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Cannes 65. Gimme the Loot

di Adam Leon

Mettere le mani sulla Grande Mela

Come raccontare una storia di adolescenti neri del Bronx senza cadere nel consueto catalogo di stereotipi e convenzioni di genere? E come descrivere un’amicizia in evoluzione tra un ragazzo e una ragazza coniugando una certa dose di realismo nella drammaturgia e nei dialoghi ma senza rinunciare alla tenerezza? Tanti teorici del pensiero critico e postcoloniale, a partire da Trinh, ci hanno aiutato a diffidare di ogni forma di nativismo ed essenzialismo quando consideriamo un prodotto culturale. Eppure, il brio e la fragilità di un film come Gimme the loot, opera prima di Adam Leon, presentata in concorso per Un certain regard e in lizza anche per la Caméra d’Or, sono marche ancipiti di uno sguardo autodeterminato solo sul piano formale, tanto estroflesso, per così dire, da apparire sbilanciato, ancorato a una soggettività sfuggente.

Ma cominciamo col ricordare che Gimme the loot è, a suo modo, un boy meets girl, con la complicazione di iniziare quando i due protagonisti, Malcolm e Sofia, si sono già conosciuti e assestati su quello che sembra essere un rapporto pacifico di amicizia tra adolescenti. Graffitari a tempo pieno, di estrazione popolare, i due ragazzi passano il tempo a marcare il territorio col proprio logo, scontrandosi con una banda rivale (tutti tifosi dei Mods), e a procurarsi con modalità extralegali soldi e materiale per le loro incursioni notturne. Nelle quarantott’ore di tranche de vie che ci consegna il racconto, le famiglie sono praticamente assenti: solo la madre di Malcolm lo chiama con insistenza, ma lui riesce ugualmente a dimenticarsi del compleanno. Il loro microcosmo è fatto di sodali e fratelli maggiori, per così dire.

L’azione decolla quando i due decidono di architettare il graffio del secolo, almeno per i writer di New York City, vale a dire mettere le mani sulla grande mela che viene sollevata al centro dello stadio di baseball quando i Mods segnano un punto, lasciandovi il proprio logo. Ci vogliono però 500 dollari per corrompere il guardiano, conoscente di Malcolm, e allora i due si danno da fare. Si tratta anzitutto di rastrellare crediti, vendere quello che si ha, si trova, o si riesce a rubare. Sofia infila subito una serie cocente di insuccessi, a causa dell’aggressività della banda rivale e nonostante la generosità interessata di un coetaneo.

Quanto a Malcolm, con uno stratagemma si fa passare da un collega pusher cinque dosi di marijuana che cerca di piazzare a una cliente danarosa, salvo poi scoprire che si tratta di una tipa alternativa ma di buona famiglia, sessualmente disponibile, con la casa piena di gioielli e oggetti bizzarri, ricordi dei suoi numerosi viaggi. Incerto se portarsela a letto o rapinarla, Malcolm coinvolge Sofia in veste di palo e Champion, un elettricista col vizio dello scasso, nella sua bislacca e improponibile impresa criminale. Finirà come deve finire ma i due forse scopriranno qualcosa di inatteso.

Sul piano dell’energia e vivacità espressa dal gioco degli attori, Gimme the loot colpisce nel segno, perché Leon evidenzia una certa sicurezza nella gestione di un preciso partito preso stilistico. Girato con attori giovanissimi, al primo ruolo importante, dopo mesi di prove ma con uno stile di ripresa che declina soprattutto ambientazioni e luce naturale, carrelli a precedere in teleobiettivo e suono in campo focalizzato a distanza, aiutandosi con massicce iniezioni di musica funky, quest’opera d’esordio appare più incerta nell’articolazione della sceneggiatura, che procede senza un’organizzazione drammaturgica propriamente detta, ma più per accumulazione e contrapposizione di episodi, in cui l’azione viene trainata soprattutto dai dialoghi.

Forse proprio la zona della partitura dialogica è quella in cui, verosimilmente grazie anche a una partecipazione attiva dei giovanissimi interpreti, il film risulta più vivace e frizzante, giocato com’è su un registro popolare-basso che maneggia virtuosisticamente turpiloquio e insulto, pratiche scatologiche e allusioni sessuali. È nell’articolazione, con ritmi quasi da screwball comedy, che si riscontra in numerosi passaggi dialogici, come quello in cui Sofia si difende da uno spasimante sboccato tenendogli testa con una sicurezza da rapper, che Gimme the loot gioca e a tratti vince la sua scommessa più fragile, soprattutto nelle scene a due tra Malcolm e Sofia, cioè quella di ambire alla tessitura di una tenerezza che cozzi col carattere ruvido e graffiato della lingua. Altrove però, il carattere artificioso di questa scommessa appare più evidente e si affaccia in chi scrive insidiosa la tentazione di ricondurla ai limiti di una soggettività d’autore non-bianca e non-femminile.

Leonardo De Franceschi | 65. Festival International du Film

Cast & CreditsGimme the loot
Regia: Adam Leon; sceneggiatura: Adam Leon; fotografia: Jonathan Miller; montaggio: Morgan Faust; scenografia: Sam Lisenco; musiche: Nicholas Britel; suono: Martin Czembor; interpreti: Ty Hickson, Zoë Lescaze, Joshua Rivera, Tashiana Washington; origine: USA, 2012; formato: HD (1:1,85), colore; durata: 81’; produzione: Dominic Buchanan, Natalie Difford, Sam Soghor, per Seven For Ten; sito ufficiale: gimmethelootmovie.com.

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