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MedFilm Festival 19. Le monde est comme ça

di Fernand Melgar

Dopo i titoli di coda

La speranza in un futuro incerto ha la voce morbida di un griot mandingo, Bakary Sisoro, che, accompagnandosi con la kora, culla Dia e noi tutti, cantandoci di un mondo che è così, amaro, ma in cui l’amore non finisce mai e bisogna avere fiducia. Fiducia nel coraggio della parola e in quello dell’ascolto: parola e ascolto che hanno portato il 5 giugno persino l’istituzionale International Herald Tribune a prendere posizione contro i CIE italiani - notizia ignorata da pressoché tutti gli organi stampa che contano - e il 27 giugno, nella giornata internazionale a sostegno delle vittime di tortura, hanno visto tante persone riunite al Teatro Palladium di Roma al grido di "Mai più zitti" davanti all’orrore dei CIE e per festeggiare, una volta tanto, la liberazione di Karim, una delle tante vittime dell’ignobile legge Bossi-Fini, finito nel centro di Ponte Galeria, e ora, mai troppo presto, finalmente libero di tornare ad abbracciare la sua Federica. Ma per i reietti di Frambois, rimpatriati a forza dalla civile Svizzera dopo quindici, vent’anni di soggiorno regolare, magari per un ritardo nel rinnovo del permesso, non può esserci pace. Perché da un ritorno al paese natale che avviene in manette e col trattamento riservato a un criminale di guerra può iniziare solo una nuova vita di frustrazione e alienazione.

Le monde est comme ça: proprio da un verso della ballata tradizionale mandinga cantata da Sisoro Fernand Melgar ha tratto il titolo del suo nuovo documentario, con cui è tornato a due anni da Vol special, che prosegue la distribuzione civile promossa da ZaLab dal mese di gennaio, dopo aver mietuto premi e smosso coscienze in tutto il mondo. Questo nuovo, misurato e toccante, saggio di cinema civile e di poesia è stato presentato in concorso nella sezione doc del 19° MedFilm Festival di Roma, curata da Gianfranco Pannone. Vol special, varrà la pena ricordarlo, raccontava le vicende di un gruppo di ospiti del centro di detenzione amministrativa di Frambois, struttura modello del sistema, preposta insieme ad altre consimili ad alloggiare fino a un massimo di 18 mesi (erano 24 quando Melgar ha girato) cittadini di paesi terzi privi di un permesso di soggiorno regolare e già espulsi e condannati da un tribunale ad essere rimpatriati a forza con un volo aereo, ordinario e di linea - se disposti ad accettare di buon grado la sentenza. Per quelli che non si rassegnano c’è appunto un "volo speciale", sinistro epiteto con cui viene definito un volo nel quale chi viene espulso viaggia legato al sedile, bloccato da un dispositivo di contenzione inumano e degradante, che lo costringe per ore immobile, impossibilitato a muovere anche solo la testa o ad espletare liberamente i più elementari bisogni fisiologici. Le monde est comme ça passa in rassegna la sorte di alcuni dei protagonisti di Vol special, filmati nei paesi d’origine o nella casa in Svizzera alla quale sono stati inopinatamente rispediti per un’oscura circostanza giurisprudenziale.

Per quattro di loro, l’esperienza del volo speciale è stata l’inizio di un incubo. Rientrare in patria a forza, senza mezzi, senza legami, dopo numerosi anni di assenza da casa, con una famiglia spesso lasciata alle proprie spalle che non si sa se e quando si potrà mai rivedere è un’esperienza indicibile, che l’obiettivo della camera può solo limitarsi a registrare, nell’evocazione incerta dei protagonisti. Per alcuni, si comincia con un brusco risveglio, nelle mani di un ispettore locale che ti sbatte in faccia la richiesta di asilo in Svizzera e ti fa pagare con sei-sette mesi di reclusione extragiudiziaria e quattrocento colpi sotto la pianta dei piedi la colpa imperdonabile di aver infangato all’esterno l’onorabilità del Paese: il camerunese Geordry passa le giornate a guardare la foto del canuto vecchino svizzero che ha accudito fino alla morte, ancora incredulo per la sorte toccatagli, a lui che pure aveva fatto di tutto per integrarsi, prendendo un diploma da infermiere, in attesa che un tribunale svizzero sentenziasse che sì, i suoi genitori erano stati fatti fuori per odio religioso ma tutto sommato lui non aveva bisogno di asilo, poteva rientrare senza rischi. Generosi gli svizzeri, non c’è che dire, nessuno è uscito con le mani vuote da questa storia: il poliziotto macellaio di Yaoundé ha ricevuto un bel dossier contenente la richiesta di asilo di Geordry e lui ha avuto una Bibbia con dedica da uno degli aguzzini dal volto umano di Frambois.

Per Dia, Wandifa e Ragip tornare ha significato fare i conti con un’entourage familiare spesso numeroso, pieno di esigenze, risentimento e in fondo disprezzo, nei confronti di qualcuno che non ce l’ha fatta, è riapparso dal nulla le mani in mano e la testa persa al pensiero di una moglie e dei figli rimasti in Svizzera. Dia ha dovuto ricominciare da zero, lui che era un musicista affermato e andava e tornava tra Losanna e Gorée, seminando cuori infranti e figli: per contrappasso, si ritrova chiuso come un topo nella casa della sorella, attanagliato dalla paura di uscire, guardare in faccia la gente del quartiere, giustificarsi del perché non sia tornato almeno con la solita valigia piena di regali per parenti e amici. Wandifa, dalla sua casa paterna in Gambia, continua anche lui a pensare al suo reggae che parla di giustizia e libertà, ma qui a fare problema è l’impotenza del confronto quotidiano con una famiglia allargata che, finché era in Svizzera, riusciva a tirare avanti con le sue rimesse, e ora non sa come tirare avanti e, in fondo, cosa farsene di un altro giovanotto senza prospettive e con il sogno dell’Europa. Ragip ha dovuto riconquistarsi il padre per strappare il diritto ad essere riaccettato in casa, lui che per anni aveva rifiutato di rientrare in Kosovo e ora, sbrigato il lavoro quotidiano nei campi o con gli animali, si consola chiacchierando con una ragazzina che gli ricorda la figlia rimasta a Ginevra insieme alla moglie e agli altri bambini.

Per ultimo, Melgar ci presenta la storia di Jeton, liberato da Frambois dopo la morte del detenuto nigeriano finito soffocato durante un "volo speciale". Jeton è rientrato in famiglia, insieme alla moglie serba e ai bambini, suoi e di lei, dopo poco tempo dal rilascio ha potuto almeno in parte migliorare la propria posizione amministrativa, grazie a una revisione della legge svizzera che gli ha consentito di sposarsi, ma entrambi vivono nell’incubo di un nuovo incidente di percorso, un’inadempienza burocratica o un cavillo che possa permettere a un zelante poliziotto della Fortezza Europa di rispedire l’uno o l’altra da dove sono venuti, anche dopo vent’anni di residenza. Il tutto, mentre altri fidi cani da guardia dell’Occidente continuano a massacrare al confine ispano-marocchino di Melilla i migranti che vogliono entrare irregolarmente nell’enclave spagnola, come denuncia oggi la filmmaker Sara Creta in un reportage rilanciato da Repubblica TV.

Quattro delle storie, quella di Wandifa, Geordry, Ragip e Dia, erano state girate già nell’autunno del 2010 e messe online sul sito della casa di produzione di Melgar, Climage, il 28 marzo 2012, in occasione della prima televisiva svizzera di Vol special. Il regista ha mantenuto pressoché inalterata la struttura delle quattro videointerviste, aggiungendovi l’episodio di Jeton e recuperando del materiale di Vol special, in parte già montato e in parte inedito.
Eppure, Le monde est comme ça travalica di gran lunga la dimensione testimoniale e il valore civile che pure sono elementi centrali della poetica di Melgar. È vero, per la battaglia di civiltà che tanti soggetti e associazioni della società civile hanno mosso contro l’istituto dei centri di detenzione amministrativa per migranti irregolari - l’ultimo ritrovato di una forma-campo di matrice coloniale, da mettere al bando in una vera Europa dei diritti e delle libertà - anche un film come questo può svolgere un ruolo inestimabile.

Se Vol special (di)mostrava, rossellinianamente, come un centro di detenzione, anche se lo trasformi in un hotel a cinque stelle, blandendo i tuoi ospiti con lauti pasti e parole melliflue, rimane sempre un lager; Le monde est comme ça racconta un altro capitolo rimosso del "libro nero del contrasto all’immigrazione clandestina", quello del ritorno forzato a un Paese che ormai non viene più percepito come il proprio, dopo l’interruzione violenta di un’esperienza migratoria che ha prodotto sogni, ricordi, figli.
Anche dietro un progetto apparentemente meno solido e strutturato di La forteresse e Vol special ritroviamo tutta il rigore etico e la forza poetica dello sguardo di Melgar. Per ogni episodio, il regista costruisce un’attenta microdrammaturgia del quotidiano, a partire dalla scelta dei luoghi. È vero, il suo cinema vibra di un emozione particolare quando nell’economia del discorso entra in gioco un terzo attore: questa presenza - che si tratti della ragazzina che chiacchiera con Ragip o del griot che consola Dia - restituisce allo spettatore il suo ruolo di testimone privilegiato benché non protetto da alcuna quarta parete. Altrove, come nell’episodio di Wandifa e in quello di Geordry, l’autonarrazione in macchina viene problematizzata da procedimenti di messa in quadro che insistono sulla fissità e sulla ricercatezza dell’inquadratura, assimilata fotograficamente a un ritratto, a un gruppo di famiglia, a un tableau vivant.

Ma, benché talvolta si appoggi a un carrello per accarezzare lateralmente i suoi antieroi reietti di Schengenland, o a una surplus di intensificazione nel trattamento del colore, la tessitura audiovisiva del suo discorso non presenta mai smagliature estetizzanti, senza per questo incappare in concessioni di sorta a un’accezione linguisticamente inerte di combat film. Prova ne sia l’utilizzo esclusivo di una musica diegetica a sostenere drammaturgicamente la struttura paranarrativa, vale a dire il canto mandingo di Bakary Sisoro che ispira il titolo e riscalda l’epilogo di Le monde est comme ça, ballata dolente e asciutta rivolta a chi riesca ancora ad esercitare l’arte dell’ascolto.

Leonardo De Franceschi | 19. MedFilm Festival

Cast & CreditsLe monde est comme ça
Regia e fotografia: Fernand Melgar; produzione e suono: Elise Shubs; montaggio: Janine Waeber; collaborazione: Claude Muret, Janka Rahm-Melgar; illustrazioni: Bénédicte Sambo; sviluppo: Robin Erard; missaggio: Jérôme Cuendet; origine: Svizzera, 2013; formato: HD, 16/9; durata: 60’; produzione: Climage, in coproduzione con Radio Télévision Suisse, Irène Challand, Gaspard Lamunière, Miruna Coca-Cozma e ARTE G.E.I.E Annie Bataillart, Christian Cools, con il sostegno di Succès cinéma (OFC), Fondation romande pour le cinéma; distribuzione internazionale: Climage.

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