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JCC28. Même pas mal

di Nadia El Fani

Cellula sana

Ripubblichiamo la nostra recensione da Cannes, in occasione della presentazione del film alle Journées Cinématographiques de Carthage (Tunisi, 4-11 novembre 2017). Un evento che, come ha dichiarato, Nadia El Fani aspettava da cinque anni. Una proiezione, quella di Tunisi, molto importante, con un pubblico molto attento e partecipe e con una emozione condivisa con la regista.

*** Cannes 66.
Il Marché du film di Cannes ospita dallo scorso anno anche uno spazio deputato alla promozione del documentario, Doc Corner, dove anche in questa edizione è stato possibile incontrare venditori internazionali e programmatori di festival dedicati alla non fiction, e visionare qualcosa come 280 titoli, prodotti solo nel 2012. Tra questi, abbiamo potuto finalmente vedere Même pas mal (2012), ultima fatica della filmmaker Nadia El Fani, qui assistita dall’artista cubana Alina Isabel Pérez, film vincitore del premio come miglior documentario all’ultimo FESPACO. Qualcuno ricorderà che due anni fa la Société des Realisateurs de Films aveva proposto qui a Cannes una proiezione speciale di Ni Allah, ni maître! (2011), in segno di solidarietà nei confronti di una cineasta oggetto di una campagna di odio senza precedenti nel Paese d’origine del padre (Nadia è nata a Parigi nel 1960, da padre tunisino e madre francese). Même pas mal è un diario intimo di un anno di vita della regista, nel corso del quale Nadia El Fani si è trovata a dover prendere scelte dolorose, difendendo con dignità la propria libertà di espressione e creatività artistica.

Questo tour de force autobiografico e militante inizia nell’agosto 2010, mese decisivo per le riprese di Ni Allah, ni maître! che, cominciate durante il ramadan a Tunisi, proseguono a Parigi, sulle tracce dei musulmani disubbedienti e alieni dall’ipocrisia che ancora pervade la Tunisia. La regista ancora non può immaginare che solo quattro mesi dopo negli stessi giorni vedrà le prime manifestazioni della rivoluzione tunisina e di un tumore al seno che sconvolgeranno la sua vita. Prendendo in pugno il proprio destino, la regista decide di sottoporsi a un trattamento chemioterapico e di portare a termine Ni Allah, ni maître!, presentandolo in anteprima mondiale durante il festival Doc à Tunis, nell’aprile 2012. Nel frattempo, rientra in Tunisia e partecipa alle riunioni dell’Association Tunisienne des Femmes Democrates e al sit in della casbah convocato dai giovani contrari al primo governo post Ben Ali, in larga parte di estrazione rurale.

La presentazione del film a Tunisi, accompagnata da diverse apparizioni e interviste, nelle quali la regista afferma a chiare lettere di essere atea e di battersi perché la nuova Costituzione difenda esplicitamente i diritti dei fedeli di altre confessioni e degli atei, suscita un’ondata di reazioni violentissime da parte dello schieramento salafita. Nell’arco di poche settimana, servendosi della rete come di un’arma, centinaia di militanti islamisti postano testi e immagini offensive e deliranti, sfigurando il volto della regista, assimilata di volta in volta - per via della scelta obbligata di radersi a zero nei giorni della terapia antitumorale - a Gollum o al diavolo. Le prime a reagire con una dichiarazione di sostegno sono le femministe dell’associazione francese Ni putes ni soumises, a ruota seguono appunto i registi della SRF. Ci provano anche in Tunisia, a testimoniare solidarietà, ma la reazione dei salafiti è immediata: nel giugno, un centinaio di barbuti assale la sala CineAfricArt di Tunisi in cui veniva proiettato il film e negli stessi giorni alcuni avvocati fanno causa alla regista contestandole ben sei capi d’accusa, dalla blasfemia all’attentato al pudore, proprio mentre a Parigi, si sottopone a un intervento chirurgico delicato per venire a capo del tumore.

A settembre, Ni Allah, ni maître! esce in Francia, con un titolo politicamente più soft (Laïcité, Inch’Allah!). Un mese dopo Nadia vota a Parigi le prime elezioni politiche tunisine, per l’elezione dell’assemblea costituente. Le settimane seguenti, dopo l’affermazione di Ennahda al quaranta per cento dei consensi, registrano un escalation di violenza islamista. Incoraggiati dal sostegno indiretto del nuovo governo, gruppuscoli salafiti colgono ogni occasione per colpire donne, intellettuali e luoghi di espressione del libero pensiero: nel dicembre 2011, centinaia di persone prima assaltano la sede della tv satellitare Nessma, rea di aver trasmesso pochi giorni prima il film Persepolis di Marjane Satrapi (contenente una sequenza raffigurante la protagonista che dialoga con Dio) e poi tentano di occupare l’università di Tunisi, col pretesto di difendere il diritto delle studentesse a indossare il velo integrale. Il resto è cronaca più recente, col governo di Ennahda che ostenta dichiarazioni di moderazione ma esita nell’orientare in senso autenticamente laico la discussione intorno alla nuova costituzione.

Scandito dalla voce fuoricampo della regista, costellato da una serie di intermezzi di taglio situazionista (vediamo un ragazzo affiggere di volta cartelli inneggianti alla libertà e alla trasgressione, ascoltando libere improvvisazioni al pianoforte), Même pas mal è costellato da riflessioni autoironiche che rinviano alla lotta parallela scatenata dalle cellule tumorali e da quelle reazionarie degli islamisti. La constatazione finale della regista è amara: la battaglia contro il tumore è stata vinta, ma le metastasi nella società tunisina sono sempre più diffuse e minacciano di averla vinta su un corpo sociale che ha isole di resistenza e dissidenza civile ancora molto forti. Di certo, l’opposizione a Ni Allah, ni maître! ha fatto sì che il film non abbia più potuto essere proiettato in Tunisia dopo l’assalto di giugno e lo stesso Même pas mal, presentato nei mesi scorsi a Parigi, al FESPACO e in altri festival, risulta tuttora inedito in Tunisia, pur essendo stato visto a gennaio, trasmesso sul satellite da TV5 Monde. Il film, peraltro, è visibile in streaming gratuito sul sito di TV5 Monde+ Afrique, in versione originale francese senza sottotitoli (qui).

«È tutta una questione di cellule: cellule di crisi, cellule tumorali, cellule nervose della materia grigia, cellule terroristiche, celle della prigione, dell’informazione: certe cellule si moltiplicano in modo anarchico, altre in misura più ordinata, a volte delle cellule aggressive attendono nell’ombra il momento opportuno per attaccare». L’energia civile di cui vibra Même pas mal testimonia di uno spirito più che mai libero e deciso a testare gli anticorpi della democrazia tunisina. Il registro da guerrilla filmmaking che era presente anche in Ni Allah, ni maître! viene compensato dal più intimo tracciato della vicenda personale, che consente alla regista di articolare una partitura paranarrativa complessa, alternando passaggi densi sul piano della cronaca politica o della denuncia sociale e altri, più dolenti e meditativi, in cui il discorso in prima persona assume un respiro lirico ma rimanendo ben di qua di qualsiasi compiacimento.

La buona notizia è che Nadia El Fani, oltre a intervenire nei passaggi importanti della vita civile del Paese, prendendo in più occasione posizione per difendere la dignità di Amina Tyler, ha presentato di recente al Festival d’Amiens il soggetto di un nuovo film di finzione, dal titolo Frankaouis. Il soggetto, quanto mai esplosivo, vede al centro una giovane tunisina, Zakia, costretta a fuggire dalla Tunisia nei giorni successivi alla rivoluzione, perché minacciata dagli islamisti a causa della propria omosessualità. Aspettiamo con curiosità il ritorno alla narrazione della regista di Bedwin Hacker (2002), apologo sulle gesta di una cyberterrorista lesbica, fotografato dal “nostro” Tarek Ben Abdallah. Di certo il cinema tunisino ha bisogno di una voce libera e controcorrente come la sua.

Leonardo De Franceschi | 66. Festival de Cannes

Cast & CreditsMême pas mal
Regia: Nadia El Fani e Alina Isabel Pérez; fotografia: Nadia El Fani, Fatma Cherif, Alina Isabel Pérez e Dominique Lapierre; montaggio: Jérémy Leroux; origine: Tunisia, 2012; produzione: David Kodsi e Jan Vasak per K’ien Productions; durata: 66’.

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