd’hui
Regia: Alain Gomis; sceneggiatura: Alain Gomis; fotografia: Christelle Fournier; montaggio: Fabrice Rouaud; suono: Alioune Mbow, Jean-Pierre Laforce; intepreti: Saül Williams, Djolof M’Bengue, Anisia Uzeyman, Aïssa Maiga, Mariko Arame, Alexandre Gomis, Annette Derneville Ka, Héléne Gomis, Charlotte Mendy, Tony Mendy, Jean Mendy; origine: Francia/Senegal, 2012; formato: HDcam, colore; durata: 86’; produzione: Granit Films, Maïa Cinema, Cinekap; distribuzione internazionale: Wide Management.

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