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Goodbye Morocco

di Nadir Mocknèche

La scorsa settimana, nel piccolo cinema d’essai di Saint-Ouen, periferia nord di Parigi, Nadir Mocknèche ha presenziato alla proiezione del suo ultimo sforzo creativo: Goodbye Morocco. Il regista e sceneggiatore è conosciuto dal pubblico per essere una sorta di Almodovar franco-algerino. Con questo film, per la prima volta, si distacca dalla commedia e dirige un film noir in salsa marocchina. Il film è uscito nelle sale francesi lo scorso 13 febbraio.

Il plot del film è estremamente intricato. La protagonista è Dounia (Lubna Azabal), una marocchina divorziata che convive con Dimitri (Rusha Bukvic), un architetto serbo a Tangeri. Dounia ha un figlio, dato in custodia al marito, e dirige con Dimitri un cantiere immobiliare dove, a seguito di alcuni scavi, emergono delle tombe paleocristiane del IV secolo ornate da affreschi. Gli operai del cantiere sono quasi tutti nigeriani pagati in nero e uno di loro, omosessuale, tenta di rubare un teschio antico nella speranza di piazzarlo sul mercato nero, per poi emigrare in Spagna con il ricavato. Anche Dounia vuole scappare in Spagna con suo figlio – che ha intenzione di rapire - e il suo compagno, e per questo cerca di organizzare un traffico lucrativo sulla scoperta archeologica. Ma una relazione pericolosa con il suo autista, un suo compagno d’infanzia da sempre innamorato di lei, minaccia di mandare all’aria i suoi piani.

Sotto l’aspetto narrativo, il film risulta “faticoso” non solo da raccontare ma anche ad una prima visione. Le piste narrative si aprono di continuo e ad ogni scena sembrano aprirsene delle altre. Non a caso “Le Monde” lo ha definito un film “millefoglie”. Non si vuole assolutamente contestare ai film di offrire una certa complessità nelle strategie narrative, anzi ben vengano, solo che in questo caso il regista non riesce ad armonizzare la troppa carne al fuoco in un flusso coerente e coinvolgente. Il film resta perlopiù su toni medi, con conversazioni tra due personaggi, e nessuna scena buca lo schermo per intensità o virtuosismo tecnico. Insomma il film non coinvolge, forse per un eccesso di accademismo.

Certamente resta un film interessante se lo si considera una proposta di analisi sociologica della società marocchina, con riferimenti a tutto il Maghreb. I temi sono trattati tutti con una discreta sensibilità. Ma basta elencarli per avere il sospetto che si pecchi di presunzione a volerli trattare tutti in un unico calderone. Solo quelli più evidenti sono: il ruolo della donna nelle società islamiche; la differenza di classe tra borghesia e operai subsahariani; il tabù dei rapporti post-matrimoniali; il dominio patriarcale nei vincoli giuridici rispetto ai rapporti familiari; l’omosessualità, considerata reato penale in Marocco; la natura e i rischi dei rapporti amorosi clandestini; le ragioni all’origine dei flussi migratori verso l’Europa; la sostanziale transculturalità del Marocco, simbolizzata nella scoperta archeologia come un ritorno del rimosso. Forse anche solo dimezzando le problematiche, entrando più nel merito di poche, si sarebbe potuto dare al film maggior respiro.

Nota positiva non da poco: gli attori.
Tutti credibili, molto efficaci, diretti con intelligenza, senza mai cadere in stereotipi o luoghi comuni. Le scene di nudo non sono mai gratuite e ritraggono una intimità domestica molto schietta, anche grazie all’ottimo lavoro della direttrice della fotografia, Hélène Louvart, la stessa che ha illuminato la Pina di Wenders. In questo film si privilegiano le ombre e i chiaroscuri, ma in modo molto sobrio e non assoggettato in toto ai codici estetici del genere noir.

In definitiva si tratta di un film che pecca di una smisurata ambizione, ma che rimette al centro della scena dei temi caldi, scottanti nelle società arabe contemporanee. Mocknèche, al termine del film, si è soffermato a parlare del lungo lavoro di preparazione con gli attori e rivela che il film non ha ancora trovato distributori in nessun paese del Maghreb, ed è stato rifiutato dal festival del cinema di Tangeri.
Ragione in più per credere nella buona fede del regista e attendere il suo prossimo - magari meno titanico - sforzo.

Riccardo Centola | Parigi

Cast & CreditsGoodbye Morocco
Regia: Nadir Moknèche; soggetto e sceneggiatura: Nadir Moknèche; fotografia: Hélène Louvart; montaggio: Olivier Gourlay, Stéphanie Mahet; suono: Cyrille Lauwerier ; scenografia: Johann George; musiche: Stéphane Reichart; interpreti: Lubna Azabal, Rasha Bukvic, Faouzi Bensaïdi, Ralph Amoussou, Grégory Gadebois; origine: Francia/Marocco, 2011; durata: 105’; produzione: Blue Monday Productions; distribuzione: Les films du losange.

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