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Cannes 66. Grigris

di Mahamat-Saleh Haroun

Un homme qui danse

Portare sulle spalle lʾimmagine di un intero continente è una missione talmente improba che si capisce fin troppo bene la difficoltà con cui Mahamat-Saleh Haroun, regista ciadiano di ritorno a Cannes a tre anni da Un Homme qui crie, abbia definito il suo approccio alla domanda, tendenziosa e in qualche modo irricevibile, ricevuta da un giornalista della tv ufficiale del festival, a pochi minuti dalla conferenza stampa di oggi. Sottraendosi a ogni ruolo di portavoce dellʾAfrica, in quanto unico autore africano in concorso, Haroun ha sottolineato il suo intento di “rendere normale” (ha usato il termine banaliser) la presenza di un film africano in concorso.

In conferenza stampa, ha rivendicato tuttavia lʾimportanza per un regista africano di essere in competizione nel festival più importante del mondo, così da contribuire a rendere il cinema africano più visibile. Sarà il caso di valutare appieno queste parole, senza che lʾurgenza di questa battaglia per la visibilità ci impedisca di dar conto compiutamente di questa opera quinta di Haroun, che si chiama Grigris come il soprannome del protagonista. Il giovane, nella vita e nel film, si chiama Souleymane Démé, e Haroun lʾha scoperto per caso durante uno degli ultimi Fespaco, trasformando quella che altrimenti sarebbe stata una storia di trafficanti di benzina, un polar ambientato nei bassifondi della Ndjamena notturna, in una storia dʾamore (im)possibile.

Lui è, appunto, Souleymane alias Grigris. Di lui sappiamo che è burkinabè di padre, mentre la madre è di Ndjamena. Di giorno dà una mano al patrigno Alioune nella gestione del suo laboratorio di sarto-fotografo, di notte si dedica allʾunica vera passione, che è la danza, esibendosi nei locali della città, malgrado abbia una gamba inerte. Lei è Mimi, una giovane dalla bellezza folgorante, meticcia, che si prostituisce per clienti facoltosi, soprattutto bianchi, nascondendo il fatto di essere figlia di un padre francese mai conosciuto sotto una vistosa parrucca afro: anche lei ha un sogno, diventare modella, per questo va da Souleymane a farsi fare alcune foto per un concorso di bellezza, dopo averlo visto far esplodere la dance hall con il suo talento. Non è proprio il classico colpo di fulmine, il loro, ma entrambi sentono di avere qualcosa in comune.

La moda e la danza aspetteranno: Mimi viene rifiutata al concorso e Souleymane si trova da un giorno all’altro a dover prendere in mano la famiglia, perché il patrigno ha un attacco di cuore, viene ricoverato dʾurgenza e per le cure ci vogliono 700 mila franchi CFA (poco più di mille euro). Deve quindi implorare il boss del quartiere, Moussa, perché, nonostante il suo problema alla gamba, lo prenda a lavorare con lui nel contrabbando di benzina. Souleymane ci mette lʼanima, rischia di annegare, chiede una seconda opportunità e rischia il tutto per tutto, vendendo in proprio la benzina a un terzo, girando i soldi al patrigno, fingendo con Moussa di essere stato derubato dalla polizia.

Scoperti, fuggono Grigris e Mimi, romanticamente, in motorino, fino al villaggio dʼorigine della ragazza. È lì che si gioca il loro destino, in uno spazio utopico popolato di donne e bambini che reinventano la tradizione, approfittando della lontananza degli uomini, impegnati al lavoro nei campi fino al raccolto. Ma bisognerà danzare al massimo, e conquistarsi lʼamore di queste donne e questi bambini, per assicurarsi una vita che assomigli un poʼ ai propri sogni sfolgoranti piuttosto che alla spettrale vita notturna di Ndjamena.

Fin qui il plot, esile, costruito e rielaborato in funzione della fisionomia e della storia personale dei due protagonisti, entrambi esordienti. Se negli ultimi due film di Haroun lʼintreccio aveva una scansione drammaturgica densa, dal respiro dichiaratamente epico, in Grigris riemergono il tessitore di apologhi di Bye bye Africa e Abouna e insieme la leggerezza di uno sguardo orientato alla descrizione piuttosto che alla narrazione, al fait divers emblematico piuttosto che alla scultura dei caratteri nel tempo. Il piacere del gesto filmico e del dettaglio sono lì a trasfigurare questi piccoli eroi senza storia. Ma a bucare empaticamente lo schermo è, più che la persona di Souleymane Démé/Grigris, il suo memorabile corpo danzante, nelle sequenze in cui, libero da ogni compito narrativo e drammaturgico, trasforma la propria performance in energia visiva pura, dimostrando come la passione e la determinazione possano piegare persino la natura.

Ma la struggente verità umana di Souleymane non basta a far decollare questa favola polar. Forse perché quello di Grigris è un corpo performativo danzante, tanto agile in scena quanto rigido davanti a una cinepresa che si raccoglie nellʼosservazione fenomenologica del suo volto. Forse perché la fotogenia ottusa (nel senso barthesiano) di Anaïs Monory rende poco assimilabile la sua Mimi al club dei marginali, benché meticcia, comʼera nelle intenzioni di Haroun. Forse, ancora, perché, in ossequio a una ratio di ordine squisitamente produttiva, nel film si parla poco, ma quando lo si fa ci si rimpalla battute in un francese metropolitano, discretamente inverosimile per il contesto sociale descritto. Si capisce molto bene perché Haroun si sia innamorato di questo soggetto e soprattutto di questo personaggio, ma lʼimpressione è che, nellʼarchitettura complessiva del film, il regista-produttore non sia stato assistito da quella lucidità e ispirazione che lo avevano accompagnato nelle sue prove precedenti, e soprattutto in Daratt, che rimane finora la sua opera più cristallina.

Stimiamo troppo Haroun per pensare che Grigris, da difendere per una sana politique des auteurs con le unghie e con i denti dai detrattori, che non mancheranno, meritasse i riflettori, talvolta impietosi, della competizione. Ci auguriamo di cuore che la scommessa della visibilità paghi, per il regista e per il cinema africano tout court, anche quando, come in questo caso, il nitore dello sguardo registico non basta a riscattare le incertezze sceneggiatoriali e di messinscena.

Leonardo De Franceschi | 66. Festival di Cannes

Cast & CreditsGrigris
Regia e sceneggiatura: Mahamat-Saleh Haroun; fotografia: Antoine Héberlé; montaggio: Marie-Hélène Dozo; musica: Wasis Diop; costumi: Anne-Marie Giacalone; suono: André Rigaut; interpreti: Souleymane Démé, Anaïs Monory, Cyril Guei, Marius Yelolo; produzione: Pili Films, Goï Goï Productions, France 3 Cinéma; distribuzione: Les Films du Losange; origine: Ciad/Francia, 2013; durata: 101’

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