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(Afri)Cannes 65. Non solo concorso

di Leonardo De Franceschi

Yousry, Lee, Merzak e gli altri

Dieci nove otto sette sei cinque. Tutto è pronto per l’edizione numero 65 del Festival International du Film. Persino la polemica dell’ultimora scattata per dare un po’ di pepe all’apertura, con quella sottolineatura che quest’anno, su 22 film in concorso, non ha trovato spazio nessuna regista. Non è questione di quote rosa, o affirmative action di genere. Magari ha ragione Frémaux e allora bisognerà pensare che in tempi di crisi, a pagare pegno sono le donne anche nel cinema. Sicuramente pagano pegno l’Africa e i suoi registi, autoctoni o diasporici, anche se a Cannes un certo numero di presenze panafricane non ha mai mancato di arricchire la selezione ufficiale, oltre agli altri eventi che compongono il programma. In concorso, possiamo contare sullo sguardo di un africano d’adozione come l’haitiano Raoul Peck: forse non sapremo mai cosa pensi dei tre film che più ci interessano (nonché, ma è meno rilevante, della serata umanitaria presenziata da Sean Penn per la raccolta fondi a favore di una organizzazione haitiana), ma conforta sapere che Moretti e compagni possano ascoltare anche la sua voce, quando si parlerà dei film di Nasrallah, Daniels e Seidl.

Baad el mawkeaa (After the battle è il titolo internazionale) di Yousry Nasrallah, sua prima volta in competizione ufficiale, segna un ritorno di maggior respiro - dopo il cortometraggio inserito all’interno della silloge Tamantashar yom (18 Days), presentata lo scorso anno – alla reinvenzione della rivoluzione di piazza Tahrir. Uno dei più interessanti corti (#tahrir 2/2 di Mariam Abu Ouf) sceglieva il punto di vista di un giovane assoldato per caricare i dimostranti nella tristemente nota “battaglia dei cammelli” del 2 febbraio: il film di Nasrallah parte dallo stesso spunto, appoggiandosi al suo attore feticcio (Bassem Samra) e incrociando le storie di due donne della sua famiglia, interpretate da Menna Chalaby (Chaos) e Nahed El Sebai (Ehky ya Sharhrazad).
Dopo il successo internazionale di Precious, Lee Daniels torna a Cannes ma in concorso con The Paperboy, tratto dal romanzo di Pete Dexter, un thriller su un caso giudiziario nella Florida profonda del 1969: personalmente, più che ai tic di Nicole Kidman, Matthew McConaughey e Zac Efron, seguiremo il giovane talento David Oyelowo (Red Tails, The Help) e la star del soul Macy Gray, che pure ha diversi ruoli alle spalle.
Quanto a Ulrich Seidl e al suo Love, primo capitolo della trilogia Paradise, girato in Kenia, torniamo con il regista austriaco di Import/Export ai temi di Bezness (Nouri Bouzid, 1992) e di Verso il sud (Laurent Cantet, 2005): ancora una storia di turismo sessuale, al femminile, inquadrata dal punto di vista di una cinquantenne tedesca in cerca di carne fresca e nera. Film che già si annuncia controverso, meriterà un’attenzione particolare per la gestione dei modi di rappresentazione.

Ma Cannes è molto di più della competizione. In quel concorso minore che è Un Certain Regard (e sotto gli occhi vivaci ed espressivi di Leila Bakhti, giurata d’eccezione), sarà il caso di non perdere la rivelazione del Sundance di quest’anno, il visionario Beasts of the Southern Wild di Benh Zeitlin, anche se il cartellone riserva altri titoli di primo piano, a partire dal senegalese La Pirogue di Moussa Touré, storia di immigrazione irregolare verso l’Europa via Canarie. Sarà interessante incrociare i percorsi ad alto rischio di graffitari del Bronx (Gimme the Loot, di Adam Leon), spacciatori afrocolombiani (La playa D.C., di Jean Andrés Arango), islamisti marocchini in formazione (Les Chevaux de dieu, di Nabyl Ayouch), mentre quella di A perdre la raison di Joachim Lafosse è una storia d’amore a cavallo tra Belgio e Marocco in cui ritroviamo il duo protagonista de Il profeta (Tahar Rahim e Niels Arestrup).

Anche nella Quinzaine des Réalisateurs ci saranno incontri interessanti. Anzitutto con l’algerino Merzak Allouache (El Taaib/Le Repenti racconta l’Algeria del dopo terrorismo dal punto di vista di un ex-jihadista pentito) e l’algero-sudanese Rachid Djaïdani (in Rengaine si torna a parlare di matrimoni misti complicati, qui tra un nero parigino e una giovane maghrebina), anche se meriteranno uno sguardo anche il Michel Gondry di The We and I (ambientato tra un gruppo di liceali del Bronx) e Camille redouble di Noémie Lvovsky, che firma e recita insieme a Samir Guesmi (Andalucia).
Fuori concorso, oltre a Madagascar 3 (con Marty e compagni di scena in Europa), valgono più di una menzione il reportage personale della guerra di Libia del filosofo e giornalista Bernard-Henri Lévy (Le Serment de Tobrouk) e The Central Park Five, in cui Ken e Sarah Burns e David McMahon ricostruiscono una delle pagine più discusse della giustizia statunitense, legato a un fatto di cronaca nera del 1989 che vide protagonisti cinque giovani neri e portoricani perseguiti a torto per lo stupro di una donna bianca.
Una volta ricordato che anche nella sezione Cannes Classic ci saranno eventi di rilievo sul versante panafricano, come il restauro del classico afrobrasiliano Xica da Silva di Carlos Diegues (presidente della giuria Caméra d’Or) e del doc sull’epoca d’oro del jazz A Great Day in Harlem, e persino sulla spiaggia (chi vorrà potrà insabbiarsi le scarpe e vedere il discusso ultimo film prodotto da George Lucas sui Tuskegee Airmen, Red Tails), chiudiamo sottolineando come anche quest’anno non mancheranno appuntamenti con le Afriche del cinema tanto nel mercato, come nella selezione ACID (Nabil Abdel Messeeh, Hicham Lasri...) e nel padiglione Les cinémas du monde: quest’ultima vetrina regalerà qualche chances produttiva anche a un regista malgascio (Luck Razanajona) e ad uno rwandese (Kivu Ruhorahoza), i cui progetti verranno presentati durante il festival.

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