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Cannes 66. Millefeuille/Man'moutech

di Nouri Bouzid

Figlie della primavera

È piuttosto triste constatare come tanti festival maggiori, Cannes in testa, finché si è trattato di rendere omaggio alle cosiddette primavere arabe, nel 2011 hanno organizzato in tutta fretta proiezioni speciali, inserendo in programma documentari o film di finzione, pur di esibire una vicinanza politica ai movimenti di liberazione in atto. Questa apertura non si è tradotta affatto, tuttavia, in attenzione e sostegno nei confronti di quei cineasti che hanno contribuito in modo decisivo, negli ultimi vent’anni, a tener viva la fiaccola dello spirito critico e della libertà d’espressione. Cineasti come Nouri Bouzid, che lo scorso ottobre ha dovuto presentare in prima mondiale il suo ultimo film Man’moutech (in arabo tunisino “io non muoio”) non a Cannes, a Venezia o a Berlino, ma all’Abu Dhabi Film Festival, première che gli è valsa il premio alla regia, seguita da diverse altre selezioni, ultima delle quali quella al FCAAAL di Milano.

13 gennaio 2011. Siamo a Tunisi, in piena guerra tra la piazza e il regime di Ben Ali. Zeinab (21 anni) e Aicha (27) sono in prima linea nelle manifestazioni, ma la loro lotta per la libertà passa anzitutto per l’autoaffermazione nello spazio familiare e lavorativo. La prima (Nour Mziou) studia belle arti per diventare stilista di moda ma tiene all’indipendenza economica, anche se è fidanzata con Ibrahim (Lotfi Abdelli), giovane e facoltoso uomo d’affari, e fa la cameriera in un grande bar. La seconda (Souhir Ben Amara) mantiene da sola due sorelle e un nonno, lavorando nello stesso locale, ma nella cucina, come pasticcera. Sono come sorelle e abitano cento metri una dall’altra, ma l’una circola liberamente, insofferente di ogni restrizione, mentre l’altra ha deciso di coprire i capelli con una kefia, per difendersi dall’aggressività degli uomini, avendo peraltro alle spalle un aborto, a causa di un rapporto naufragato per manifesta immaturità dell’ex.

In poche settimane si gioca il destino loro e di un’intera nazione. Sono infatti entrambe minacciate e costrette a fare scelte rischiose per difendere la propria libertà. Attorno a loro si crea un’interessata alleanza tra il secolarizzato Ibrahim, amante del vino e della bella vita, e Hamza (Bahram Alaoui), fratello maggiore di Zeinab e legato in passato ad Aicha, che riesce a fuggire di prigione dov’era finito per la sua vicinanza agli islamisti radicali. I due fanno fronte comune per spingere Zeinab a prendere il velo ed entrambe a lasciare il bar. Se per mettere al muro Zeinab vengono mobilitate anche la madre e la zia, che non esitano a chiuderla in camera a chiave e a drogarla di tisane di papavero (khochkhach), a insidiare Aicha è anche il datore di lavoro, che oltre a molestarla vorrebbe spostarla a servire ai tavoli, forzandola a togliersi il velo. Il Paese è in movimento, stretto nella morsa tra agenti del regime e salafiti, e i soggetti più fragili, come Zeinab, Aicha e il suonatore ambulante Ammou, interpretato dallo stesso Bouzid, rischiano di venire travolti.

Finanziato dal fondo di sostegno al cinema nazionale nel 2010, quando era ancora fondamentalmente una storia di amiche separate dalla scelta del velo, Man’moutech ha avuto una genesi comprensibilmente travagliata. Bouzid ha iniziato a girare nell’autunno 2011, tra le elezioni legislative dell’ottobre e la formazione del primo governo a guida Ennahda, con una sceneggiatura ridefinita negli ultimi mesi. Questa prossimità temporale alle settimane cruciali della rivoluzione del 14 gennaio fa del film anche uno straordinario documento quasi in presa diretta sul reale ma, come avviene per gli altri film di Bouzid, la forza del film è altrove, anzitutto nella solidità drammaturgica dell’intreccio e nell’intenso lavoro di casting e direzione d’attori. Pedinandoli con un amore e un rigore che ben dialogano con una composizione figurativamente alta dell’inquadratura, Bouzid regala a questi personaggi una libertà che è quella di crescere, maturare ed evolvere, andando oltre i tratti socio-culturali che potrebbero incastrarli in un cliché precostituito.

Particolarmente delicata la figura del simpatizzante salafita Hamza, che nell’intervista riportata sul pressbook francese del film (qui), Bouzid ha paragonato a se stesso giovane, quando all’indomani del Sessantotto francese si trovò quasi naturalmente ad aderire alla ventata di maoismo militante, salvo poi riprendersi dall’ubriacatura ideologica e prendere consapevolezza dei limiti di quell’esperienza. Non meno significativo il ritratto di Ibrahim: consapevole che la Tunisia del futuro sarà composta al cinquanta per cento da islamisti e al cinquanta da alcolisti, non avrà problemi a galleggiare in grande stile, lui che prende in giro Aicha perché porta il velo e chiede a Zeinab di indossarlo, invocando un diktat materno che non esiste. Colpisce anche il percorso della zia Samia, assoldata dalla sorella cittadina per domare la figlia ribelle Zeinab: il suo cerimoniale liberticida, fatto di ninne nanne e rituali tradizionali, ci ricorda quanta parte le donne hanno svolto per consolidare il potere patriarcale ma neanche lei può reggere alla vista della nipote in crisi d’astinenza da khochkhach.

Dopo essersi autoraccontato sacrificalmente in Making of, Bouzid torna qui ad inscrivere nella diegesi il proprio corpo d’autore/attore, incarnandosi nei panni del suonatore di fisarmonica Ammou. «Spero di non morire prima che la tristezza cada dagli occhi dei miei amici»: recuperando questa struggente poesia dei tempi della propria prigionia per motivi politici, vittima della polizia politica di Bourghiba, e mettendola in bocca a uno dei tanti martiri della violenza terminale del regime di Ben Ali, il regista elabora un nuovo rituale di esorcismo ancora più esplicito, per riscattare l’ostracismo subito all’uscita del film precedente e le esplicite minacce di morte subite dagli ambienti islamisti.

Quest’ultima opera, come lasciano intendere il titolo francese (Millefeuille) e quello internazionale inglese (Hidden Beauties) si offre a una pluralità di pubblici, ma gli strati più nascosti possono essere colti solo da chi vive o conosce da vicino la realtà del suo Paese. Il suo delicato ruolo di intellettuale in prima linea, che Bouzid evoca con una franchezza pasoliniana per taluni forse fin troppo didascalica, suona come un ennesimo richiamo, rivolto a chiunque abbia orecchi per intendere.

Leonardo De Franceschi | 66. Festival di Cannes

Cast & CreditsMillefeuille (Man’moutech)
Regia: Nouri Bouzid; sceneggiatura: Nouri Bouzid, Georges-Marc Benamou, Joumène Limam; fotografia: Béchir Mahbouli, Sebastien Goepfert; montaggio: Seyf Ben Salem; musica: Sami Maatougi; scenografia: Khaled Joulak; suono: Michel Ben Saïd, Gérard Rousseau; interpreti: Souhir Ben Amara, Nour Mziou, Bahram Alaoui, Lotfi Abdelli, Nouri Bouzid; produzione: CTV Production, Siècle Productions, Studio 37, Rezo Films, Nouveau Regard Films, France 2 Cinéma; distribuzione francese: Paradis Films; origine: Tunisia/Francia, 2012; durata: 105’

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