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Re della terra selvaggia: analisi di un film-caso

di Alessandra Fraissinet

Beasts of the Southern Wild, in Italia tradotto Re della terra selvaggia, costituisce per Benh Zeitlin l’esordio alla regia di un lungometraggio dopo tre corti (Egg, 2005; The Origins of Electricity, 2006; Glory at Sea, 2008). Basato sulla pièce teatrale Juicy and delicious dell’amica Lucy Alibar, Beasts ha ottenuto quattro candidature agli Oscar 2013, la Caméra d’or al Festival di Cannes 2012 ed il Gran premio della giuria al Sundance Film Festival 2012, per citare solo alcuni fra i numerosi riconoscimenti.
Larga parte della critica statunitense (e non solo) ha accostato questo film al cinema di Terrence Malick, in particolare a Days of Heaven e a The Tree of Life. Con quest’ultimo Beasts of the Southern Wild condivide senz’altro alcune tematiche, come il rapporto fra genitori e figli ma anche quello fra macrocosmo universale e microcosmo individuale.
Nell’intreccio, Hushpuppy, sei anni, vive con suo padre Wink a Bathtub, nel profondo sud della Louisiana. Quando Wink scopre di avere una grave malattia cerca d’insegnare alla figlia l’arte della sopravvivenza, in un mondo che si preannuncia soggetto a calamità naturali di grosse proporzioni.

Produzione

Cosa spinge un trentenne newyorkese a realizzare un film tanto complesso, in una location tanto problematica?
«Questa mentalità indomita che impregna tutta la Louisiana del Sud è ciò che mi ha reso dipendente da questa terra. […] Qui si trova la culla di una specie in via di estinzione: quella delle persone più tenaci che io conosca in America. Ed è stata la loro fierezza a condurmi a questa storia. Tra uragani, maree nere, terra che si sgretola sotto ai nostri piedi, tutto contribuisce a trasmettere la sensazione che un giorno, inevitabilmente, questo mondo sarà cancellato dalla mappa geografica. Volevo fare un film che si interrogasse sulla maniera di reagire di fronte a una tale condanna a morte. Non era mia intenzione criticare i politici che hanno contribuito a questo stato di cose, né innescare una battaglia sulla responsabilità ambientale, tantomeno risvegliare le coscienze. La questione che mi interessava era piuttosto la seguente: come potevano queste persone trovare la forza di vedere morire la terra che li ha resi unici, senza perdere la speranza, la gioia e questo spirito incredibile di festa che li contraddistingue?» [1].
Dopo aver assistito nel 2008 ad una rappresentazione teatrale di Juicy and Delicious, Zeitlin decide di trasporre la storia in un lungometraggio; le due opere presentano alcune differenze. Innanzitutto il cambio di location; Juicy and Delicious è ambientato nel nord della Florida, ma per il film venne scelta la Louisiana in quanto si riteneva che le caratteristiche di quel luogo avrebbero reso più realisticamente il senso della “fine”. Altre due importanti differenze sono costituite dal sesso e dall’età di Hushpuppy; nella pièce abbiamo un ragazzo di venticinque anni che interpreta un bambino di undici, mentre nel film il protagonista è una bambina di sei anni. Per quanto riguarda il sesso, la Alibar sostiene che questo influenzi inevitabilmente la percezione del pubblico, in quanto non esiste un modello unico che spieghi esaustivamente le dinamiche dei rapporti fra padri e figlie [2]. Allo stesso modo, la visione della realtà e del mondo che veicola il film può essere resa efficacemente solo da un bambino, o in questo caso da una bambina di sei anni [3].
La ricerca del cast artistico inizia nel 2009 a New Orleans, dove Zeitlin si trasferisce dopo le devastazioni dell’uragano Katrina. Per i provini viene scelta l’aula di una scuola abbandonata, nella quale Court 13, il collettivo di filmmakers fondato dallo stesso Zeitlin, organizza una sorta di programma a base di recitazione, giochi ed interviste. Dopo quattro mesi senza Hushpuppy, Court 13 espande la propria zona di ricerca presso altre comunità. Dopo un anno e circa quattromila bambini provinati, Zeitlin incontra Quvenzhané Wallis. Per il ruolo di Hushpuppy l’età richiesta è compresa fra i sei e i nove anni, e lei all’epoca ne ha solo cinque, ma poco importa. Come scrive Richard Corliss “Hushpuppy is six, and ageless”, senza età. Lo spirito della Wallis è lo spirito stesso del film [4]. Zeitlin ne è stregato e la descrive come una vera e propria forza della natura, dotata di grande fantasia e carisma, tanto da rivedere alcuni punti della sceneggiatura assecondando le sue reazioni.
Per trovare Wink viene adottato un procedimento simile. Concentrandosi nuovamente sulla gente del luogo, Court 13 procede essenzialmente per semplici interviste e scene sulle quali improvvisare. L’attenzione cade però su Dwight Henry, un semplice panettiere che si trovava di fronte alla struttura adibita per le audizioni. Anche lui come la Wallis non aveva mai recitato, ma conosceva numerose storie ed aneddoti su quelle terre e i loro abitanti; Zeitlin sceglie così di lavorare con attori non professionisti, rifiutando facili scorciatoie.
Questo modo di lavorare vale anche per il cast tecnico. «L’abilità di qualcuno nel preparare ciambelle o nel ridere di gusto contano per me tanto quanto la sua capacità di essere un ottimo carrellista. Nella mia vita, così come nei miei film, voglio essere circondato da persone selvagge, coraggiose e di buon cuore. Se questo, a volte, conduce a situazioni di caos, non importa. Almeno queste situazioni si attraversano con persone che si amano. In fin dei conti, è il film che ci guadagna in passione, coraggio e generosità. E questo, ai miei occhi, è molto più importante di un carrello perfettamente utilizzato» [5].
Questo modo di fare cinema, divenuto ormai abbastanza raro, molto ha in comune con le nouvelles vagues europee, con quei film che hanno come protagoniste persone comuni e dotate di volti straordinari, in cui più che il prodotto finale, conta l’esperienza vissuta sul set. «Né l’una né l’altro avevano mai recitato. Ma bastava guardarli dritti negli occhi per capire che erano dei feroci guerrieri, capaci di ogni cosa. E anche se, all’improvviso, questo ci costringeva a modificare completamente la sceneggiatura, a rovesciare il nostro cammino, era poca cosa: perché si trattava di addomesticare questo indomabile modo di essere che era il cuore del film» [6]. Dunque la storia non è materia inerte nelle mani del regista, al contrario è il regista stesso a mettersi al suo servizio.
La fase di pre-produzione dura circa quattro mesi e finalmente nell’aprile 2010 comincia la lavorazione vera e propria. Le riprese procedono per circa quaranta giorni, con le relative difficoltà dovute all’inospitalità del luogo e ai mezzi tutt’altro che avanzati. Il film viene prodotto proprio da Court 13, supportato nella fase di post-produzione da alcuni finanziamenti.

Bathtub, “il più bel posto sulla Terra”

“Non è brutto, laggiù?”, dice Wink indicando la città oltre la diga. “Noi abbiamo il più bel posto sulla terra”. Ed anche Hushpuppy dice: “Pensano che da questa parte tutto si inonderà, ma noi non andremo da nessuna parte. […] Papà dice sempre che lì, nel mondo asciutto, non hanno niente di quello che abbiamo noi”.
La storia si svolge in un generico bayou chiamato Bathtub, ovvero la Grande Vasca; Zeitlin ritiene che “ambientare il film in un posto particolare avrebbe diminuito l’impatto della storia e che, rimuovendo ogni fotogramma o riferimento letterale, lo avrebbe invece allargato a un’esperienza visiva più ampia e più ricca” [7]. E ancora, Roberto Escobar scrive: “Il film […] è ambientato nelle paludi della Louisiana, appena fuori da New Orleans. Ma la vicenda […] potrebbe svolgersi ovunque, e in un tempo qualsiasi. A parte vecchi motori marini e pochi altri relitti tecnologici della modernità industriale, quel loro mondo fuori dal mondo è spaesante come un luogo arcaico e contemporaneo, familiare ed estraneo” [8]. I temi presenti nella storia sono infatti temi universali; il rapporto fra genitori e figli, la necessità di affrontare le proprie paure, la sopravvivenza, le catastrofi ambientali. Empire lo definisce “a film about survival in its purest form”[9].
Bathtub è una comunità popolata da persone coraggiose e “selvagge”, per l’appunto. Come sottolinea Peter Bradshaw su The Guardian [10], non hanno bisogno di carità o di aiuti dall’alto delle istituzioni, non vogliono essere private della propria forza e dignità. Si tratta di uomini e donne “che il pensiero dominante chiama perdenti” [11]. A tal proposito è significativa la sequenza in ospedale; loro sono lì, ma quel luogo viene percepito come se fosse una prigione, un ambiente nel quale sono snaturati, privati della propria identità. Bathtub è un luogo immaginario, ma il riferimento all’uragano Katrina è piuttosto evidente; Zeitlin infatti afferma di aver voluto rendere omaggio a tutti coloro i quali hanno dovuto lottare per sopravvivere, rimanendo dove sono nati e cresciuti pur avendo perso tutto.
Soffermiamoci per un attimo sull’elemento acquatico, da sempre elemento fondamentale e ricolmo di significati presso i vari popoli della terra, e che riveste una notevole importanza anche nel film. L’acqua è innanzitutto il simbolo della vita, essenziale per la sopravvivenza sin dalle civiltà più antiche, ma rimanda anche ad altri significati, come la purificazione e persino l’esatto contrario della vita, ovvero la morte. Bathtub è inestricabilmente legata all’acqua; prima di tutto perché si erge essa stessa sull’acqua, e i suoi abitanti sono costretti a spostarsi da un punto all’altro del bayou tramite fatiscenti imbarcazioni. Ma al tempo stesso questa rappresenta per essi una costante minaccia, date le continue inondazioni.
Questo dualismo vita-morte è presente per tutto il corso del film; quando si parla del decesso della madre di Hushpuppy, Wink usa l’espressione “è nuotata via”. Ma l’acqua in un certo senso fa anche da tramite fra il mondo dei vivi e quello dei morti. Consideriamo la sequenza del ricongiungimento con la figura materna; Hushpuppy si tuffa in mare con le altre bambine della comunità fino a raggiungere un’imbarcazione su cui si trova un uomo, una sorta di Caronte che le assicura che quella barca la porterà ovunque debba andare. Ed infatti poco dopo la vediamo nel “The Elysian Fields Floating Catfish Shack”, un locale affollato e con della musica; ritorneremo su questa sequenza più avanti.

“Precocious, poetic Hushpuppy”

È così che la definisce nuovamente Corliss. Secondo gran parte della critica statunitense, Hushpuppy è l’erede di una certa tradizione letteraria di bambini coraggiosi e selvaggi (parliamo ad esempio di Huckleberry Finn, Scout Finch, Eloise, Elliott) che ci ricordano “l’arroganza metafisica dell’infanzia” [12]. Zeitlin dice di lei: “Ho conferito a questo personaggio una saggezza e un coraggio che io non credo di essere in grado di possedere. Hushpuppy è la persona che vorrei essere”.
Quello che salta subito all’attenzione è il modo in cui percepisce sé stessa e il mondo che la circonda, ovvero come un unicum. E’ un motivo che ritorna frequentemente nel film: “L’intero universo dipende da che tutto sia ben incastrato al suo posto. Se un pezzo, anche piccolo, si rompe, l’intero universo si romperà”. Ha un rapporto intimo con la natura, tanto da credere che gli animali parlino usando dei codici.
Altra componente essenziale è costituita dal suo rapporto con Wink, padre severo e talvolta brutale; Wink sa già che presto non ci sarà più, pertanto cerca di renderla indipendente. Le insegna ad esempio come pescare a mani nude o come sbranare granchi vivi, rivolgendosi spesso a lei al maschile o trattandola, appunto, come una “bestia”. Oppure, proprio come se fosse un uomo al suo pari, nel momento in cui Hushpuppy mostra la propria fragilità Wink le intima di non piangere, le versa da bere e le chiede di mostrargli i muscoli.
Quando la malattia di Wink inizia a farsi sempre più tangibile, Hushpuppy avverte la necessità di ricongiungersi con la figura materna, ed è qui che il film perde momentaneamente il suo approccio realistico per rappresentare questo incontro. Dopo essersi tuffata in mare, grazie al barcaiolo cui abbiamo già accennato precedentemente, Hushpuppy raggiunge il locale in cui si trova sua madre.
Tuttavia, ella pare non riconoscere la figlia; ed invece di rivolgersi a lei con parole dolci e rassicuranti si mostra dura, facendole capire nuovamente l’importanza di cavarsela da sola nella vita. Alla fine però le viene concesso un ballo, ed una volta ottenuto il momento di tenerezza che tanto desiderava, Hushpuppy realizza di poter contare solo su sé stessa e di dover tornare a casa, sentendosi finalmente pronta ad affrontare le proprie paure.

Il valore totemico degli Aurochs

Soffermiamoci ora su questi animali, la cui importanza simbolica è tutt’altro che trascurabile. Nella prima parte del film Miss Bathsheeba, la maestra della comunità, ci presenta gli Aurochs come enormi e feroci creature preistoriche: “Essi divoravano i bambini delle caverne, proprio davanti ai loro genitori cavernicoli. E gli uomini delle caverne non potevano farci niente, perché erano molto poveri e molto piccoli”. Gli Aurochs dunque si configurano da subito per Hushpuppy come creature invincibili, tanto che dopo il discorso di Miss Bathsheeba dice fra sé e sé: “A quei tempi, gli Aurochs erano i re del mondo”.
Gli uomini delle caverne rimandano chiaramente alla cultura occidentale. Essi non erano indipendenti, poiché avevano bisogno della loro casa e dei loro attrezzi; gli Aurochs invece potevano contare solo sulle proprie zanne, ed erano più forti. Ma a Bathtub, un ecosistema che si regge su un equilibrio così precario, soggetto com’è ad uragani ed inondazioni, non possono sopravvivere gli uomini, ma solo le bestie.
Dunque gli Aurochs rappresentano i valori di riferimento della cultura degli abitanti di Bathtub: la forza, lo spirito di sopravvivenza e la comunione con la natura. Gli adulti non hanno paura di loro, perché si identificano con essi. I bambini, al contrario, dipendono ancora dalle proprie figure di riferimento (i genitori) e quindi ancora ben lontani dal divenire essi stessi creature fameliche in grado di vivere autonomamente. Emblematica è la sequenza in cui, di ritorno dall’”incontro” con la madre, viene inseguita dagli Aurochs, insieme alle altre bambine. A differenza di loro, ancora spaventate, Hushpuppy si volta e li fissa dritto negli occhi; non ha più paura, perché ora è un loro simile. Gli Aurochs, di rimando, riconoscono la sua forza e superiorità e s’inginocchiano a lei, condividendo “un momento di comprensione primordiale”[13].
In questa chiave il film può essere considerato come la storia del percorso di formazione di Hushpuppy e del suo passaggio dall’infanzia all’età adulta.

NOTE

[1] Benh Zeitlin, Note di regia, pag. 8 (online)

[2] Maris Kreizman, From “Juicy” to “Beasts”: a conversation with Lucy Alibar, 10 agosto 2012 (online)

[3] Christopher Boone, Benh Zeitlin and Lucy Alibar Describe the Script’s Evolution for Beasts of the Southern Wild, 17 luglio 2012 (online)

[4] Richard Corliss, Beasts of the southern wild: the Sundance sensation wins cheers at Cannes, Time Entertainment, 18 maggio 2012 (online)

[5] Zeitlin, Note di regia, pag. 7, cit. (online)

[6] Ivi, pp. 7-8

[7] Ivi, pag. 10

[8] Roberto Escobar, Palude da fiaba, L’Espresso, 14 febbraio 2013

[9] Damon Wise, Beasts of the southern wild, Empire (online)

[10] Peter Bradshaw, Beasts of the southern wild – review, the Guardian, 18 ottobre 2012 (online)

[11] Escobar, Palude da fiaba, cit.

[12] A. O. Scott, She’s the man of this swamp, The New York Times, 26 giugno 2012 (online)

[13] Sinossi lunga pag. 7 (online)

Cast & Credits

SCHEDA TECNICA DEL FILM

Regia: Benh Zeitlin; sceneggiatura: Benh Zeitlin & Lucy Alibar; fotografia: Ben Richardson; scenografia: Alex Digerlando; montaggio: Crockett Doob & Affonso Golcaves; musiche: Dan Romer & Benh Zeitlin; costumi: Stephani Lewis; produzione: Court 13 & Cinereach; origine: USA, 2012; durata: 92’; formato; 16mm, RED, colore.

BIBLIOGRAFIA

Christopher Boone, Benh Zeitlin and Lucy Alibar Describe the Script’s Evolution for Beasts of the Southern Wild, 17 luglio 2012

Peter Bradshaw, Beasts of the southern wild – Review, the Guardian, 18 ottobre 2012

Richard Corliss, Beasts of the southern wild: the Sundance sensation wins cheers at Cannes, Time Entertainment, 18 maggio 2012

Roberto Escobar, Palude da fiaba, L’Espresso, 14 febbraio 2013

Maris Kreizman, From “Juicy” to “Beasts”: a conversation with Lucy Alibar, 10 agosto 2012

A.O. Scott, She’s the man of this swamp, The New York Times, 26 giugno 2012

Damon Wise, Beasts of the southern wild, Empire

Re della terra selvaggia, pressbook italiano


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