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Venezia 69: Bad 25

di Spike Lee

Letter to the King

A poco più di due anni di distanza dalla morte di Michael Jackson, la Mostra ospita, fuori concorso, il documentario Bad 25 diretto da Spike Lee, ultimo di una filmografia che, oltre ad annoverare tra i titoli classici della filmografia afroamericana, presenta una lunga serie di documentari perlopiù incentrati su vari, molteplici aspetti di questo tema, del quale Spike Lee è probabilmente l’esegeta vivente più importante nel panorama cinematografico statunitense. La seconda ricorrenza che Bad 25 celebra è il venticinquennale dell’uscita di uno degli album più importanti della storia del rock, un album che, seguendo di cinque anni Thriller, a lungo dominatore incontrastato delle classifiche di vendita dall’alto delle sue oramai più di 110 milioni di copie vendute, racchiude alcuni tra i brani più celebri di Michael Jackson e, soprattutto, sancisce il riavvicinarsi dell’artista, allora poco meno che trentenne, alle sue radici afroamericane.

Queste radici affondano nei suoi precocissimi esordi artistici con i suoi fratelli, e con i primi rapporti con la generazione di artisti afroamericani legata alla Motown, al fianco di personalità come Stevie Wonder, uno dei grandi sodali della sua vita artistica, e alla sua ricerca spasmodica di una collocazione nel discorso culturale afroamericano, testimoniata dalla ricerca costante di una valenza sociale per la sua musica e dal complesso apparato paratestuale del suo lavoro, come ad esempio le scelte dei videoclip, spesso ambientate in un universo iconografico fortemente legato alla presenza afroamericana nel tessuto urbano delle metropoli, con in cima New York, o le sue rivoluzionarie coreografie, che attingono a piene mani nella tradizione urban dei ballerini di strada così forte nell’immaginario statunitense, soprattutto negli anni Ottanta, un decennio che ha visto molteplici trasformazioni nei rapporti tra cultura ufficiale e sottoculture varie.

Proprio in virtù del ricorrere del venticinquennale di Bad, il film si dà fin da subito come un vero e proprio omaggio a uno degli artisti cruciali della storia del pop rock statunitense. Un omaggio che Spike Lee costruisce lungo più di due ore ricorrendo a una mole notevole di testimonianze di artisti, tecnici, manager che hanno ruotato intorno alla popstar dell’Indiana e intorno alle cui parole si costruisce il racconto della lunga, emozionante gestazione del disco. Un approccio tecnico, che giustifica pienamente la devozione alla base dell’operazione, mettendone in luce, con estrema cura dei particolari, la complessità del processo produttivo, emblematico del talento e della competenza artistica di Michael Jackson.

Bad 25 racconta, brano dopo brano, la nascita, la gestazione, lo sviluppo di ogni traccia del brano, dai primi scarabocchi su fogli volanti, minuziosamente raccolti negli archivi della Michael Jackson Foundation e mostratici all’interno del film dall’archivista che si occupa della loro conservazione, fino alla realizzazione del music video – cortometraggi, come Jacko amava definirli, dato che in alcuni casi di questo si tratta – con un’attenzione particolare proprio al video di Bad, un vero e proprio cortometraggio firmato da Martin Scorsese sulla sceneggiatura di Richard Price, già sodale di Scorsese e anche di Spike Lee in vari film, e interpretato da Wesley Snipes, sodale a sua volta di Spike Lee in vari suoi film. Spike Lee ha scelto, con degli ottimi risultati, di riprendere una seduta di visione collettiva insieme a Martin Scorsese del video del brano, cogliendo in modo estemporaneo le reazioni, i commenti, le “chicche” che, grazie alla straordinaria verve minimale e istrionica dello Scorsese attore, dà luogo a momenti tra i più divertenti del film.

Sono tantissime le personalità che appaiono nel film: si va da tutte le persone che hanno lavorato con lui nel corso degli anni, da Quincy Jones, il suo produttore esecutivo, agli ingegneri del suono, il manager, i musicisti, gli arrangiatori, i coreografi e i danzatori, il suo vocal coach, che apre una finestra sull’universo della sofisticatissima vocalità di Jacko, la sua capacità di usare la voce come uno strumento ritmico e percussivo, prerogativa che ha esteso a tutti gli strumenti classici del pop rock contribuendo in modo determinante alla costruzione del suo inconfondibile stile. Per continuare con tutte le personalità artistiche che da lui hanno tratto ispirazione, da Mariah Carey a Kanye West. Una valanga di parole che, come componendo un enorme puzzle, Spike Lee mette insieme conferendo al film uno sviluppo molto ordinato e organico, da classico documentario di matrice anglosassone a base di interviste. E naturalmente, i registi che hanno lavorato ai videoclip, in particolare Bad e Smooth Criminal.

Il documentario si sviluppa intorno a una mole di materiali eterogenei. Segnaliamo in modo particolare le riprese originali del live di Michael Jackson a Wembley nel 1988, che è parte del tour mondiale di Bad, entrato nel Guinness dei primati infrangendo un sol colpo svariati record di presenze e di incasso. Il finale del film, con la performance live di Man in the mirror, uno dei brani presenti in Bad, una delle pietre miliari della musica dell’artista statunitense, si caratterizza per la presenza di queste riprese live di rara bellezza.

Nonostante la complessità, l’esaustività, la ricchezza del film, alcuni momenti tradiscono con qualche eccesso lo sguardo adorante di Spike Lee. In particolare, l’organicità di Bad 25 è in parte guastata da due parentesi. L’una si focalizza sulle reazioni dei vari amici e colleghi di Michael alla notizia della sua morte, con una ricerca della commozione eccessivamente sensazionalista. Un modo di usare il linguaggio che tradisce una piega che il cinema di Spike Lee sembra aver preso negli ultimi anni anche nelle sue opere di finzione, come ad esempio l’ultimo film, Miracolo a Sant’Anna. L’altra, invece, è una breve parte piuttosto disorganica rispetto all’insieme incentrata sul rapporto di Michael Jackson con Nelson Mandela, la lotta all’Apartheid (che si sarebbe conclusa nel 1990 con la scarcerazione del leader e la sua elezione a presidente del Sudafrica) e quindi sul coté engagé dell’operato artistico di Jacko. Una componente di certo rilevante dell’artista, che da sempre ha approfittato – in senso buono – della propria posizione per sostenere politiche di sostegno alle popolazioni disagiate del mondo. Purtroppo, il suo sguardo sul cosiddetto Terzo Mondo tradisce sempre un vago e ingenuo etnocentrismo, e questa breve parentesi eccede il senso del film spingendo verso un’immagine “istituzionale” di Michael, molto lontana dall’intento complessivo del film incentrato, giustamente e con grande perizia, sugli aspetti artistici e tecnici del lavoro di Michael Jackson.

Un’ingenuità che emerge anche dalla sua, diremmo, disperata ricerca di raccontare l’essere afroamericano. Ne sono esempio il brano Liberian Girl e il relativo videoclip, del quale il film mostra delle immagini, che si avventura nel racconto delle origini africane dell’afroamericanità costantemente sul crinale dell’esotismo e della rappresentazione oleografica orientata chiaramente, a un mercato profondamente mainstream in cui Michael Jackson si colloca apertamernte. Rischio condiviso anche nella fase più in vista dell’operazione-Bad, cioè il videoclip del brano che dà il nome all’album: anche in questo caso, Jacko parte dalla volontà di guardare alla sua identità, alle sue radici, andando a Brooklyn, ad Harlem, inserendo nel video coreografie ispirate da ballerini di strada, fornendo una rappresentazione delle fasce sociali dei neri americani piuttosto legate a stereotipi e immaginari che popolano il cinema americano dell’epoca, i cui stilemi vengono direttamente dalla nuova Hollywood degli anni Settanta, di cui non a caso Scorsese e Price sono due esponenti. Uno sguardo che, quindi, pur partendo dal più genuino degli istinti, mutuato dall’immaginario di un’industria riafferma uno stereotipo dell’afroamericanità. Restituendo alla sua vocazione alla ricerca un risultato più complesso e frutto di spinte che mescolano la purezza dell’ideale sociale alla complessità delle stratificazioni iconografiche accumulatesi nel corso del cinema del secondo Novecento intorno al tema.

Simone Moraldi | 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsBad 25
Regia: Spike Lee; fotografia: Tommy Maddox-Upshaw; con: Mariah Carey, Quincy Jones, Martin Scorsese; origine: USA, 2012; formato: colore; durata: 123’; produzione: John Branca e John McClain per 40 Acres & A Mule Filmworks.

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