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Cannes 66. La Vie dʼAdèle - Chapitre 1 & 2

di Abdellatif Kechiche

Ad libitum

È la prima volta per Abdellatif Kechiche in concorso a Cannes e, a giudicare dai rumors che circolano tra gli accreditati, Thierry Frémaux potrebbe avrebbe trovato in un colpo solo la Palma dʼOro e il film che iscrive Kechiche al club degli autori di Cannes, portandolo via a Venezia. È stata infatti la Mostra a lanciarlo con Tutta colpa di Voltaire (La Faute à Voltaire, 2000), consacrandolo poi con Cous cous (La Graine et le mulet, 2007), Premio speciale della giuria, e riproponendolo in gara anche con il più incerto Venere nera. Sarebbe un riconoscimento quanto mai meritato per il 53enne Kechiche, nato a Tunisi ma stabilitosi con la famiglia a Nizza già a sei anni, e che con La Vie dʼAdèle - Chapitre 1 & 2, ispirato a una graphic novel di Julie Maroh (che si chiama Le Bleu est une couleur chaude, è uscita nel 2010 e non è stata ancora tradotta in italiano) dimostra di aver raggiunto una maturità espressiva tanto più apprezzabile perché costruita negli anni sulla base di una poetica e di un metodo del tutto personali e riconoscibili.

Il film si apre come una sorta di sequel de La schivata (LʼEsquive, 2003). Durante una lezione di francese in un liceo, Adèle (Adèle Exarchopoulos), 17 anni, legge insieme ai suoi compagni e allʼinsegnante La Vie de Marianne di Marivaux, si discute in particolare del momento dellʼinnamoramento. Carina, brillante, anche se discontinua nei voti, amante dei libri e della buona tavola, Adèle viene da una famiglia modesta. Pienamente inserita nel suo giro di compagne, legata a Samir (Salim Kechiouche), lʼamico del cuore gay, manifesta insieme a loro e agli operai della città contro licenziamenti e tagli alla scuola. Si direbbe una ragazza come tante, e lo è, ma cʼè qualcosa di segreto che sta per esplodere e rivelarsi, inatteso, costringendola a rimettersi in discussione. Proprio mentre si vede ambita da un ragazzo più grande, perde un bus e attraversando la strada incrocia per caso lo sguardo di una giovane dai capelli tinti di blu, aerea, sorridente, misteriosa. E la sua vita cambia.

Emma (Léa Seydoux), così si chiama la ragazza, ha qualche anno in più di lei, studia belle arti allʼuniversità e vuole fare la pittrice. La incontra di nuovo in un bar gay dovʼera andata con Samir, e si scambiano il numero. Emma ha una compagna da due anni, ma quando si ritrovano a un parco scoppia una passione travolgente e totalizzante. Per Adèle cominciano i problemi. A scuola, alcune amiche la mettono al bando, accusandola di averle ingannate. In famiglia, Emma rimane ufficialmente la ragazza che le dà ripetizioni di filosofia: i solidi genitori bramano per vederla sistemata, dietro una cattedra di maestra, ma questa passione per i bambini non viene intaccata dalla frequentazione di Emma, che pure la introduce in un mondo di amiche e conoscenti in cui si discetta con familiarità del femminile in Schiele e Klimt.

Ma, appunto, con la conoscenza e con la convivenza, che accompagna la crescita di un rapporto alimentato anzitutto da unʼintesa fisica profonda, cominciano a emergere le differenze tra le due. Se Emma, che usa Adèle come modella e musa, e si vede ormai proiettata in un futuro di mostre e gallerie, stimola un poʼ troppo insistentemente la compagna a coltivare la sua vena artistica, Adèle comincia a sentirsi un poʼ incompresa nel piacere che prova a lavorare come maestra con i bambini della scuola primaria e si avvicina a un collega intraprendente, al quale nasconde peraltro di vivere con una ragazza. Quando Emma li scopre, la mette brutalmente alla porta, e arriva, con una solitudine improvvisa e cupa, un nuovo capitolo della sua vita. Si risolleverà, rincontrerà Emma, ma la ruota ha preso un giro diverso. Continuerà a mangiare la vita come ha sempre fatto, con avidità e curiosità, ma senza poter rimarginare la ferita della separazione.

Come aveva fatto nei film precedenti, Kechiche parte da unʼidea forte, da un metodo solido, da un piacere che è anche rigore della ricerca, e poi affida e scommette tutto sulla forza delle sue interpreti, in questo caso per giunta una giovanissima esordiente come Adèle Exarchopoulos, affiancata a un talento di punta del cinema francese e internazionale come Léa Seydoux (Bastardi senza gloria, Missione impossibile - Protocollo fantasma), costruendo intorno a loro una gabbia di protezione fatta di tempo (quattro mesi di riprese) e condizioni lavorative uniche (prove interminabili, libertà di incidere in profondità sul personaggio, riprese in continuità e con obiettivo a focale lunga, primi piani che rivelano le minime increspature dʼespressione). La Vie dʼAdèle - Chapitre 1 & 2 vibra anzitutto di una chimica che lega le due attrici tra loro e con il regista, un rapporto intimo e profondo di fiducia e abbandono che passa per i corpi e per il confronto delle intelligenze, come ha confermato la conferenza stampa, sulla base di una dinamica molto più istintiva che meditata.

Davanti ai giornalisti accreditati, con grande modestia ma puntualità, Kechiche ha rivendicato lʼintenzione di fare un film, ancora una volta, sulla complessità dei rapporti umani, mettendo da parte ogni discorsività militante. Quando ha cominciato a lavorare al progetto, il dibattito sui diritti e i matrimoni gay non aveva ancora raggiunto la visibilità e lʼurgenza degli ultimi mesi. A domanda, ha risposto di augurarsi che il film possa contribuire a innescare in Tunisia un movimento di liberazione sessuale, e di auspicare che il tentativo di quanti vogliono approfittare della rivoluzione per mettere ai giovani un giogo ancora più pesante sia contrastato efficacemente. Sul piano postcoloniale, la riconoscibilità del suo percorso dʼautore sta nella coerenza con cui esplora lʼanimo umano, mettendo in valore il ventaglio delle differenze attraverso il quale può esprimersi, senza però attardarsi in un essenzialismo e in un feticismo della differenza che irrigidirebbero, compromettendola, la bellezza e la verità dei suoi personaggi.

Ha ammesso la difficoltà, che è un poʼ anche la nostra di spettatori, a lasciarli andare. Il sottotitolo rivela la disponibilità e lʼintenzione di aprire un racconto che esuberi da qualsiasi compito narrativo, declinando uno sguardo che abbia la ricchezza, la libertà e lʼambiguità della vita.
È non solo possibile, ma anche auspicabile, che lo sguardo a seguire Adèle mentre si allontana dal primo vernissage di Emma, accompagnata da un nuovo picchiettio melodioso di hang - meraviglioso strumento percussivo che ritroviamo anche nella struggente favola eastern kurda My Sweet Pepperland di Hineer Salem, passato ieri a Un Certain Regard - sia seguito da nuove avventure.
Di sicuro, la ricerca della bellezza e della dignità nellʼumano che Kechiche ha iniziato tredici anni fa con Tutta colpa di Voltaire ha trovato con La Vie dʼAdèle un nuovo, straordinario, capitolo. Lʼultima preghiera va alle amiche e agli amici di Lucky Red, che distribuiranno il film in Italia, perché regalino al pubblico tutti i suoi, preziosi, 175 minuti e mettano sul mercato almeno quattro-cinque copie in versione originale. Perché gli spettatori italiani dimentichino, almeno una volta, di essere figli di un mercato minore.

Leonardo De Franceschi | 66. Festival di Cannes

Cast & CreditsLa Vie dʼAdèle - Chapitre 1 & 2
Regia: Abdellatif Kechiche; sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix, dal graphic novel Le bleu est une couleur chaude di Julie Maroh; fotografia: Sofian El Fani; montaggio: Albertine Lastera, Camille Toubkis; scenografia: Julia Lemaire; suono: Jérôme Chenevoy, Renaud Guillaumin; interpreti: Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Jeremie Laheurte, Catherine Salée, Aurélien Recoing, Sandor Funtek; origine: Francia, 2013; produzione: Quat’sous Films, Wild Bunch; distribuzione francese: Wild Bunch Distribution; distribuzione italiana: Lucky Red.

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