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Mohamed e il pescatore

di Marco Leopardi

Immagini subacquee, immagini subalterne

La prima visione televisiva del 3 luglio di Mohamed e il pescatore su Rai Storia ha rappresentato un momento importante nel ciclo di vita e visibilità di questo documentario che è stato presentato la prima volta lo scorso dicembre a Roma, in occasione della giornata internazionale dei migranti ed è stato riproposto in varie occasioni e all’interno di festival come il FIPATEL di Biarritz. Il regista, Marco Leopardi, romano di 52 anni, ha alle spalle una cospicua produzione di documentari a sfondo naturalistico e socio-antropologico, che fa seguito a una precedente attività di fotogiornalismo.

La storia, vera, alla base del documentario, per un verso assomiglia purtroppo a quella di migliaia di migranti che sono entrati in Europa passando per Lampedusa, rischiando la vita in traversate costellate da morti e traumi impossibili da cancellare. Ma a Mohamed è toccato in sorte di sopravvivere, lui solo su 47, al naufragio del gommone su cui si era imbarcato, nel 2007, dalla Libia: dopo aver vagato alla deriva cinque giorni aggrappato con la forza della disperazione a una tavola, è stato miracolosamente avvistato dal capitano mazarese di un piccolo motopeschereccio, che lo ha tratto in salvo, portandolo a riva. Vito Cittadino, non nuovo a salvataggi in mare di migranti in difficoltà, ha ricevuto lo stesso anno il Premio per mare, istituito dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati nel 2007.

Sostenuto dal Programma Media Unione Europea e dal Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia, Mohamed e il pescatore parte ex-post, da una telefonata tra i nostri due protagonisti: Mohamed lavora a Parigi in una ditta di pulizie ma giustamente aspirerebbe a qualcosa di meglio, Vito lo invita a tornare a Mazara, impegnandosi a trovargli una sistemazione. Quando però il 29enne Mohamed si trova a Mazara, per un verso sperimenta la solidarietà di Vito e della sua famiglia e il calore anzitutto dei suoi compagni di sventura e correligionari - Mohamed, musulmano praticante, viene dalla Mauritania - per l’altro si trova a fare i conti con un razzismo istituzionale che, nascosto tra le pieghe di una burocrazia poliziesca di per sé ottusa e alienante, impedisce al detentore di un permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, come Mohamed, di ottenere un libretto di navigazione, precondizione perché possa lavorare da pescatore insieme a Vito.

Come in diversi casi analoghi, Mohamed e il pescatore intreccia scorci di vita vissuta e brani memoriali in cui il giovane racconta la sua terribile avventura di viaggiatore "senza scelta", dalla vita nel paesino della Mauritania insieme ai sei tra fratelli e sorelle al lavoro da schiavo a Nouakchott, la capitale, esperienza questa che lo ha convinto a lasciare tutto e mettersi in viaggio in direzione Libia e poi Europa, per difendere anzitutto la propria libertà e dignità, nella speranza di poter aiutare anche la propria famiglia. Dopo tutto quello che ha passato, nulla fa più paura a Mohamed, ma diversi mazaresi d’adozione, nati al di là del Mediterraneo e accolti come lui nel solido tessuto sociale della cittadina, forte di una comunità di dodicimila tunisini in regola (più seimila irregolari), mettono insieme altri pezzi di un mosaico fitto di ombre più che luci. L’egiziano Said, che vivacchia facendo lavoretti al porto, non può dimenticare di aver contato settecento cadaveri di migranti, quando lavorava a Tripoli, ma si racconta che la vita è bellissima e che l’importante è fare le cose per bene. Dal canto suo, il giovane gestore di una macelleria halal è in Italia da bambino ma, pur riconoscendo il clima di solidarietà che si respira fra la gente, è convinto che verrà sempre considerato tunisino.

Leopardi tallona il suo protagonista, accompagnandolo nei vari incontri con Vito e i suoi parenti e amici, con mazaresi doc e acquisiti, alternando come detto fra momenti in presa diretta e altri, compositivamente più studiati nel taglio dell’inquadratura e nella tessitura figurativa, in cui si sofferma sui racconti in prima persona di Mohamed, momenti questi innervati dalla voce parlante (in/fuori campo) del giovane, talvolta accompagnati da un tema musicale dolente e da immagini subacquee evocative, sulla falsariga di quelle realizzate da Emanuele Crialese in Terraferma. Peccato che lo sguardo della videocamera, benché esteticamente sostenuto, risulti in diversi passaggi chiave assai incerto sul piano di un’etica del discorso e della rappresentazione. Piuttosto che esplicitare il carattere situato e parziale del proprio sguardo di regista, operazione che di per sé ha l’effetto di dedrammatizzare il discorso, Leopardi si nasconde dietro il simulacro di una cornice-finestra presentata come trasparente e cede al contempo alla tentazione della finzionalizzazione, come il Giovannesi di Fratelli d’Italia.

Troppi passaggi sollevano il sospetto di un’autenticità performata, dalla stessa telefonata che apre il film (innescata verosimilmente dal progetto del documentario, mai evocato), agli incontri di Mohamed e Vito con gli amici mazaresi (seguiti da una macchina a mano la cui presenza, pure sensibile, non viene mai registrata dai presenti). Il picco dell’ambivalenza del rapporto tra soggetto e oggetto dello sguardo, quello in cui davvero, purtroppo, Mohamed diventa "soggetto assoggettato" dello sguardo del regista, si ha durante la telefonata, vera, ma suturata in un’unica, interminabile conversazione, tra il giovane e diversi impiegati della questura di Alessandria in merito alla questione del suo permesso di soggiorno: qui Mohamed, che ha un buon italiano ma tende semplicemente a mangiarsi le parole, viene rimpallato da un operatore all’altro, finché, sfinito, non riesce più a spiegare lo scopo della chiamata (che è quello di cambiare il permesso di soggiorno, in modo da poter ottenere il libretto di navigazione) e non capisce neanche di essere stato scaricato quando l’ennesimo impiegato gli dice che per rinnovare il permesso basta andare a un qualsiasi ufficio postale. Qui lo sguardo apparentemente neutro dell’operatore diventa complice di un apparato di sapere-potere aberrante invece di smascherarlo, come sulla carta ci aspetteremmo facesse.

Nei prossimi tempi ci imbatteremo, temo, sempre più spesso in documentari, formalmente eleganti e d’impatto ma eticamente ambivalenti, sui temi dell’immigrazione irregolare; il rischio è che si vada configurando una sorta di filone, con una sua retorica discorsiva, fatta di cliché, stilemi, formule ricorrenti. Sarebbe lo scenario peggiore, il modo più perfido di rendere quello che sulla carta è il soggetto del discorso ancora più subalterno di quanto non sia nella vita reale.

Leonardo De Franceschi

Cast & CreditsMohamed e il pescatore
Regia e fotografia: Marco Leopardi; autori: Ludovica Jona, Marta Zaccaron, Marco Leopardi; ricercatrice: Ludovica Jona; montaggio: Giorgio Milocco; musiche: Rosario di Bella; suono: Francesco Morosini, Matteo De Angelis; produttore: Marta Zaccaron per Quasar Multimedia; origine: Italia, 2012; formato: Full HD; durata: 54’; sito ufficiale: quasarmultimedia.it

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