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Il console italiano

di Antonio Falduto

Dal miraggio della passerella al marciapiede, via Cape Town e Milano

Se mai un giorno qualcuno dovesse scrivere una storia del cinema del nord girato in Africa – ma lo stesso potrebbe dirsi in altro contesto (post)coloniale – avrebbe gioco facile nel constatare come quasi tutti i film rimangano schiacciati da un mix di gusto dell’esotico e del primitivo, avventurismo produttivo, mancanza di scrupoli nella gestione dei rapporti con le maestranze locali, tendenza ad alterizzare, essenzializzandolo e sottraendolo alle coordinate storiche, così da renderlo (ir)riconoscibile, il paesaggio antropico e sociale dell’Africa. Questo vale anche per il novero, assai più ristretto, dei film di coproduzione. Nel caso specifico, l’Italia ha accordi ufficiali con l’Algeria, il Marocco, la Tunisia e il Sudafrica, ultimo partenariato in ordine cronologico, ratificato nel 2005, che finora ha consentito la realizzazione di Ghost Son (Lamberto Bava, 2007), Goodbye Bafana (Billie August, 2007) e, appunto, questo Il console italiano, opera seconda di Antonio Falduto, presentata in concorso allo scorso Festival di Taormina e in questi giorni distribuita nelle sale da Movimento Film.

Va detto subito che Il console italiano è tutt’altro un film mordi e fuggi, da rapina. Falduto è uno che l’Africa, e in particolare il Sudafrica, lo conosce bene, avendoci vissuto e girato diversi documentari, essendosi speso attivamente, insieme al direttore della fotografia Alberto Iannuzzi e alla loro Zebra X, per facilitare la stipula dell’accordo di coproduzione – il primo, lo ha ricordato con orgoglio in occasione della presentazione del film all’Isola del Cinema di Roma, il 26 giugno, ad essere stato siglato dal Sudafrica post-apartheid con un paese europeo. Lo si nota dal tentativo di costruire un prodotto con qualche chances di essere distribuito e apprezzato anche in Sudafrica: due spie significative in tal senso mi sembrano essere state la scelta di Falduto di essere affiancato nella sceneggiatura da un cineasta sudafricano e soprattutto quella di concepire il film come trainato da due ruoli guida, il secondo dei quali, quello di Palesa Kubekha, è stato affidato a una talentuosa pop singer locale, Lerato “Lira” Morapo, che qui si firma Lira Kohl ed esordisce al cinema.

Nel plot, Palesa è la fidanzata di un fotografo italiano, Marco Borghi, scomparso nel corso di un reportage ad alto rischio su un traffico di ragazze sudafricane diretto in Europa per essere immesse sul mercato della prostituzione. Palesa, ex-modella, è una delle poche ad essere riuscita a scappare dagli aguzzini, per questo conosce bene i rischi corsi dal compagno e cerca di convincere in tutti i modi il console italiano a Cape Town Giovanna Bruno (Giuliana De Sio) ad attivarsi per il suo ritrovamento. La diplomatica vince le iniziali ritrosie – è prossima alla fine del mandato, tormentata da improvvisi blackout neurologici, e soprattutto viene da un legame col Borghi, interrotto per sua volontà – e si mette in moto, partendo dall’incontro con alcune donne di un centro di assistenza (il rifugio, vero, si chiama CORC, ed è gestito dall’ONG locale Sizakuyenza, insieme con l’italiana CESVI) per capire molto presto che dietro questo traffico c’è lo zampino di alcune fantomatiche agenzie la cui mission ufficiale è quella di reclutare modelle per le case di moda europee, tra cui quella di Letizia Forbara (Anna Galiena). Nel corso della ricerca, Giovanna si trova a lavorare fianco a fianco con Palesa, non senza inevitabili gelosie, malintesi e frizioni. Insieme, affronteranno prove sempre più difficili, rischiando la vita pur di scoprire la verità sul traffico di ragazze e sulla sorte di Marco.

Fin qui l’intreccio, che stempera il coté più impegnato del tema sociale con un’intelaiatura da thriller, qualche ingrediente mélo (la passata relazione tra il console e il fotografo, i disturbi ricorrenti di Giovanna, lo stato interessante di Palesa) e un andamento che prende la piega di un road movie a due, quando le donne spostano le loro ricerche a nord, ai confini con la Namibia, con quel che ne deriva in termini di approfondimento dello studio di caratteri. La costruzione drammaturgica, aperta/chiusa da una cornice narrativa riassumibile nell’immagine emblematica di un gruppo di donne in fuga nel deserto, procede con ritmi non propriamente sostenuti, dilungandosi nella ritrattistica di un piccolo mondo, quello della diplomazia europea in Sudafrica, costellato di figure un po’ così, tra affaristi senza scrupoli, funzionari assorbiti dal ruolo di facilitatori e amministratori locali compiacenti. Poco spazio è invece dedicato al vissuto e alle ragioni delle ragazze, espresse solo in un rabbioso ma breve monologo di Palesa. L’azione della società civile locale viene resa solo attraverso un paio di sequenze incentrate sulla coordinatrice del centro di assistenza e su un amico e sodale di Marco, Lionel, che introduce il console al microcosmo losco delle agenzie.

Girato in sei settimane a Cape Town, col concorso della DV8 – società cui si devono film importanti come State of Violence (Khalo Matabane, 2010), Shirley Adams (Olivier Hermanus, 2009) e Forgiveness (Ian Gabriel, 2005) – e, su versante italiano, di Rai Cinema e del MiBAC, Il console italiano ha una qualche efficacia sul piano della struttura narrativa e dialogica, nonostante la curva del thriller sia continuamente rallentata da digressioni di colore o psicologiche. Restando al piano dei valori espressivi, i problemi cominciano quando consideriamo il tratto assai opaco e poco incisivo della regia. Qualche rara accensione sul versante della fotografia non basta né riscatta soprattutto certo fastidioso indulgere a un uso convenzionalmente espressionistico del ralenti. Ma, per mettere i piedi nel piatto, la vera nota dolente de Il console italiano è in quella che altri hanno definito la politica degli attori, a partire dal casting italiano, che rimette in circolo volti corpi maschere di un cinema piccolo, vecchio, provinciale. Le stesse De Sio e Galiena mostrano di aver perso agonismo, tensione e freschezza forse per troppa assenza dal ring.

Rimangono le tracce visive – aldilà di un doppiaggio italiano che ne schiaccia le performance vocali – di alcune presenze di attori, figuranti e comparse locali, per dirla col pressbook, a partire dalla stessa Lira, che sta in campo con grande naturalezza, rubando la scena spesso senza volere a De Sio con la semplice giustezza di uno sguardo, di un gesto o una postura; viene voglia di rivederla ed ascoltarne la voce recitante. Per quella cantata, a giudicare dalle tre canzoni abbozzate nella serata all’Isola Tiberina, varrà decisamente la pena andarsi ad acquistare i suoi dischi online o sperare a breve in un tour italiano (il suo sito, per chi la vuole andare è scoprire, è misslira.com).

Ma la stessa Lira, o meglio il suo personaggio di ex-modella, si muove all’interno di un immaginario chiuso, rigido, dominato dalla centralità di un fantasma maschile, bianco, perennemente evocato – e destinato a rimanere tale fino alla fine, puro McGuffin senza corpo – dalle due protagoniste. Peggio, in questo gioco di ruolo, per effetto di un certo meditato innervamento del plot all’interno della realtà sociale sudafricana, i personaggi locali risultano quasi sistematicamente agiti, oggetti di sguardo e mire di sfruttamento; la loro capacità di riscatto sarebbe impensabile senza l’azione di supporto o esplicitamente salvatrice di un italiano (Marco salva Lira, Lira chiede aiuto a Giovanna, Giovanna insieme a Lira salva le ragazze della tratta, l’avvocato De Marchis salva Giovanna, Giovanna salva Lira). Poco importa che gli italiani popolino forse più la lista dei buoni che quella dei cattivi; nell’economia simbolica complessiva i dadi sono sempre in mano a loro. Quando poi apprendiamo – sebbene qui entrino in gioco appunto e fortunatamente solo saperi extratestuali – che lo stesso centro di assistenza ha tra i suoi partner principali una ONG italiana, il cerchio sembra chiudersi.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsIl console italiano
Regia: Antonio Falduto; sceneggiatura: Antonio Falduto, Akidah Mohamed; fotografia: Alberto Iannuzzi; montaggio: Raimondo Crociani; scenografia: Marta Zani; costumi: Isabelle Caillaud; musiche: Riccardo Giagni, Neo Muyanga; suono: Greg Albert; interpreti: Giuliana De Sio, Lerato "Lira" Morapo, Anna Galiena, Luca Lionello, Franco Trevisi; origine: Italia/Sudafrica, 2012; formato: colore, Dolby Digital; durata: 90’; produzione: Sandro Frezza, Alberto Iannuzzi, Antonio Falduto, Jeremy Nathan, Michelle Wheatley, Ferdinando Vicentini Orgnani per Alba Produzioni, ZebraX, DV8; in collaborazione con Rai Cinema, MyMovies; distribuzione: ;ovimento Films; sito ufficiale: http://www.ilconsoleitaliano.it; Facebook.

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