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L'Africa in Italia: il cantiere è aperto!

a cura della redazione

Da alcuni giorni è uscito per Aracne Editrice il volume L’Africa in Italia. Per una controstoria postcoloniale del cinema italiano a cura di Leonardo De Franceschi, con la prefazione di Annamaria Rivera e la postfazione di Igiaba Scego. Nel parterre degli autori spiccano la codirettrice Maria Coletti e altre figure storiche della nostra redazione, Alice Casalini e Simone Moraldi, ragion per cui ci sembrava doveroso segnalarvi questa "nostra" iniziativa editoriale, prima uscita della neonata collana Studi postcoloniali di cinema e media, diretta da De Franceschi.
Il volume contiene testi di: Gina Annunziata, Alice Casalini, Maria Coletti, Leonardo De Franceschi, Rosetta Giuliani Caponetto, Shelleen Greene, Alessandro Jedlowski, Simone Moraldi, Farah Polato, Annamaria Rivera, Igiaba Scego e Vito Zagarrio. Presenta inoltre conversazioni con dieci cineasti afrodiscendenti di primo piano, operanti in Italia: Tarek Ben Abdallah, Rachid Benhadj, Kim Bikila, Mohamed Challouf, Eriq Ebouaney, Esther Elisha, Theo Eshetu, Ahmed Hafiene, Fred Kuwornu e Dagmawi Yimer.

Attori, registi, tecnici, organizzatori: è un piccolo esercito invisibile di oltre cinquecento donne ed uomini il protagonista di questo libro. Nati in un paese africano, in Italia da genitori africani oppure espressione di diaspore storiche, questi cineasti hanno contribuito a far navigare la barca del cinema italiano, portandosi dietro talenti, storie, saperi, che ci ricordano il carattere irriducibilmente plurale, complesso ed eterogeneo, della società in cui viviamo. Dieci sguardi su altrettanti snodi della storia recente o passata del cinema italiano, dieci incontri con cineasti protagonisti della scena attuale, una banca dati ricca di nomi e informazioni: con L’Africa in Italia si apre un cantiere di ricerca, indirizzato a chi il cinema lo fa, lo studia o più semplicemente lo segue, che mira a produrre una visione del nostro cinema più inclusiva e aperta alle differenze.


DUE TESTI PREPARATORI PER L’INTRODUZIONE, di Leonardo De Franceschi

# 1 - LE RAGIONI DI UNA COLLANA

Ci sono, a mio avviso, almeno tre ottime ragioni per lanciare, oggi, una collana di studi filmici orientati a una prospettiva postcoloniale. Anzitutto, anche se non necessariamente si tratta della ragione più importante, perché con ogni probabilità la nostra collana rappresenta la prima in assoluto, su scala internazionale. Se è vero che due aree tradizionalmente distanti quando non ostili come la disciplina degli studi filmici e l’ambito degli studi postcoloniali cominciano finalmente a dialogare – prova ne sia il crescente interesse nei confronti del cinema nelle riviste accademiche di ambito postcoloniale ma soprattutto il recente fiorire di volumi di studi filmici che stanno non senza fatica, e contando soprattutto su una generazione di giovani studiosi, costruendo le condizioni per il riconoscimento del pensiero postcoloniale come matrice forte anche in quest’area di ricerca – nessuno aveva mai osato immaginare un luogo permanente e non occasionale di riflessione e sedimentazione attorno a un approccio postcoloniale negli studi filmici.

La seconda ragione è che, in tempi di crisi conclamata della globalizzazione economica, con tutti i pericoli connessi a un quadro sociale a rischio di tensioni crescenti, tra nord e sud, paesi ricchi e paesi poveri, élites in via di arricchimento e classi medie in via di scivolamento verso la povertà, occorre mettere a fuoco strumenti che possano consentirci di leggere i modi con cui il cinema sta raccontando questi processi di ristrutturazione che coinvolgono anche l’immaginario, bisogna provare a produrre discorsi in grado di disinnescare messaggi pericolosi, senza cadere nelle trappole di un militantismo demagogico. Credo inoltre che, senza rinunciare al piacere della complessità, dell’interpretazione controcorrente, del confronto con il pensiero critico, occorra non accontentarsi di un uditorio di accademici e universitari, si debba osare rispondere al successo popolare di film che continuano a lucrare su stereotipi razzisti, magari riconfigurandoli dal piano di un differenzialismo biologico a uno culturologico, che si fa strada anche nell’area liberal e sedicente progressista.

La terza ragione, più specifica, nasce dalla considerazione di una sorta di prezzo che, nell’area degli studi filmici, i non numerosi contributi di approccio postcoloniale hanno dovuto pagare alla loro area di provenienza. Mi riferisco a un carattere interdisciplinare che troppo spesso ha nascosto curriculum universitari proteiformi, oscillanti tra studi letterari, di comparatistica, di sociologia, di scienze politiche e che, quando viene applicato all’analisi di testi filmici, produce saperi galleggianti su un inerte e astratto gioco di rimandi teorici o letture schiacciate sull’interpretazione, magari sofisticata, del messaggio, trascurando le puntuali articolazioni del linguaggio. Quali che siano le discipline convocate volta per volta su un piano metodologico, questa collana nasce per essere un laboratorio di riflessioni iscrivibile nell’ambito degli studi filmici. Ogni sguardo che esprima una prospettiva disciplinare diversa da quest’ambito sarà inserito nell’orizzonte della nostra riflessione e valorizzato proprio per la sua puntuale specificità.

Il cantiere che si apre con questa collana di studi filmici si propone di lavorare intorno a tre assi, unite da una serie inestricabile di nessi, vale a dire modi di produzione, modi di espressione e modi di rappresentazione. Perdere di vista il primo vuol dire produrre discorsi ancorati a un paradigma teorico idealistico, dimentico del carattere costitutivo d’industria che il cinema ha avuto fin dal suo nascere. Trascurare la centralità del secondo significa cadere nelle panie di un pensiero che si arresta al dato economicistico e a quello semantico, sottovalutando l’interrogazione delle forme, della retorica, del linguaggio, tanto più in una fase di grandi trasformazioni sul piano tecnologico. Quanto al terzo asse, se la tradizione del pensiero postcoloniale lo ha sempre posto al centro della propria riflessione, occorre riconfigurare questo regime di preferenzialità, riconducendo i nostri discorsi all’interno di una cornice che parta dalle specificità, industriali ed espressive, del mezzo cinematografico.

#1 - NOTE D’INTENZIONE

Questo volume si propone un doppio intento. Anzitutto, si tratta di fare la prima mappatura di un fenomeno che investe i modi di produzione del cinema italiano contemporaneo (fiction compresa), vale a dire l’emergenza di quella che ormai possiamo considerare una prima generazione di cineasti afrodiscendenti, includendo con questo termine registi, attori, ma anche figure tecnico-artistiche, organizzative, sempre più presenti a tutti i livelli della filiera. In secondo luogo, vogliamo abbordare la questione dei modi di rappresentazione degli africani e degli afrodiscendenti (migranti, stranieri residenti, seconde generazioni) per come è stata configurata nel cinema italiano contemporaneo, soffermandoci in modo particolare sull’ultimo decennio abbondante, marcato dalla campagna anti-islamica post-11 settembre e dall’entrata in vigore della Legge Bossi-Fini. La cautela nei termini evocati indica la consapevolezza che questo volume intende semplicemente aprire un cantiere di raccolta d’informazioni e riflessioni sul doppio tema individuato.

Lo strumento individuato per la nostra indagine sarà quindi duplice. Da una parte, per fotografare questa generazione emergente, si procederà attraverso la redazione di un database di mini-schede bio-filmografiche e la programmazione di una serie d’interviste-conversazioni con le figure più significative del panorama. Dall’altra, per analizzare alcune marche simboliche ricorrenti all’interno del cinema contemporaneo italiano quando affronta storie di africani e afrodiscendenti, si è voluto inserire in indice una serie di saggi calibrati soprattutto sulla produzione dell’ultimo decennio, ma con alcuni sguardi rivolti al passato e percorsi che toccano altri ambiti espressivi, dal cinema del reale alla fiction televisiva.

L’elemento chiave di raccordo tra la prima sfera d’indagine e la seconda, tutto iscrivibile nella dimensione dell’audiovisibile, dei segni acustico-visivi che hanno cioè accompagnato la narrazione degli africani e afrodiscendenti nel cinema italiano contemporaneo, mi sembra essere l’attorialità. Se la prima domanda alla quale il volume nel suo insieme vuole tentare di cominciare a rispondere è quale immagine degli africani e afrodiscendenti emerge dal cinema italiano, ci interessa non meno cercare di capire quali attori e attrici hanno contrassegnato il configurarsi di questa immagine. Attraverso le nostre interviste e le nostre riflessioni, si tratta di provare a mettere a fuoco la politica degli attori che ha accompagnato l’emergere di questa immagine: come dire, che tipo di casting hanno condotto produttori e registi davanti alla scelta d’interpreti per ruoli di africani o afrodiscendenti, a quali tipologie di attori si sono rivolti, che valutazione hanno dato della loro formazione, che occasione di valorizzazione e crescita professionale hanno offerto loro.

Sono riflessioni, quelle legate alla formazione e più in generale all’integrazione con l’industria cinematografica, che emergeranno anche dalle conversazioni con altre figure professionali, registi in testa. L’ipotesi esplorativa evocata dal titolo, che s’intende volutamente provocatoria, chiamando/rovesciando l’immagine dell’America in Italia cara all’uomo della strada, è che questi cineasti nell’insieme siano riusciti con molta fatica e dedizione a costruirsi uno spazio di visibilità e insieme una possibilità di affermazione, spazio e possibilità assai precarie, all’interno di una cinematografia che rimane ancora sostanzialmente chiusa nei confronti di artisti che non siano italo-italiani, scarsamente attrezzata a favorirne un processo d’integrazione e valorizzazione positiva e incline a veicolare una visione del corpo sociale poco dialogica, monocromatica, inadeguata davanti alle sfide della differenza, dell’ibridazione e della complessità culturale che ci impone il presente.

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