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Roma 7. Una ripartenza in chiaroscuro

di Leonardo De Franceschi

Al via il 7. Festival Internazionale del Film di Roma (9-17 novembre 2012)

Diverse ombre, qualche luce. Dal 9 novembre prende il via la settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, nella sua versione 2.0 cioè nella nuova formula voluta dal neodirettore Marco Müller. Per quello che vale, continuiamo a pensare che un festival generalista oltre a indebolire Venezia e Torino non faccia granché bene al sistema-cinema italiano; l’errore, è vero, nasce a monte, ma a quanto pare nessuno ha intenzione di correre ai ripari, assumendosi la responsabilità di dare un’identità più definita e riconoscibile alla kermesse romana. Ma torniamo a volare basso e a occuparci delle questioni che più ci stanno a cuore e che chiamano in causa temi dominanti, forme, figure di cineasti nelle quali si concretizza la presenza africana in questa settima edizione.

In estrema sintesi, la programmazione continua, sul trend di tanti altri festival medio-grandi degli ultimi anni, a ignorare film prodotti da cineasti africani (e afrodiscendenti), lasciando che quel poco d’Africa che trapela quasi clandestinamente sul grande schermo sia filtrato rigorosamente dallo sguardo di registi europei. Che poi da questo incontro tra cineasti spesso nobilmente motivati e la realtà dell’Africa o delle sue diaspore possa nascere del buono è altra questione, anzi, persino il film più mistificatorio, se debitamente decostruito, può rappresentare un’occasione di riflessione utile, ma questa è un’altra partita, tutta interna al nostro immaginario. Un paio di ulteriori notazioni basteranno a chiudere questo primo sguardo. Basta qualche cifra. Tre concorsi, dunque tre giurie. Diciotto fra membri del comitato di selezione. Quanti esperti o consulenti per l’Africa o i paesi arabi? Zero. Quanti giurati africani o afrodiscendenti? Zero. E sì che rimpiangendo la partenza di Müller dal Lido nel nostro articolo di presentazione della Mostra di quest’anno citavamo gli autori africani e afrodiscendenti (ri)lanciati dalla Mostra nell’ultima gestione. Strano immaginare che nel semestre che precede i due più grandi festival panafricani, le Journées Cinématographiques de Carthage e il Fespaco, non ci fossero film all’altezza del pubblico romano. E gli ultimi Benhadj, Bouzid, Ben Mahmoud? Li abbiamo lasciati agli arabi del Golfo, se li vedano tra loro.

Fatte queste premesse, sul piano quantitativo, gli appuntamenti non sono pochi. Partiamo dalle storie d’Italia e dei nuovi italiani, di fatto se non di diritto. In Concorso, aspettiamo al varco Claudio Giovannesi che con il suo Alì ha gli occhi azzurri torna dopo il doc Fratelli d’Italia ad Ostia, per indagare dinamiche di integrazione e convivenza. Fuori Concorso, primo tra i diversi film in programmazione o in arrivo (vedi II sole dentro di Paolo Bianchini) che insistono sull’associazione tra Africa a calcio, Black Star sviluppa il documentario Liberi Nantes Football Club, sempre a firma Francesco Castellani, raccontando le vicende di una squadra amatoriale (vera) composta da rifugiati politici africani: a naso, mi verrebbe da scommettere sul secondo più che sul primo. In Prospettive Italia, ci incuriosisce assai Italian Movies di Matteo Pellegrini, in cui si racconta la scoperta selvaggia del cinema da parte di un gruppo di lavoratori migranti che s’improvvisano cineasti (con la complicità del nostro Eriq Ebouaney, che torna dopo Henry di Piva); da seguire, per tornare ai temi sportivi, Acqua fuori dal ring di Joel Stangle, dove la lotta per la sopravvivenza di un migrante africano si fa anche con i guantoni.

Ma anche Alice nella città batte un colpo, anzi tre. Le Sac de farine, coproduzione belga-marocco-francese, diretta da Kadija Leclerc, riporta Hafsia Herzi (promessa sempre più mantenuta del cinema postcoloniale francese) a un plot di partenze indesiderate e ritorni ambiti tra Europa e Nordafrica che ricorda Française. Little Lion, sempre transalpino, ci ripropone l’ennesima parabola calcistica di un talento africano illuso e abbandonato al suo destino, ma forse il film manterrà più di quanto sembra promettere il plot. Meno male, in ogni caso, che c’è Ocelot, di ritorno all’epopea del piccolo Kirikou, con un nuovo prequel del primo capitolo, Kirikou et les hommes et les femmes.
Saltabeccando nelle altre sezioni, vi segnaliamo qualche altra chicca. Una tra tutte, nella retrospettiva Cinema espanso 1962-1984, la proiezione del restaurato Der leone have sept cabeças, capolavoro del terzo cinema affamato e sognante di Glauber Rocha con uno sguardo alla nuova Africa post-indipendenza. Non perderei, infine, due schegge di vita afrolusitana che arrivano dalla sezione Cinemaxxi, vale a dire l’episodio Lamento da vida jovem (nel collettivo Centro histórico), che porta di nuovo Pedro Costa a seguire i vagabondaggi del suo antieroe nero Ventura, stavolta nell’antica Guimarães e Birds di Gabriel Abrantes (corto inserito nel programma Guimarães transversal) che si e ci sposta invece in una Haiti densa di memorie postcoloniali.

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