title_magazine

Venezia 69: El sheita elli fat (Winter of Discontent)

di Ibrahim El Batout

La rivoluzione a caldo

Non sono passati che diciotto mesi dalla Primavera Araba, ma già il mondo è stato inondato da centinaia e centinaia di ore di video che raccontano quelle giornate, come una potente grandinata, favorita senz’altro dalla disarmante semplicità di circolazione di immagini garantita dallo sviluppo cui la rete è arrivata ai giorni nostri. Un tratto, questo, inedito per processi storici analoghi avvenuti in altre epoche. Un’ondata che ha travolto più di dieci paesi situati, in particolare, nel Nord Africa e in Medio Oriente, che in alcuni di essi è ancora in atto, con modalità brutali e feroci, e in altri lascia tuttora aperta una voragine politica, sociale, economica. Siamo probabilmente di fronte a una svolta storica, forse uno degli eventi più importanti dell’era postcoloniale, in anni in cui il cosiddetto Terzo Mondo si sta riproponendo sulla scena mondiale come un luogo di nuove e mutate frizioni politiche ed economiche. Saranno il tempo e la storia a determinare la crucialità del burrascoso processo in atto, ma nel frattempo i testimoni e gli interpreti di questi paesi del mondo, Tunisia, Libia, Egitto, Siria, si stanno impegnando per riprendersi il loro diritto di parola, per ridare voce al loro legittimo fervore storiografico.

È da questa insopprimibile istanza che proviene El sheita elli fat, realizzato dall’ex-reporter egiziano Ibrahim El Batout, con già all’attivo una lunga serie di réportages realizzati in varie zone di guerra, giunto al quarto lungometraggio. Alla luce del suo curriculum, non avrebbe potuto essere nessun altro a farsi carico di raccontare il gennaio egiziano, piazza Tahrir, quei diciotto giorni di un anno e mezzo fa che portarono milioni di persone in piazza e condussero alle dimissioni di Hosni Mubarak, l’11 febbraio 2011.

El Batout decide di raccontare la Primavera Araba attraverso il linguaggio della finzione, costruendo un film intorno a tre personaggi: l’attore e attivista Amr che recita nella parte di se stesso, la giornalista della tv di regime Farah e il commissario di polizia Adel. Amr, allo scoppio delle proteste del 25 gennaio, intuisce i fatti imminenti e si prepara al peggio. I crescenti disordini mettono in allarme le forze dell’ordine che, guidate dal commissario protagonista del film, stringono i ribelli intorno a una serie fitta di giri di vite. Giri di vite di cui è presto vittima Amr, strappato a sua madre e alla sua casa, dove lavora come ingegnere informatico e giorno dopo giorno ascolta le crescenti grida provenienti dalle vie del Cairo. Contestualmente, la trasmissione tv in cui Farah lavora fatica, giorno dopo giorno, a nascondere i fatti del Cairo ma si ostina a voler restituire un’immagine tranquillizzante della situazione. Farah, dopo aver subito le angherie del conduttore principale del programma per le sue alzate di testa, se ne va sbattendo la porta e si avvicina a uno dei nuclei di ribelli. Nel frattempo, si crea un rapporto tra Adel e Amr, che viene prelevato dalla sua casa, della quale da allora si occupa ogni giorno sua madre, e per vari giorni è costretto a subire le torture della polizia egiziana. Al suo ritorno, sconvolto per la morte improvvisa della madre, si riavvicina all’amata Farah.

Il film tenta di darsi, probabilmente, come una sintesi in cerca di efficacia della situazione di quei giorni, mettendo in luce la presa di coscienza delle persone e l’indifferenza al male dei funzionari di Mubarak, e le ripercussioni sulla vita delle persone dell’atteggiamento repressivo del regime. Il film si costruisce volutamente in modo frammentario, attraverso una narrazione spesso ellittica e accumulatoria dei fatti inerenti i personaggi, senza mai abbandonare un tono freddo e distaccato, ma talora allo stesso tempo crudo e spoglio di filtri, nel raccontare la reclusione, la tortura, la censura, la disinformazione. E, a tal proposito, il punto di vista della “guerra mediatica” è un osservatorio interessante da cui guardare il film: i molteplici monitor che appaiono sullo schermo mostrano le immagini che la tv cerca palesemente di nascondere sotto il tappeto. il film si apre direttamente con un’intervista, realizzata da Amr tempo addietro, a un suo amico reporter di guerra già vittima degli elettroshock della polizia, e intanto il bieco conduttore televisivo continua a far propaganda al regime e a tenere nascosta ai cittadini la verità delle sommosse. Il discorso mediatico, nevralgico per collocare e comprendere lucidamente la Primavera Araba in un’ottica storica, si pone come un luogo di frizione politica che il film tocca e analizza con cura.

Il film tenta di porsi in scia rispetto alla produzione di materiale audiovisivo a caldo, proponendo un film le cui riprese sono iniziate proprio nei giorni di piazza Tahrir, ma proponendo allo stesso tempo uno sguardo per forza di cose più meditato, meno documentale, più spinto verso il “compito” di porre la questione in modo più istituzionale attraverso il mezzo del film di finzione. Lo sguardo cronachistico di El Batout, che probabilmente è una deformazione professionale del suo lavoro di reporter di guerra, impedisce uno sviluppo in profondità dei personaggi, che restano schiacciati nella loro funzione narrativa e nella serie di eventi (il poliziotto cattivo, la giornalista pentita, il ribelle martire), alcuni dei quali non aggiungono poi granchè al film nella sua organicità, come ad esempio l’accenno di love story tra Farah e Amr, o anche la morte naturale di sua madre. Cade su questo film il sospetto – piuttosto frequente, nei casi di film sospinti da una fortissima motivazione politica e personale – che un criterio di ideazione della sceneggiatura sia stato “il fine giustifica i mezzi”: pur di arrivare a colpire, si cerca di aprire più canali possibile verso la sensibilità del pubblico per arrivare allo stomaco, al cuore e alla pelle oltre che alla testa. Un modo per cercare di sensibilizzare il più persone possibile rispetto alla situazione dei paesi coinvolti nella Primavera Araba. Sarà interessante vedere se il lavoro di Ibrahim El Batout proseguirà nel futuro con un discorso più analitico e approfondito sul post-rivoluzione; sarà solo a partire da queste riflessioni che si potrà comprendere la storia che scaturirà da questa serie di eventi così importanti.

Simone Moraldi | 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsEl sheita elli fat (Winter of Discontent)
Regia: Ibrahime El Batout; sceneggiatura: Ibrahim El Batout, Ahmed Amer, Youssef Naim; interpreti: Amr Waked, Salah Alhanafy, Farah Youssef; origine: Egitto, 2012; formato: colore; durata: 94’; produzione: Amr Waked, Ibrahim El Batout, Tamer Mortada e Ahmed El Zoghby per ZAD, Ain Shams, Aroma, Material House; sito ufficiale: winterofdiscontentthefilm.com

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
venerdì 12 gennaio 2018

Viaggio in Italia con il cinema tunisino

A 50 anni dal primo passaggio di Roberto Rossellini in Tunisia per le riprese de Gli atti degli (...)

martedì 2 gennaio 2018

Terminate in Marocco le riprese di Sofia

Sono terminate a dicembre le riprese di Sofia, primo lungometraggio della cineasta (...)

lunedì 4 dicembre 2017

I premi del RIFF

Sono stati annunciati ieri i vincitori della XVI edizione del RIFF – Rome Independent Film (...)

lunedì 4 dicembre 2017

Balon e Talien premiati al TFF

Alla cerimonia di chiusura del trentacinquesimo Torino Film Festival che si è svolta lo scorso 2 (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha