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Cannes 65. The Central Park Five

di Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon

Colpevoli fino a prova contraria

The Central Park Five di Ken e Sarah Burns e David McMahon è il classico film per il quale senza retorica si può affermare andrebbe proiettato in tutte le scuole di giornalismo e agli aspiranti magistrati, per il carattere esemplare del caso giudiziario al quale si riferisce e per il mix di cura formale e rigore nel trattamento dei dati che lo contraddistingue come testo filmico. Il caso è quello, assai noto negli Stati Uniti, dei Central Park Five, cinque minorenni neri, condannati dopo un processo farsa a una pena tra i 6 e 12 anni per lo stupro e il tentato omicidio di una ragazza bianca, avvenuto il 20 aprile 1989.

Antron McCray, Kevin Richardson, Raymond Santana, Korey Wise, Yuseef Salaam. Se il principio della responsabilità civile dei magistrati trovasse piena applicazione e magari fosse esteso anche ai giornalisti di cronaca giudiziaria, tante teste dovrebbero cadere negli Stati Uniti, a titolo di parziale risarcimento per il furto della giovinezza e il linciaggio morale subito da questi cinque ragazzi afrodiscendenti. Il documentarista Ken Burns, già presente a Cannes con The War (2007) e con il celebrato The Civil War (1990), coadiuvato dalla figlia Sarah, già autrice di un saggio sui Central Park Five, e da McMahon, già produttore di The War, ha impiegato circa dieci anni per ricostruire e restituire la complessità di questo discusso caso di errore giudiziario. Il tessuto audiovisivo di The Central Park Five mette in forma materiali fotografici e filmici d’epoca, interviste, riflessioni di uomini politici, giornalisti, storici, oltre ai cinque protagonisti, uno dei quali ha accettato di essere presente solo in voce, per ragioni di privacy.

Dal quadro che emerge nel film, la New York di fine anni Ottanta era una città socialmente spaccata: la travolgente ripresa economica aveva fatto crescere solo i quartieri più ricchi, mentre interi sobborghi erano fuori controllo delle forze dell’ordine, invasi da trafficanti di crack e teatro di scontri quotidiani tra bande. L’unica risposta al dilagare del crimine offerto dalla polizia era la trasformazione del young black in soggetto sociale perseguibile a priori, da cui l’impennata di casi di violenza poliziesca denunciata a danno di cittadini neri.

In quella fatidica notte del 20 aprile 1989, i cinque ragazzi in questione, che peraltro si conoscevano solo di vista, hanno avuto la sfortuna di entrare a Central Park sul fare della sera insieme a una ventina di altri coetanei. Tanti di loro, dando sfogo a una violenza assurda e gratuita, hanno cominciato ad aggredire i passanti, mettendoli in fuga. All’arrivo della polizia, il gruppo si è disperso, ma alcuni, i cinque in questione, sono stati fermati e portati in commissariato. Identificati, sarebbero stati rilasciati dopo poche ore, quando arriva la notizia del ritrovamento nel parco, in fin di vita, di una giovane donna bianca, stuprata e pestata selvaggiamente.

A quel punto la condizione dei cinque ragazzi cambia radicalmente. Mentre il ritrovamento arriva immediatamente all’attenzione dei media e all’esterno del commissariato monta un clima di linciaggio, i cinque adolescenti si ritrovano accusati del crimine senza nessuna prova o indizio serio. Sottoposti a un interrogatorio sfiancante di ore, vengono indotti dagli investigatori ad accusarsi a vicenda, mentre il magistrato di turno, una procuratrice bianca, filma alcune di queste deliranti confessioni. Sfinito, completamente plagiato dai poliziotti, spinto a credere che questa sia l’unica soluzione per essere liberati al più presto, ciascuno dei cinque inventa una storia piena di particolari feroci, cercando di sminuire la portata della propria partecipazione all’azione e accusando invece gli altri. Nonostante le cinque ricostruzioni siano del tutto incongruenti, manchino testimonianze esterne e soprattutto riscontri oggettivi, i ragazzi vengono arrestati e mandati a processo, persino quando le evidenze circa il DNA dimostrano che nessuno dei cinque era presente sul luogo del crimine.

Nel frattempo, mentre i cinque vengono rinchiusi in attesa di giudizio (i due più grandi in carceri per adulti), il circo mediatico impazza. Nei quotidiani e notiziari, i Bruno Vespa di turno fanno a gara nelle ricostruzioni più fantasiose e ricche di dettagli raccapriccianti, tanto più che la ragazza, che lentamente riemerge dal coma e torna alla vita normale, non ha alcuna memoria dell’accaduto. Stampa e news insistono sulla ferocia del branco, evocano con studiato sensazionalismo e titoli a tutta pagina termini che battono sulla crudeltà, sadica e animalesca, del gesto criminale, associandolo al colore della pelle degli accusati, virtualmente già condannati persino dalla stampa e dalla gente nera, stanca dell’escalation criminale. Per sindaco e capo della polizia, quello dei Central Park Five diventa un caso esemplare da additare all’opinione pubblica per lanciare l’immagine di una New York che ha cambiato pagina.

Il resto è cronaca giudiziaria da un lato e drammatica storia personale dall’altro. I cinque vengono condannati in tutti i gradi di giudizio. Il più grande arriva a scontare dodici anni, finché proprio la dignità dimostrata in carcere spinge il vero responsabile del crimine, uno stupratore seriale nero, che lo incontra in un penitenziario, a confessare a un giudice di essere lui il colpevole del delitto. Grazie a una sollecita mobilitazione popolare, i cinque (uno dei quali è tornato in carcere per traffico di droga) vengono definitivamente scagionati, ma la loro causa civile di richiesta di risarcimento, depositata nel 2002, è rimasta tuttora inevasa.

Forse, The Central Park Five, che è una lezione di storia e di cinema civile, potrà giocare un ruolo importante come strumento di pressione sulla giustizia statunitense. Certo è che la stampa e le televisioni, quando i cinque sono stati scagionati definitivamente, come usa in questi casi, hanno liquidato la notizia in breve. Con l’eccezione di pochi giornalisti, intervistati nel film, il sistema dei media ha fatto quadrato, rifiutando di mettere in discussione modi e forme del linciaggio inqualificabile di cui i cinque sono stati vittima.
Da contribuente con ritenuta alla fonte e sottoscrittore, tra indignazione e rassegnazione, del canone Rai, chiudo con l’auspicio che i solitamente miopi buyer del servizio pubblico non si lascino sfuggire The Central Park Five. Prendetelo come un consiglio per gli acquisti, a futura memoria e monito, anche per giudici e giornalisti di casa nostra.

Leonardo De Franceschi | 65. Festival International du Film

Cast & CreditsThe Central Park Five
Regia e sceneggiatura: Ken Burns, Sarah Burns, David McMahon; con: Antron McCray, Kevin Richardson , Yusef Salaam, Korey Wise; origine: USA, 2012; formato: HD (1:1,78), bianco e nero e colore; durata: 119’; produzione: Ken Burns per Florentine Films.

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