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Venezia 70. Memphis

di Tim Sutton

Rapsodia in blues

Una delle novità più interessanti di questa Mostra è stata sicuramente il progetto Biennale College sponsorizzato da Gucci, e realizzato in collaborazione con IFP, TorinoFilmLab e il Dubai International Film Festival, che quest’anno ha permesso di mostrare i primi tre film realizzati al termine di un laboratorio aperto a giovani filmmaker di diversa provenienza. Memphis, opera prima del newyorchese Tim Sutton, è uno di questi. Il suo Pavillon (2012) era stato apprezzato al Torino Film Festival. Memphis è una sorta di meditazione dai toni surrealisti che accompagna il compositore Willis Earl Beal alla scoperta di una delle città mito del blues. Beal è un personaggio che sarebbe piaciuto a due dei cineasti di riferimento di Sutton, Gus Van Sant e Pedro Costa: nato a Chicago, ha passato diversi degli ultimi anni a vagare ad Albuquerque, New Mexico, dormendo spesso per strada, passando da un lavoretto all’altro, inseguendo il sogno di poter fare la propria musica, un blues onirico, sporco, molto personale. Dopo aver fatto circolare una specie di bootleg autoprodotto e comprendente anche poesie e disegni, ed essere uscito alla sessione bootcamp dell’edizione americana di X Factor, nel 2012 ha inciso il suo primo album con un’etichetta indipendente, Acousmatic Society e il 10 settembre è in uscita il secondo, Nobody Knows.

È stato bello essere una star e poi scoprire che è una cazzata. Memphis viene costruito come una specie di doppio travelogue film: nel mondo interiore di Beal e nella Memphis popolare e marginale da cui il musicista si fa adottare. Aperto e chiuso dalla visita in una chiesa battista, dove il pastore lo accoglie e ringrazia Dio per il suo talento, il film si sviluppa secondo un’articolazione lirico-poetica più che paranarrativa. Verrebbe da distinguere, ma solo per comodità, due livelli: da un lato c’è il musicista, con le sue incertezze, il modo singolare di comporre, la sua stanza-studio (con un pc, una piccola tastiera Casio e un vecchio registratore a cassette), le prove in sala d’incisione con un band composta perlopiù di ultrasessantenni; dall’altro l’uomo, con le sue tirate un po’ strampalate un po’ folgoranti sulla religione o la magia, i momenti d’intimità con la sua ragazza, le chiacchiere con gli amici musicisti o i bambini del quartiere, i vagabondaggi nel bosco stile Into the wild per cercare l’ispirazione. E poi però c’è Memphis, con i cartelli che invitano a pensare a Dio, le ragazzine che sognano di diventare rockstar, i bambini che attraversano le pozzanghere in bicicletta, le donne che confidano i problemi in famiglia, gli amici che raccontano pezzi della propria vita.

Mentre l’appartamento prima vuoto si riempie pian piano di oggetti, Beal galleggia da un bar alla casa di un amico, fermandosi a prendere a colpi di scopa un albero o abbandonandosi a confidenze e dialoghi talvolta deliranti, ironicamente panteistici. A un agente che gli fa presente come sia arrivato il momento di fare un disco risponde ridendo di voler essere un albero; ad altri racconta di aver scopato la terra una volta (è stato glorioso!) e di essere contento di sapere che potrebbe farlo ancora se si trovasse disperato. Finché qualcuno gli domanda quanto whisky si sia scolato.

Solitario, contemplativo, imprevedibile, egocentrico e autoironico, Beal gioca a nascondino con la cinepresa che gli ronza attorno. Talvolta a venire in primo piano è il suo modo di scrivere musica, suonare e lavorare con i musicisti. In sala di registrazione è molto intrigante assistere alle prove, con lui che pretende dagli altri la libertà di improvvisare. Talaltra, e più spesso, lo sguardo di Sutton lo pedina nei suoi momenti di vagabondaggio inquieto, dedicando particolare attenzione alla gita solitaria in bosco: la cinepresa carrella lungo il sentiero al di qua del fiume, e il regista si abbandona al piacere di impaginare visivamente in una cornice naturale il musicista mentre va a caccia di parole e illuminazioni.

Va pur segnalato che il grado di libertà creativa che Sutton si concede, partendo da un minibudget di duecentomila dollari di borsa della Biennale, è direttamente proporzionale alla mancanza di riferimenti che ha lo spettatore nel seguire il film. Memphis infatti si dipana senza una voce off di commento (vivvaddio) ma anche senza nessun tipo di didascalia a qualificare le persone che prendono la parola, di volta in volta identificabili induttivamente come amici, gente del quartiere, musicisti. Molto spesso si ha l’impressione che la sintassi si apra a passaggi o scansioni del tutto aleatorie e prive di una logica finanche compositiva stringente. Almeno alla mia proiezione, la distratta platea degli accreditati ha reagito con una certa freddezza, sfilacciandosi progressivamente. Qualcuno lo ha potuto vedere in streaming su Mymovies.it fra il 30 e il 31 settembre. Speriamo però che il pubblico italiano possa avere nuove possibilità di recuperarlo. Sutton si fa perdonare certo anarchismo compositivo con la forza di uno sguardo che bagna uomini e cose di tenerezza e fascino, e trasmette una passione per questa città magica che risente dei suoi precedenti interessi etnomusicologici. Quanto a Beal, un Ben Harper più lunare e ancora assai acerbo, chi vuole non ha che da scoprirlo, attraverso il sito personale e o il canale Youtube.

Leonardo De Franceschi | 70. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica

Cast & CreditsMemphis
Regia: Tim Sutton; sceneggiatura: Tim Sutton; fotografia: Chris Dapkins; montaggio: Seth Bomse; musiche: Willis Earl Beal; scenografia: Bart Mangrum; art direction: Joie Todd Kerns; costumi: Jami Villers; suono: Andrea Bella, Micah Bloomberg, Michael Feuser; con: Willis Earl Beal, Constance Brantley, Larry Dodson, Devonte Hull, Lopaka Thomas; origine: USA, 2013; formato: HD, colore; durata: 84’; produzione: John Baker, Alexandra Byer , Morgan Jon Fox; sito ufficiale: memphis-film.com

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