title_magazine

Cannes 66. Grigris e l'Africa che danza

di Leonardo De Franceschi

Note sul cartellone del Festival di Cannes (15-26 maggio 2013)

L’edizione numero sessantasei del Festival di Cannes è alle porte e da alcune settimane, in coincidenza con l’annuncio dei titoli in competizione, è cominciato il consueto chiacchiericcio di commento alle scelte di Jacob, Frémaux e compagni. L’offerta è di livello, almeno sulla carta, allineando alcuni tra i migliori autori su piazza della scena internazionale. Sembra mancare la proposta di rischio, spiazzante, ma tutto sommato meglio così per la giuria mainstream di quest’anno, da cui è difficile aspettarsi decisioni controcorrente. In tempi di crisi, come dire, si punta un po’ sul sicuro, sia sul versante dell’offerta che su quello dei giurati. D’altra parte, mi guardo fin d’ora dalla pretesa di articolare discorsi d’insieme probanti sul cartellone dell’edizione che si apre mercoledì 15 maggio, limitandomi assai più modestamente ad attraversarlo, alla ricerca non sempre agevole di segni che evochino un’audiovisibilità dell’Africa, degli africani e degli afrodiscendenti, in quanto soggetti/oggetti di sguardo da parte della cinepresa.

C’è di che essere lieti del ritorno sulla Croisette del ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, tre anni dopo Un Homme qui crie, che lo aveva consacrato come autore di punta del nuovo cinema africano, dopo le investiture veneziane precedenti. Anche perché Grigris, promettendo una storia d’amore e resistenza tra un aspirante ballerino dalla gamba paralizzata e una prostituta meticcia, lascia immaginare un cambio di registro salutare verso il polar da parte del regista di Daratt. Non meno radicale il riposizionamento di Abdellatif Kechiche, in La Vie d’Adèle alle prese con la trasposizione di una graphic novel sull’adolescenza in chiave lesbica ambientata nella Francia degli anni zero, anche se il respiro fluviale (179 minuti) è in linea con i suoi film più maturi. Un altro amour fou dai margini, in questo caso anche del tempo, viene dagli amanti vampiri di Jim Jarmusch (Only Lovers Left Alive), Adamo ed Eva a caccia di sangue puro tra Tangeri e Detroit. Dal corpo-paesaggio al corpo-d’attore, c’è curiosità anche per il ritorno del regista di Una separazione, Asghar Farhadi, che si appoggia al talento di Tahar Rahim (Il profeta) nel ruolo di un iraniano che rientra a Parigi per separarsi dalla moglie francese e si trova preso in un rapporto molto conflittuale madre-figlia. Rahim torna protagonista anche in Grand central (Un Certain Regard) di Rebecca Zlotowski, nei panni di un giovane che sbarca il lunario e trova l’amore a ridosso di una centrale nucleare.

Uno dei titoli guida della sezione parallela al concorso, Fruitvale Station, è stato il film più amato e premiato all’ultimo Sundance Film Festival (Gran Premio della Giuria e Premio del Pubblico): ispirato a un tragico fatto di cronaca ed opera prima dell’afroamericano Ryan Coogler, il film ripercorre l’ultimo giorno della vita di Oscar Grant, un giovane nero di San Francisco ucciso da due poliziotti nel capodanno del 2009. Forest Whitaker ci ha messo i soldi, e con intelligenza, mentre ha messo la faccia in Zulu, quarto lungo del francese Jérôme Salle (Largo Winch), poliziesco ambientato in un Sudafrica ancora diviso, nel quale interpreta il capo di una squadra omicidi alle prese con un brillante agente bianco di famiglia pro-apartheid. Anche in Tip Top di Serge Bozon (Quinzaine des Réalisateurs), due ispettrici di polizia (Isabelle Huppert e Sandrine Kimberlain) incrociano armi e metodi, ma qui siamo nella provincia francese e il morto è un informatore d’origine algerina. Anche Sombra, il protagonista di Até ver a luz di Basil da Cunha, ha una vita di strada: appena uscito di prigione, si rimette a spacciare nella bidonville creola di Lisbona, finché finisce per rimpiangere l’ora d’aria.

Per scovare qualche africano o afrodiscendente seduto sulla poltrona del regista bisogna ridiscendere les marches e cercare nelle sezioni collaterali o al mercato. Il franco-maghrebino Mohamed Hamidi, sodale del comico Jamel Debbouze in diversi spettacoli, lo dirige qui nel suo film d’esordio Né quelque part (Séances spéciales): qui Debbouze è un giovane che rientra al bled (l’Algeria, ma il film è stato girato in Marocco) per salvare la casa del padre e incontra una galleria memorabile di personaggi. Ma basta appunto avventurarsi nel programma dove i film si offrono ai buyers di tutto il mondo per ritrovare un po’ di nomi delle cinematografie d’Africa – il tunisino Nouri Bouzid (Beautés cachées), gli egiziani Ibrahim El-Batout (Winter of Discontent) e Ahmed Atef (Bab Shark), il marocchino Mohamed Lakhmari (Zero), il sudafricano esordiente Carey Mackenzie (Black South Easter) – e persino l’ultimo Mario Van Peebles (Red Sky).

Chi invece si accontenta dei titoli del passato può dormire sonni tranquilli. Fantasmi, nomi e storie d’Africa e diasporiche non mancano nelle sezioni a carattere più retrospettivo. In Cannes Classics si avrà l’occasione di rivedere in grande schermo e tirati a nuovo kolossal di fondazione come la Cleopatra di Mankiewicz e piccoli film dimenticati come Goha (in Italia uscito come I giorni dell’amore) di Jacques Baratier, premiato dalla giuria di Cannes nel 1958, ispirato alle avventure di uno degli eroi della letteratura transmediterranea per l’infanzia e interpretato da Omar Sharif e da una ventenne Claudia Cardinale, al suo primo ruolo, da tunisina d’origine italiana, sul grande schermo. Di eroi resistenti del passato, ma più prossimo, parla anche Muhammad Ali’s Greatest Fight, un tv movie HBO firmato da Stephen Frears, sul dibattuto caso della renitenza alla leva in Vietnam da parte del mitico pugile nero. Ma anche gli autori avranno il loro momento di gloria: il "decano dei decani" Sembene Ousmane, di cui verrà riproposto il primissimo corto Borom sarret (1963), ritratto spietato della Dakar postcoloniale, restaurato dalla World Cinema Foundation; e la martinicana Euzhan Palcy che, con il suo cinepoema fantastico Siméon (1992), rende un omaggio sentito ad Aimé Césaire. Il Festival lo ripropone al pubblico di Cinéma de la plage per ricordare il centenario dalla nascita del più grande poeta della negritudine.

Versione stampabile: Enregistrer au format PDF
fine_sezione
title_news
mercoledì 19 settembre 2018

On line il sito Missing at the Borders

E’ on line il sito https://missingattheborders.org/ che intende dare voce e dignità alla famiglie (...)

mercoledì 19 settembre 2018

In sala La libertà non deve morire in mare

Esce nelle sale giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente il documentario La libertà (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: alle GdA due premi per Joy

Alle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia ben due premi sono andati a Joy della (...)

lunedì 10 settembre 2018

Venezia75: premiato 1938 Diversi

Presentato fuori concorso a Venezia 75 - in sala dall’11 ottobre e il 23 ottobre su Sky Arte - (...)

SOSTIENI CINEMAFRICA
title_newsletter
title_add_website


Inserisci il codice numerico
captcha