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Cannes 65. À perdre la raison

di Joachim Lafosse

Una Medea postcoloniale?

Quinto lungometraggio del belga Joachim Lafosse, A perdre la raison, che è stato presentato in competizione nella sezione Un certain regard, non è un film facile da raccontare, perché tocca un argomento classico ma al contempo indicibile come l’uccisione da parte di una madre dei propri figli e perché si vorrebbe legittimamente lasciare allo spettatore la possibilità di uno sguardo potenziale (ma chi avrà mai il coraggio in Italia di acquistare il film?) non preformattato dalle osservazioni che seguiranno. Va detto subito subito che il film è ispirato liberamente a un fatto di sangue che ha fatto assai scalpore in Francia nel 2006 – per la cronaca, la giustizia ha stabilito che Véronique Courjault si sia resa responsabile di un triplice infanticidio.

Nella finzione, l’intreccio, che si svolge nel Belgio degli anni Ottanta, ruota su una famiglia allargata molto particolare, che fa perno su due personaggi, il dottor Pinget (Niels Arestrup) e il suo figlioccio Mounir marocchino (Tahar Rahim). Pinget ha adottato informalmente Mounir, prendendolo a vivere con sé quando ha sposato con un matrimonio bianco la sorella di Mounir, per assicurarle la cittadinanza belga. Il loro rapporto, pieno di zone d’ombra, si complica quando Mounir s’innamora e sposa Murielle (Emilie Dequenne), che viene a vivere con loro.

Murielle, pur avendo alle spalle una famiglia disunita e una sorella competitiva, si è trovato un lavoro dignitoso (insegna francese in una scuola superiore femminile) e si getta con entusiasmo nella storia con Mounir, senza preoccuparsi troppo dei pezzi di libertà che viene via via cedendo, una gravidanza dopo l’altra. Dopo la nascita del quarto figlio, la situazione precipita rapidamente, di pari passo con l’incapacità di Mounir di comprendere e prevedere quello che sta accadendo nella mente di Murielle e con il manifestarsi sempre più evidente della natura egoistica ed invasiva di Pinget.

Senza entrare troppo nei dettagli del plot, e riconosciuta la complessità del lavoro che Lafosse insieme ai due suoi collaboratori hanno affrontato nell’articolazione della sceneggiatura, credo di poter affermare che la costruzione drammaturgica presenta una parabola dai tempi incerti, con accelerazioni improvvise e altrettanto inutili digressioni. La gestione del punto di vista narrativo, calibrato soprattutto su quello di Murielle, riduce lo spessore delle due controparti maschili, forzandone oltremodo la caratterizzazione. Ciò detto, la direzione d’attori è sicura ed efficace, ma se ne avvantaggia soprattutto una toccante Emilie Duquenne (scoperta dai fratelli Dardenne in Rosetta), a scapito di Arestrup e Rahim, pure interpreti di notevole valore. La regia di Lafosse è asciutta ed essenziale, ma il discorso delle immagini è invaso costantemente da un mélange sonoro di temi barocchi che rafforza, dandogli una connotazione sacrale, il senso di claustrofobia che pervade il film.

Quanto alla matrice postcoloniale che investe il film, a quanto è dato di capire del tutto assente nel fatto di cronaca, fa pensare la gestione da parte di Lafosse di questa isotopia che lega Pinget alla famiglia di Mounir.
Per un verso, il regista sembra indirettamente configurare come una concausa della natura disfunzionale di questa famiglia allargata proprio il suo carattere multiculturale, vista la natura interessata di tutti i rapporti che emergono: la sorella di Mounir si sposa per avere i documenti, Pinget per avere una famiglia surrogata in cui Mounir si trova a ricoprire ambiguamente un doppio ruolo, il fratello di Mounir sposa addirittura la sorella indisponente di Murielle pur di avere la cittadinanza. Dal matrimonio d’amore con Murielle, si dà per inteso, Mounir avrà anche lui i suoi documenti e il ragazzo non osa rinunciare alla sponsorizzazione di Pinget, neanche quando Murielle, con uno scarto del tutto inopinato, gli propone di trasferirsi in Marocco.
Per l’altro, la sottile ferocia con cui vengono delineati gli elementi di continuità tra passato coloniale e presente postcoloniale, pur in assenza di relazioni dirette tra Belgio e Marocco, ci aiuta a cogliere come proprio la persistenza di questo squilibrio nei rapporti di forze mini seriamente la costruzione di legami di scambio al contempo simmetrici e gratificanti.

L’unico segno forte di apertura, che almeno in parte riorienta la caratterizzazione di questo incontro, è la solidarietà tra Murielle e la madre di Mounir, solidarietà scopica e tattile, perché frenata dalla differenza linguistica, ma tanto più forte e sentita, al punto che la vacanza in Marocco rappresenta per Murielle un autentico momento di libertà dalla prigione domestica e mentale della famiglia. Solo la vecchia madre di Mounir capisce con preoccupazione lo stato di disperazione inquietante che si è impadronito di Murielle. La djellaba azzurra avvolgerà il corpo della giovane nei giorni prima del massacro, come l’abbraccio muto di una madre che nulla può contro il dolore cieco di un’altra madre.

Questa solidarietà, senza voler dare una lettura necessariamente femminista al film, rende evidente come, al di là delle matrici culturali, le due donne, che ognuna a suo modo somatizza la situazione di dolore, solitudine e sofferenza patita, si scontrano con una controparte maschile, questa sì, tragicamente assente, cieca, autoreferenziale, sempre pronta a farsi forte delle incertezze e del senso di inadeguatezza femminile. Come ha sottolineato lo stesso regista nell’intervista contenuta nel pressbook, col suo gesto, Murielle è come se uccidesse i figli per togliere al marito e a Pinget i doni più belli che è riuscito a fare loro, una volta che si sente definitivamente tradita. Una scelta di riaffermazione ferina che nasce da una violenza anomica, non meno insostenibile.

Leonardo De Franceschi | 65. Festival International du Film

Cast & CreditsÀ perdre la raison
Regia: Joachim Lafosse; sceneggiatura: Joachim Lafosse, Thomas Bidegain, Matthieu Reynaert; fotografia: Jean-François Hensgens; montaggio: Sophie Vercruysse; suono: Henri Maikoff, Ingrid Simon, Thomas Gauder; interpreti: Niels Arestrup, Emilie Dequenne, Tahar Rahim; origine: Belgio, Lussemburgo, Francia, Svizzera, 2012; formato: 35 mm, colore; durata: 128’; produzione: Versus Production, Samsa Films, Les Films du Worso, Box Productions; distribuzione internazionale: Les films du Losange.

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