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Cannes 65. Paradies: Liebe

di Ulrich Seidl

Corpi in situazione

Non so quanti a Cannes, dopo la proiezione in concorso di Paradies: Liebe, abbiano veramente concentrato la propria attenzione sulla questione centrale che affronta il film di Seidl, e si siano interrogati sulle scelte formali e rappresentazionali profonde che lo innervano, piuttosto che disperdersi nei dettagli più scabrosi delle scene o sull’idiosincrasia palesata da Moretti in passato sul suo cinema. E sì che la questione e il metodo di Seidl non possono lasciare indifferenti. Ma a complicare il quadro è una sorta di partito preso comunicazionale, un eccesso di provocazione che sembrerebbe dettato più da un vezzo d’autore, dall’intento di lasciare un segno riconoscibile, piuttosto che dalla volontà di indurre lo spettatore a interrogarsi su cosa sta vedendo. Sono due, in particolare, i momenti che fanno problema.

Il film si apre con una sequenza-prologo, nella quale dei ragazzi diversamente abili, con problemi sia cognitivi che motori, si divertono su delle autoscontro al luna park. A disturbare non è naturalmente la situazione in sé, ma la scrittura di Seidl, che alterna tra movimenti nervosi in semisoggettiva dei ragazzi (la cinepresa è montata sull’autoscontro) e primissimi piani frontali di alcuni di loro, colti spesso nel momento in cui si urtano a vicenda, i visi distorti in una smorfia. La cinepresa recupera infine la protagonista Teresa (Margarethe Tiesel), un donnone biondo ultracinquantenne, lasciando intendere che nella vita lavori come assistente sociale per disabili. Personalmente, io che trovo una prova di conformismo culturale tanto il politicamente corretto quanto il suo opposto, ho trovato odioso che, per ottenere un determinato effetto disturbante sullo spettatore ad apertura di film, Seidl non abbia trovato di meglio che usare la disabilità come un segno grafico attrazionale, sensazionalistico, reificando di fatto questi ragazzi, i loro corpi, le loro storie.

Se nella prima situazione, sul piano enunciazionale lo sguardo è inscritto tutto nell’istanza guida dell’io-occhio della cinepresa, in quella che sto per descrivere si potrebbe essere indotti a pensare che sia almeno in parte espressione della soggettività, non solo e non tanto scopica bensì etica, della protagonista, ma la tendenza di Seidl a privilegiare, come in questo caso, inquadrature fisse e frontali, evidenziando un’estetica da tableau vivant, scoraggia una lettura soggettivista e confina in ultima analisi il visibile alla prospettiva unica dell’autore implicito-regista. Qui, dunque, vediamo Teresa, arrivata da qualche tempo, per la prima volta, in un villaggio turistico a Mombasa, istruire il trentenne Munga, il suo primo beach boy, alle arti amatorie. Gli sposta le mani lungo il corpo, raccomandandolo di non afferrare goffamente i suoi seni, di non pizzicarle i capezzoli, ma di accarezzarla con dolcezza e nel contempo di baciarla; Munga esegue docilmente, ma di tanto in tanto torna a toccarla con eccessiva e scomposta foga, di qui una nuova reprimenda, seguita da sorrisetti di eccitazione. A disturbare qui è un sottotesto, le cui evidenze la cinepresa sembra, grazie all’effetto-di-realtà del dispositivo, limitarsi a fotografare: in questo momento, in cui sostanzialmente Munga rappresenta un preciso tipo sociale e Teresa incarna un’anonima sugar mama, insomma siamo in una scena da reader’s digest del turismo sessuale, Seidl ci sta dicendo che gli africani a letto non sanno esprimere tenerezza, potendo manifestare esclusivamente una sessualità subumana, goffa e scomposta, se non guidati da un partner bianco. Stereotipo bieco questo, ça va sans dire, figlio di un razzismo differenzialista che non conosce frontiere ideologiche, la cui portata travalica la situazione (post)coloniale che Paradies: Liebe interroga.

Siamo infatti dentro a un gioco di ruolo feroce, all’interno di uno spazio delimitato fisicamente, in cui le regole offrono scarsi margini di autonomia, tanto alle sugar mamas quanto ai beach boys. Bianche, occidentali, ricche, le une detengono il potere e lo usano, per comprare un’ora di sesso, ma anche, fa parte del pacchetto, un mix di attenzioni, tenerezza, emozioni perdute, insieme all’illusione di piacere ai loro partner così come sono. Gli altri si vendono al miglior offerente, usando l’esca di qualche braccialetto colorato ed esibendo un vocabolario persino tedesco, essenziale ma che basta alla bisogna, sempre pronti, dopo la prima consumazione, ad avanzare richieste per un padre malato, per una sorella dai troppi figli, per un cognato che ha avuto un improvviso incidente. Ma se Paradis: Liebe, primo capitolo di una trilogia, non è un film a tesi, è anzitutto perché Seidl cerca di ritagliare Teresa dal tessuto delle altre sugar mamas, che le fanno corona al suo arrivo al villaggio: indirizzata da subito a farsi un beach boy, Teresa esita, dice alle altre di cercare qualcuno che la guardi negli occhi, la sappia amare come persona, finché si lascia irretire dal gioco di ruolo e apre il portafoglio senza riserve davanti alle pretese di Munga. Quando poi scopre che quella presentata come la sorella è in realtà la moglie, lo scaccia con rabbia ma basta poco per ricaderci, ancora e ancora, con sempre maggior disincanto.

In alcuni momenti, insomma, e sono quelli più intensi del film, Seidl riesce a declinare insieme descrizione entomologica di una realtà sociale alienante – a sua volta specchio di una situazione (post)coloniale globale in cui, se la crisi rimescola le caselle tra vecchi e nuovi padroni, i servi continuano a rimanere inchiodati a un destino di mercimonio, districandosi tra piccoli e grandi trucchi per massimizzare i profitti – ed espressione di pietas per la condizione di una donna triste, sola, a cui nemmeno la figlia unica telefona per fare gli auguri di buon compleanno. Ma bisogna dire che, se il suo sguardo oscilla tra descrizione e partecipazione, rimane sempre al di qua di ogni possibile interrogazione sull’altro punto di vista. Munga, Gabriel, Salama, Josaphat, sono tutte varianti merceologiche di un unico corpo nero, sempre in vendita, intercambiabili, allineate al di là di un’invisibile vetrina. Non solo la natura del rapporto che offrono non cambia, ma Seidl non lascia spiraglio all’emersione di una soggettività micropuntuale e non sostituibile. Li riconosci dall’altezza, aveva detto a Teresa la prima sugar mama connazionale con cui aveva fatto amicizia, divertendosi a umiliare Josaphat, il ragazzino barista che non riesce a pronunciare correttamente Speckschwarte. La forza documentaria, nel senso propriamente etnografico, che esprime nei numerosi passaggi non viziati da certo gusto per la provocazione il cinema di Seidl sta tutta in questa lucidità nichilista senza concessioni del suo sguardo che gli consente di fotografare con precisione chirurgica una paradigmatica situazione (post)coloniale.

Leonardo De Franceschi | 65. Festival International du Film

Cast & CreditsParadies: Liebe
Regia: Ulrich Seidl; sceneggiatura: Ulrich Seidl, Veronika Franz; fotografia: Wolfgang Thaler, Ed Lachman; montaggio: Christof Schertenleib; scenografia: Renate Martin, Andreas Donhauser; costumi: Tanja Hauser; suono: Ekkehart Baumung; interpreti: Margarethe Tiesel, Peter Kazungu, Inge Maux, Dunja Sowinetz, Helen Brugat, Gabriel Mwarua, Josphat Hamisi, Carlos Mkutano; origine: Austria/Germania/Francia, 2012; formato: 35 mm, colore; durata: 120’; produzione: Ulrich Seidl per Ulrich Seidl Film, confinanziato da Tat Film, Parisienne de Production; distribuzione internazionale: Coproduction Office.

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