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Il Cinema Ritrovato: da Saturnino Farandola a Peter Brook, passando per Sembène

di Maria Coletti

Sulle tracce di un’Africa reale e, insieme, immaginata

Una delle più interessanti novità della XXVII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna è la sezione Cinemalibero, curata da Gian Luca Farinelli e dedicata, come spiega nell’imponente catalogo del festival, «ai film che hanno aperto sentieri inediti, spesso oscurati al loro apparire e poi dimenticati, film che mantengono intatta la loro forza di invenzione e di scoperta». Una sezione di respiro internazionale, capace di incrociare generi, durate e autori da ogni angolo del mondo, e che non a caso ha presentato anche alcuni capolavori dall’Africa e sull’Africa.

Continuando la preziosa collaborazione con la World Cinema Foundation di Martin Scorsese, di cui fa parte anche il maliano Souleymane Cissé, è stato infatti presentato al festival anche Borom sarret (1963), il primo cortometraggio del senegalese Ousmane Sembène, padre del cinema africano e strenuo difensore del cinema come scuola popolare e insieme come strumento di slancio poetico e di rinnovamento sociale. Sembène ha influenzato e continua a ispirare intere generazioni di registi africani e della diaspora, in quel continuo rinnovamento del cinema – o meglio, dei cinema – in un continente in cui continuano a sparire sale di proiezione e in cui è ancora difficile lavorare e creare continuità fra le generazioni. Un’ispirazione poetica e politica che ha però segnato anche intere generazioni di cineasti e critici europei, nell’epoca d’oro delle nouvelles vagues mondiali e di un terzo cinema, libero da ogni condizionamento e capace di rovesciare la dinamica della subalternità delle immagini, dalle periferie al centro, e viceversa. Il tragitto apparentemente semplice e lineare del carrettiere di Sembène, ma capace di rivelare sottotraccia, nel disegno della città, le disparità del nuovo Senegal post-indipendenza e insieme le vecchie e nuove rivendicazioni delle donne, diventa davvero esemplare di un modello di cinema indipendente.

Come lo è l’esempio di René Vautier, di cui sono stati presentati Afrique 50 (1950) e Avoir vingt ans dans les Aurès (1971), dedicati al colonialismo francese in Africa e alla guerra d’Algeria, un cineasta che ha mantenuto lucidità e forza poetica e politica, nonostante le vicissitudini tormentate legate ai suoi film, come lui stesso ha dichiarato nel 2009 in un’intervista pubblicata su “L’Humanité” e ripresa nel catalogo del Cinema Ritrovato: «Avevo vent’anni quando girai Afrique 50. Il mio unico scopo era mostrare la verità sulla vita quotidiana dei contadini neri nell’Africa occidentale francese. Ho semplicemente filmato ciò che vedevo. Allora hanno tentato di impedirmi di filmare. In particolare i coloni mi hanno violentemente ostacolato. Questo film, al quale la Cinémathèque française ha reso un omaggio molto lusinghiero qualche anno fa, mi ha causato all’epoca gravi problemi. Nel 1972 Avoir vingt ans dans les Aurès ha ricevuto il premio della critica internazionale al Festival di Cannes. Nonostante questo riconoscimento, il film ha dovuto aspettare dodici anni prima di essere trasmesso dalla televisione francese. Alcuni vi hanno visto un’accusa assurda contro i presunti benefici della presenza francese nelle colonie. […] Alcuni ambienti rifiutano categoricamente di considerare con lucidità il passato coloniale. Ma le giovani generazioni devono conoscere quello che fu fatto in nome della Francia nelle colonie. Spero che i miei film possano contribuire a questo scopo».

Del resto, lo stesso Scialom ha dedicato il suo film Lettre à la prison «a tutti quelli che lavorano ostinatamente nell’ombra, ai cineasti marginali, dilettanti, atipici, che so esplodere di una passione umiliata e brulicano di mille folgorazioni, tali da far impallidire il cinema e la televisione ufficiali, a tutti coloro che la “professione”, con superbia, ignora». Una dedica che Gian Luca Farinelli ha voluto leggere proprio durante l’incontro con il regista, come una sorta di perfetto esergo della sezione Cinemalibero.

Ma andare alla ricerca, tra i fotogrammi ritrovati e restaurati di Bologna, delle tracce reali e immaginate/immaginifiche dell’Africa, ha significato anche confrontarsi con alcuni film muti.

L’Africa reale, ripresa in alcune brevi vedute del Cairo in La vie cosmopolite au Caire (1913) o coinvolta nella Prima Guerra Mondiale, con le truppe coloniali in partenza da Pretoria in L’Invasion allemande. Après la retraite de l’armée allemande (1914) o ancora l’ironia razzista sui neri suggerita in Les Zouaves d’Afrique dans les Flandres belges (1915), in una sequenza in cui un soldato si dipinge di nero, come nei minstrel shows, per impersonare un africano e combatte con un commilitone.

E poi, naturalmente, come non notare l’ambientazione di gusto orientalista nelle scenografie di un capolavoro come Quo vadis? di Enrico Guazzoni (1913), ma anche in Lo schiavo di Cartagine di Luigi Maggi (1910) e nella comica Kri Kri gladiatore (1913).

E come non cogliere le origini dello sguardo imperialista sull’Africa, in un esempio di «immaginazione che guarda al futuro e insieme al colonialismo nel film ispirato dallo splendido romanzo di Albert Robida», come ha sintetizzato Mariann Lewinsky a proposito di La regina di Makalolos – Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola di Marcel Fabre (1913). Nel film, che è anche una divertita riflessione sull’illusione del cinema (gli attori che guardano in macchina e ammiccano allo spettatore, gli orsi visibilmente finti usati come maschere), possiamo trovare in nuce tutti i luoghi comuni legati all’Africa: Saturnino Farandola insieme alla compagna esploratrice risale il corso del Nilo, cacciano due orsi (che useranno come travestimento), sconfiggono la tribù cannibale dei Niam-Niam e salvano le regine dei Makalolos che erano state da loro rapite e legate, segnando in qualche modo l’inizio dei sogni di rescue and domination come Ruth Ben-Ghiat definisce il topos della donna in pericolo salvata dall’uomo bianco tipico degli anni Venti.

Infine, un salto in avanti, con il 1968 di Tell Me Lies e la guerra in Vietnam vista da Peter Brook e la sua compagnia teatrale, scelta perfetta per il film di chiusura della sezione Cinemalibero.

Tell Me Lies è infatti una riflessione assolutamente moderna – e forse per questo all’epoca non capita – non solo sulla guerra in Vietnam ma sulla mediatizzazione della guerra e insieme dei movimenti di protesta, attraverso un mélange brechtiano di canzoni, sketch, interviste, filmati documentari e finzione.

Sintomatico di una riflessione a 360 gradi sul meccanismo mondiale del potere e insieme sul potere dell’immagine è in questo senso l’incontro con l’afroamericano Stokeley Carmichael delle Black Panthers, che, a partire dalla denuncia della guerra in Vietnam e il confronto con una ragazza vietnamita a Londra, introduce il tema del razzismo negli Stati Uniti e la lotta per i diritti civili, collegando le due situazioni apparentemente lontane e rivendicando la violenza e il diritto alla lotta. Come spiega Carmichael alla ragazza vietnamita, «noi chiediamo lo stesso agli Stati Uniti da 400 anni, che ci lascino in pace. Ma non si può vivere in pace ed essere schiavi. Per questo il nostro motto non è la pace ma la parola liberazione, perché non si può avere la pace finché non si è tutti uguali».

Una riflessione che sembra portata alle estreme conseguenze da Norman Morrison, il giovane quacchero che si è dato fuoco davanti al Pentagono per protesta: nel 2013, guardando quelle immagini non si può fare a meno di pensare al giovane tunisino Mohamed Bouazizi che si è dato fuoco nel gennaio 2011, innescando la rivoluzione tunisina e poi le altre del mondo arabo, a cominciare da Egitto e Libia.

Ma Tell Me Lies è profondamente attuale anche nella sulla riflessione intorno al potere dei media e all’assuefazione alle immagini, come splendidamente suggerito nel finale. Ancora una volta la cinepresa inquadra su un giornale la foto di una ragazza vietnamita in un letto di ospedale con in braccio quello che sembra un bambino, tutto avvolto dalle bende. Un’immagine di impotente sofferenza e rassegnazione. Fuori campo, la voce di uno dei protagonisti che chiede all’amico (e a tutti noi spettatori): “Quanto puoi guardare questa foto prima di diventare indifferente? Che faresti se entrasse da quella porta?”. Stacco. Silenzio. Una porta bianca, semi aperta, ripresa ad inquadratura fissa. Dissolvenza in bianco.

Il bianco accecante del finale (in un cortocircuito visivo con il bianco accecante della bomba atomica di Hiroshima mon amour presentato la sera prima in Piazza Maggiore) rimanda al contempo a una mancanza e a un eccesso della visione, come se le immagini del Novecento, il secolo del colonialismo, delle guerre e dell’orrore, siano sempre troppo poche o, al contrario, in eccesso. La dissolvenza in bianco di Brook inchioda lo spettatore alle proprie responsabilità e insieme lo stimola alla riflessione sul cinema e, attraverso il cinema, sul mondo.
L’invito che si può cogliere in fondo, sottotraccia, in tutte le proiezioni di questo prezioso festival.

Cast & Credits

Lo schiavo di Cartagine di Luigi Maggi (Italia, 1910, 13’)

La Vie cosmopolite au Caire (Francia, 1913, 3’)

La regina dei Makalolos - Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola di e con Marcel Fabre (Italia, 1913, 20’)

Quo vadis? di Enrico Guazzoni (Italia, 1913, 94’)

Kri Kri gladiatore (Italia, 1913, 8’)

L’Invasion allemande. Après la retraite de l’armée allemande (Francia, 1914, 17’)

Les Zouaves d’Afrique dans les Flandres belges (Francia, 1915, 8’)

Afrique 50 di René Vautier (Francia, 1950, 17’)

Borom sarret di Ousmane Sembène (Senegal, 1963, 22’)

Tell Me Lies di Peter Brook (Gran Bretagna, 1968, 108’)

Lettre à la prison di Marc Scialom (Francia, 1969-70, 70’)

Avoir vingt ans dans les Aurès di René Vautier (Francia, 1971, 100’)


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