title_magazine

Venezia 69: Avoir vingt ans dans les Aurès

di René Vautier

Francia-Algeria, dall'altra linea del fronte

L’operazione di restauro, a cura della Cinémathèque Française, in collaborazione con varie altre istituzioni nazionali, di Avoir vingt ans dans les Aurès riporta René Vautier all’attenzione del pubblico della Mostra. Regista misconosciuto e perseguitato, dapprima partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo la guerra frequenta l’IDHEC e viene poi assoldato dal governo per realizzare un film didattico sull’Algeria da proiettare nelle scuole con lo scopo di illustrare la storia delle colonie francesi. Nel suo soggiorno algerino Vautier prende atto della feroce oppressione francese sulle popolazioni locali e si ripresenta in Francia con un film un po’... diverso, totalmente fuori dalla linea imposta dal governo. Talmente diverso da causargli vari capi d’accusa e un anno di carcere. Il suo primo periodo di detenzione, come René Vautier stesso ha ricordato durante la presentazione del film in Sala Perla al Lido, e come Roberto Silvestri ricorda nel suo lungo ed esaustivo articolo dedicato alla vita e alla carriera di Vautier.

Avoir vingt ans dans les Aurès, premiato nel 1972 a Cannes col Premio della Critica Internazionale, è una delle opere che Vautier ha realizzato per raccontare la guerra d’Algeria, una delle più lunghe e sanguinose tra le guerre di liberazione del Secondo Dopoguerra, da punti di vista altri e con altri strumenti, recandosi sul campo, ricercando la verità nelle testimonianze di chi tutti i giorni vive l’Algeria in guerra, piegando il cinema alla documentazione, al racconto di cronaca, ai generi del documentario. La trama prende spunto da un episodio risalente alla metà degli anni Cinquanta, quando un gruppo di antimilitaristi francesi di un ex-plotone bretone viene catturato e spedito nella regione dell’Aurès, in Algeria. All’interno di questa truppa, che con il tempo ricomincia a combattere la guerra, ha luogo la vicenda del soldato Noel Favretière il quale, incaricato una notte di sorvegliare un prigioniero catturato il giorno prima, decide invece di liberarlo e disertare insieme a lui. Una storia tanto significativa quanto unica, il che ha imposto a Vautier di rinunciare a costruire tutto il film intorno a essa e a trascorrere un lungo periodo di preparazione del film a raccogliere interviste ai soldati. Sulla base delle più di seicento ore di girato Vautier ha poi costruito la sceneggiatura del film. Ci immaginiamo Vautier all’epoca come un cineasta a metà tra Jean Rouch, che vent’anni prima era stato spedito in Africa per costruire ponti ed era tornato con vari metri di pellicola che documentano le pratiche rituali del popolo Songhay, e Roberto Rossellini, che con le sue opere non finzionali si colloca vicino a Vautier, nel suo modo di costruire lo script sulla base di materiale documentale e di dar luogo a un’opera che, fecondamente, risente di una forza ibridante in cui finzione e documentario convivono scissi all’interno della stessa forma, una forma ribelle, spaccata, meticcia.

Nonostante questo intento più ampiamente narrativo dell’operazione, alla fine del film la vicenda del soldato Favretière occupa più di una buona mezz’ora. Con un occhio empatico e solidale, Vautier mostra le forme violente cui è sottoposto il prigioniero, interpretato da Hamid Djellouli, nelle mani del plotone. Con uno spirito cronachistico – lo stesso che, supponiamo, abbia mosso Gillo Pontecorvo ne La battaglia di Algeri – Vautier ci racconta la scelta di Favretière e la loro fuga notturna. Segue, con un tono che fonde mirabilmente la neutralità della cronaca e il dramma radicale, di stampo quasi neorealista, il racconto della fuga nel deserto e verso il confine più vicino nelle condizioni precarie di salute in cui versa il personaggio di Djellouli, fatto di situazioni minime (ad esempio, il gesto di Noel di gettare via la scatola di sardine, cioè il loro poco cibo, al rifiuto del suo compagno di fuga di volerne un po’). Fatto di caldo, di sete, di ferite, dell’impossibilità di comunicare tra i due che non condividono nessuna lingua, della diffidenza che, da elemento di origine del loro rapporto, ben presto si trasforma in fiducia reciproca, che si fa tanto più disperata quanto più le loro condizioni diventano estreme.

Oggetti di scena come la borraccia dell’acqua, costantemente razionata come unica fonte di sopravvivenza, e il mitra che, passando di mano in mano a più personaggi nel corso dello sviluppo della vicenda, assume volta per volta una funzione narrativa e un potere emozionale diversi, assurgendo a ingranaggio narrativo essenziale e cardine dell’identificazione dello spettatore. Lo sviluppo dei personaggi è costruito in maniera mirabile da Vautier, tocchiamo con mano e definitivamente la forza che è conferita al film dal suo essere saldamente radicato nella realtà e nelle sue origini documentarie, una realtà che è presente attraverso la moltitudine di dettagli, di situazioni, di ostacoli che fatalmente si trovano a vivere i due uomini messi in quella situazione. Man mano, le condizioni di salute del personaggio di Djellouli si fanno disperate, così Noel lo lascia in un nascondiglio tra le dune con la promessa di non abbandonarlo e va in cerca di aiuto. Si imbatte nella capanna in cui abita una famiglia algerina, una madre con i suoi figli. Una rappresentazione cruda, materica, fortemente radicata nel documento che, evocando implicitamente i loro rapporti, le gerarchie familiari, il ruolo dell’uomo, della donna e dei bambini, restituisce tutta la forza di queste persone – prima che personaggi – creando un momento di altissimo cinema nel rapporto che si crea tra Noel, ferito e disidratato, e i bambini della famiglia, personaggi che in pochi minuti e pochi gesti acquisiscono tridimensionalità. Il gruppo torna dal prigioniero, ancora vivo grazie all’acqua lasciatigli da Noel, la cui ferita guarisce medicata da un unguento preparato dalla mater familias. Alla forte struttura a ringkomposition è avvinto anche l’epilogo della vicenda: Noel regala alla bambina la sua spilletta di parà, e a nulla servono gli inviti del prigioniero – rivolti in una lingua ignota per lui – a riprenderla, dal momento che i soldati francesi che sono sulle loro tracce li avrebbero trovati e, vedendo la spilla, uccisi, colpevoli di aver aiutato i fuggiaschi. E così accade, nella migliore tradizione rosselliniana (l’ultimo episodio di Paisà, il più crudo, finisce nello stesso modo). E mentre Noel si dispera sui corpi dei bambini, ai quali già in pochi gesti semplici mirabilmente raccontati da Vautier si era affezionato, il prigioniero, mosso dalla disperazione, rivolge il mitra contro Noel, uccidendolo e vanificando mezz’ora di immani sforzi di sopravvivenza e facendo precipitare nel nulla tutto il patrimonio di umanità costruito con estrema sapienza nel corso di questa meravigliosa mezz’ora di grande cinema.

Avoir vingt ans dans les Aurès, ovvero la speranza di riportare alla luce il cinema di René Vautier, misconosciuto in Italia, con tutta la sua carica umana, sociale, politica.

Simone Moraldi - 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsAvoir vingt ans dans les Aurès
Regia: René Vautier; sceneggiatura: René Vautier; fotografia: Pierre Clément, Daniel Turban; montaggio: Nedjma Scialom; sonoro: Antoine Bonfanti; musiche: Yves Branellec, Pierre Tisserand; interpreti: Philippe Léotard, Alexandre Arcady, Hamid Djellouli, Jacques Canselier, Jean-Michel Ribes, Alain Scoff, Jean-Jacques Moreau, Michel Elias; origine: Francia, 1972; formato: colore; durata: 97’; produzione: U.P.C.B. - Unité de Production Cinématographique de Bretagne.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha