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Venezia 70. White Shadow

di Noaz Deshe

Pelle bianca odio nero

Oggi stampa e pubblico hanno accolto con notevole calore un’opera prima in concorso alla Settimana Internazionale della Critica: White Shadow è una singolare coproduzione tra Italia, Germania e Tanzania, diretta da un regista nato a Jaffa ma che vive tra Berlino e Los Angeles. Noaz Deshe ha alle spalle la composizione di una colonna sonora e una graphic novel nel cassetto: colpiscono tanto più la densità e l’energia di scrittura filmica dispiegate in questo esordio che farà parlare di sé nei prossimi mesi e potrebbe forse arrivare addirittura in sala, in virtù dell’impegno profuso dalla controparte produttiva italiana.
Il tema è da brividi: si tratta della discriminazione contro gli albini che specialmente in Tanzania ha assunto una forma particolarmente abietta. Solo negli ultimi due anni si sono registrati più di settanta casi di omicidi nei quali le vittime sono state fatte a pezzi e i loro arti o organi venduti sul mercato nero a cifre astronomiche come lugubri portafortuna. E allora, come restituire una vicenda così tragicamente estrema e apparentemente immostrabile? Deshe ha scelto la strada della finzione e il punto di vista di un ragazzo.

Alias è un adolescente che vive in un villaggio nella regione di Morogoro, ha un padre, albino come lui, e una madre. Una notte maledetta una squadra di uomini armati di machete si abbatte sulla casa isolata dove vivono e macella il padre davanti agli occhi suoi e della madre, lasciandone a terra il corpo mutilato. Dopo averlo seppellito in segreto, la donna si spinge nella capitale per chiedere al fratello Kosmos, che non vedeva da anni, di prendere con sé il nipote per salvarlo da morte sicura. Pur riluttante, l’uomo lo mette a vendere ai semafori cd, bambole e articoli del genere. Alias non conosce la città e ha un impatto negativo col caos e l’indifferenza dei potenziali acquirenti. L’unico spiraglio è rappresentato dal sorriso ancora infantile della piccola Antoinette, figlia di Kosmos, che gli dà alcune dritte su come imporsi all’attenzione degli automobilisti. Ma la piazza è già occupata da molti altri venditori e all’ennesima dimostrazione di intolleranza nei suoi confronti Alias crolla e chiede allo zio di potersi trasferire in un piccolo rifugio fuori città dove vivono altri albini e ragazzi senza famiglia.

Alias riesce ben presto a inserirsi nel rifugio e stringe amicizia con un altro bambino, più piccolo: Salum è una sorta di doppio in scala di Alias, curioso e pieno di vita. Alias continua a frequentare la casa dello zio, ma Kosmos, tenuto in scacco dalla banda di cacciatori di albini, per via di un debito che ha contratto col capo, riesce con difficoltà sempre maggiore a difendere se stesso e la figlia dalle aggressioni ricorrenti, finché la situazione precipita e lo stesso rifugio diventa teatro di una nuova terribile carneficina. Alias si troverà davanti alla scelta della vendetta o della libertà, davanti a un villaggio che sembra finalmente aver preso coscienza della necessità di interrompere questo turpe mercato di organi.

Così delineato, il plot sembra prefigurare un’articolazione lineare e in crescendo. In realtà, già sul piano dell’intreccio, Deshe scommette su un punto di vista calibrato perlopiù sull’esperienza, parziale e tutta emotiva, di Alias. Inoltre, oltre ad una articolazione di più livelli narrativi (a recuperare il punto di vista del capobanda e quello di uno stregone dedito a questo terribile traffico), l’intreccio viene disseminato di salti logici e temporali, in avanti e indietro e di ellissi narrative che confondono volutamente lo spettatore, amplificando la percezione di pericolo e morte incombente.

Ma la vera scommessa di Deshe avviene sul piano dell’impaginazione audiovisiva: girato con un’equipe limitata e un cast di non professionisti, il regista mette in campo una retorica visiva di grande impatto, che sembra rispondere all’intento di trascinare lo spettatore in una sorta di trance patemica. Appoggiandosi a un regime discorsivo di marca espressionistica ma rigorosamente antinaturalistica, Deshe vira spesso e volentieri dal registro fenomenologico-esperienziale a uno deliberatamente lirico e visionario, appoggiandosi a scelte di linguaggio (arditi movimenti di macchina, trattamento del colore, effetti visivi, impasto denso di livelli nella colonna sonora) estremamente funzionali e coerenti con la sua scommessa espressiva.

Il risultato, come detto, è un film che inevitabilmente colpisce per l’energia cinematica dispiegata e per la densità di valori formali espressi sul piano dell’audiovisione, tanto più che Deshe si rivela davvero come un total filmmaker, firmando in compartecipazione, oltre alla produzione, anche sceneggiatura, fotografia, montaggio e colonna sonora. Al termine della proiezione, il regista ha messo in evidenza come il progetto, nato in vista di un’esperienza di formazione all’audiovisivo promossa dal Goethe Institut e dall’Alliance Française e maturato sulla scorta di un reportage di una giornalista BBC che si era vista offrire dei portafortuna umani da uno di questi stregoni, sia stato realizzato in collaborazione con un team di studenti tanzaniani e quindi sia stato per così dire verificato e inverato dall’apporto di tanti collaboratori locali.

Se la possiamo considerare vinta sul piano stilistico-espressivo, la scommessa di Deshe risulta a mio avviso giocata in modo meno consapevole su quello dei modi di rappresentazione dell’Africa.
Certo, se avessimo qui alla Mostra venti film legati all’Africa o meglio ancora diretti da registi africani, potremmo sfumare questa argomentazione, ma il fatto che White Shadow sia uno degli ahimè troppo pochi film ambientati in Africa subsahariana e che il regista abbia optato per un registro non presentazionale del dramma degli albini ma piuttosto abbia impegnato lo spettatore in un tour de force pesante sul piano patemico non possono che lasciare perplessi. A riaprire i giochi della partita del senso è, almeno in parte, un epilogo pacifista, alla Daratt, con Alias che si rifiuta di giustiziare il capobanda e, sfuggendo a una tempesta di vento che spazza pericolosamente la strada, si allontana libero verso l’orizzonte.
Peccato che dietro di sé si lasci dietro un paese devastato da odio, violenza e superstizioni, come a dire che l’unico orizzonte desiderabile rimane sempre la fuga da quest’Africa dal cuore di tenebra.

Leonardo De Franceschi | 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & CreditsWhite Shadow
Regia: Noaz Deshe; sceneggiatura: Noaz Deshe, James Masson; fotografia: Armin Dierolf, Noaz Deshe; musiche: James Masson, Noaz Deshe; montaggio: Noaz Deshe, Xavier Box, Robin Hill, Nico Leunen; scenografia: Smith Kimaro, Deepesh Shapriya; costumi: Sandra Leutert, Caren Miesenberger; suono: Elie Chansa, Niklas Kammertöns, Thomas Wallmann; interpreti: Hamisi Bazili, James Gayo, Glory Mbayuwayu, Salum Abdallah, Tito D. Ntanga, Riziki Ally, James P. Salala, John S. Mwakipunda; origine: Italia/Germania/Tanzania, 2013; formato: DCP, colour, 1:1.85; durata: 115’; produzione: Ginevra Elkann, Noaz Deshe, Francesco Melzi d’Eril per Asmara Films, Shadoworks, Mocajo Film; sito ufficiale: http://www.whiteshadow.info/.

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