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Cannes 65. Après la bataille

di Yousry Nasrallah

Dalla parte sbagliata

Come fare i conti con quello che tanti teorici definiscono il fardello della rappresentazione, declinandolo con le forme di un cinema di poesia? Après la bataille (Baad el mawkeaa in arabo) rappresenta una risposta brillante a una domanda che per decenni ha sovente schiacciato i registi del sud o diasporici, isterilendone l’ispirazione. Il riferimento a Pasolini è sempre stato centrale per un autore come Nasrallah, in cui l’attrazione per l’altro è sempre trasposta come fantasma erotico, aldilà dei filtri politici, ma mai come nella sua ultima fatica. La stampa francese e internazionale non l’ha esaltato, ma Après la bataille consacra definitivamente Nasrallah come unico vero erede del magistero di Youssef Chahine.

Il 2 febbraio 2011, durante la rivoluzione dei 18 giorni, piazza Tahrir è stata teatro della cosiddetta “battaglia dei cammelli”, che ha visto protagonisti da una parte i manifestanti inermi e dall’altra una piccola folla di assalitori a dorso di cavallo o cammello. Mahmoud (Bassem Samra), che come gli altri viene dal villaggio di Nazlet, vicino a un’importante area archeologica, ha avuto la sfortuna di essere disarcionato e ripreso mentre affrontava i colpi dei manifestanti inferociti. Quando Rim (Menna Ghalaby), una giornalista televisiva impegnata, viene invitata dall’amica Dina (Phaedra), che ha un ONG attiva nella protezione di animali, a una distribuzione di foraggio per cavalli, proprio nel villaggio di Nazlet, non può fare a meno di notare Mahmoud, escluso dalla distribuzione per la sua partecipazione alla battaglia. Attratta dall’uomo, Rim scopre che come molti nel villaggio vive portando i turisti a scoprire le piramidi a dorso di cavallo, e che è sposato e ha due figli.

Alle prese con un matrimonio in crisi e incerta su come comportarsi con Mahmoud, Rim si getta nel lavoro e nella militanza. Attiva in un circolo di donne, si trova spesso a difendere le ragioni delle ragazze di piazza Tahrir, attaccate dagli islamisti durante la manifestazione dell’8 marzo ma la frequentazione di Mahmoud e della moglie Fatma la spinge pian piano a far riflettere le altre donne sulla necessità di recuperare un rapporto con la gente dei villaggi, dimenticata dai partiti e rimasta ai margini della stessa rivoluzione. Le voci della sua relazione con Mahmoud tuttavia indeboliscono la sua posizione.

A Nazlet, la crisi del turismo e la crescente pressione su Mahmoud, testimoniata dal clima di esclusione e bullismo che colpisce di riflesso i figli, lo costringono a venire a patti con il boss locale Haj Abdallah (Salah Abdallah), che oltre a essere suo parente è anche il padrone di casa. Si offre di fargli da guardaspalle, portandosi a casa una pistola ma questo scatena la reazione violenta di Fatma, che chiede aiuto proprio a Rim. Il confronto con la coppia si rivela doloroso e lascia tutti i problemi sul tappeto. Rim sposta così la sua azione di sensibilizzazione sui colleghi di Mahmoud, suggerendo loro di autoorganizzarsi in un sindacato ma il suo attivismo la rende ormai un bersaglio scomodo per Haj Abdallah, interessato a una tranquilla restaurazione gattopardesca. Si va verso una resa dei conti in cui Mahmoud si troverà a dover prendere scelte difficili.

In Après la bataille, come nella tradizione migliore nel cinema egiziano, dinamiche sociali e sentimentali si intrecciano in un viluppo inestricabile. Nasrallah guida lo spettatore a compiere un percorso di conoscenza complesso, attraverso una struttura narrativa estremamente articolata e al contempo dinamica. Ogni personaggio viene delineato nelle sue dominanti psicologiche e sociali ma senza ricorrere a facili scorciatoie tipologiche. L’orchestrazione drammaturgica si accompagna peraltro in Nasrallah sempre a una riconoscibile politica degli attori, che passa per un casting attento e una direzione sicura ed efficace. Prova ne sia soprattutto la costruzione e la resa dei tre personaggi principali.

Se nelle mani sapienti di Nasrallah, Menna Chalaby si scioglie dalle rigidità evidenziate per esempio nel testamentario Heya fawda di Chahine, ed riesce a esprimere l’intrico di passione civile e attrazione che la lega a Mahmoud; Nahed El Sebaï, già lanciata in Ehky ya Schahrazade, presta vivacità e freschezza al personaggio di una donna del popolo, fiera delle sue tradizioni ma pronta a mettersi in gioco per difendere la dignità ferita sua, del marito e dei figli. Complessa la dinamica che s’innesca tra le donne, quando Fatma, una volta intuita l’attrazione tra Rim e Mahmoud, arriva a proporle di sposarlo.

Ma l’operazione più sottile e vorrei dire metacinematografica che Nasrallah compie è su Bassem Samra, suo attore feticcio. Dopo averlo lanciato con La ville e fatto crescere nei film seguenti, compreso il docufiction A propos des garçon, des filles e du voile, girato proprio tra i ragazzi di Nazlet, il regista riconfigura quella di Samra come una sorta di icona postpasoliniana, un Ninetto cavallaro, alle prese, nella sua (colpevole) ignoranza, con una contemporaneità troppo complessa da comprendere. Mahmoud era a piazza Tahrir perché aizzato dal suo clan a prendere le difese di Mubarak, l’unico ai suoi occhi che avrebbe potuto ridare fiato al turismo e abbattere il muro eretto per separare il villaggio e la valle delle piramidi.

Come Pasolini nelle sue discusse dichiarazioni a favore dei celerini coinvolti negli scontri con gli studenti di Valle Giulia, Nasrallah si confronta con una posizione impopolare, mettendo a nudo passioni politiche e impolitiche attraverso l’ethos eretico di Rim, ma senza rinunciare a un retorica filmica sensuale. La sua cinepresa accarezza gli attori, restituendone la carica emozionale pur con qualche slabbratura melodrammatica. La mescolanza di sguardi (quello enunciazionale della cinepresa, quello di Rim col suo cellulare, quello dei notiziari e della rete) configura sul piano rizomatico e dialogico anche la forma oltre che la materia del discorso, ancorato a una dimensione rigorosamente finzionale.

È possibile raccontare una rivoluzione per tanti aspetti ancora in corso, e farlo a partire da un punto di vista postnazionale, come regista tout court? Sono le domande che ha posto con salutare franchezza Elia Suleiman in un intervento recente. Nasrallah idealmente gli ha risposto con un film che, pur proiettando lo spettatore egiziano e internazionale nel caos che segue immediatamente un evento traumatico come la rivoluzione dei 18 giorni, riesce a coniugare insieme, con una sicurezza d’autore consacrato, messa a distanza dall’attualità (attraverso il filtro di una sofisticata retorica finzionale) e intervento diretto nel dibattito pubblico (attraverso un messaggio controcorrente, che invoca uno sforzo di apertura alle ragioni dell’altro in tutte le fazioni in gioco, a partire da quella, laica e progressista, nella quale si riconosce e schiera apertamente).

Leonardo De Franceschi | 65. Festival International du Film

Cast & CreditsBaad el mawkeaa / Après la bataille
Regia: Yousry Nasrallah; sceneggiatura: Yousry Nasrallah, Omar Shama; fotografia: Samir Bahzan; montaggio: Mona Rabei; scenografia: Mohamed Atteya; costumi: Nahed Nasrallah; suono: Boris Chapelle, Christophe Vingtrenier; interpreti: Salah Abdallah, Nahed El Sebaï, Bassem Samra, Menna Shalabi; origine: Egitto/Francia, 2012; formato: 35 mm, colore; durata: 116’; produzione: France 3 Cinéma, Studio 37, New Century Productions, Siècle Productions; distribuzione internazionale: MK2.

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