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Venezia 70. Profezia - L'Africa di Pasolini

a cura di Gianni Borgna

Appunti per una recensione

Per i cinemafropolitani – così definirei quanti, Mbembe mi perdonerà per il prestito, abitano questo luogo, plurale e senza terra, che è l’Africa del cinema – presenti alla Mostra di Venezia del settantennale, Profezia è stato uno dei titoli più attesi. Con Pasolini ci troviamo davanti a uno dei pochi intellettuali e scrittori italiani (insieme a Moravia, Flaiano, Tobino, Manganelli, Celati, ma rischiamo di non arrivare a dieci) che si sia occupato di Africa, attraversandola in lungo e in largo, e producendo una riflessione critica e una produzione poetica significative. Logico quindi che il film stia per arrivare al pubblico delle sale, accompagnato da molte aspettative, dopo l’anteprima veneziana (che gli è valsa un riconoscimento non ufficiale, il Bisato d’Oro come miglior film, attribuito da una giuria di critici veneziani) e la sua collocazione come evento d’apertura nella programmazione di “Venezia a Roma”, manifestazione voluta proprio da quel Gianni Borgna, assessore alla cultura di Rutelli prima e Veltroni poi, che ha curato la realizzazione di questo documentario, con la supervisione artistica di Enrico Menduni.

Negli ultimi anni, la riflessione intorno al Pasolini africanista ha prodotto diversi momenti e occasioni di approfondimento, a partire da iniziative di carattere editoriale e cinematografico: basti solo citare il restauro da parte della Cineteca di Bologna di Appunti per un’Orestiade africana (2005, ma il cofanetto libro più dvd è del 2009) e dell’episodio pasoliniano de La rabbia (2008), la pubblicazione nel 2007 del saggio di Luca Caminati Orientalismo eretico, seguito tre anni dopo da quello di Giovanna Trento proprio sul tema Pasolini e l’Africa. Il tutto a testimonianza della ricchezza di questioni che solleva questo argomento, tanto più complesso perché abbraccia grosso modo l’ultimo quindicennio di produzione del poeta, attraversando praticamente tutti gli ambiti in cui si sia espressa la sua vena artistica e saggistica. Proprio per questo, e in considerazione delle logiche editoriali che sovrintendono la scrittura di una recensione online, sarebbe da parte di chi scrive assai temerario e impudente pretendere di offrire un’analisi più che orientativa di questo Profezia che esce peraltro quasi cinquant’anni dopo la pubblicazione della poesia alla quale è ispirato, tra i testi che compongono l’antologia Alì dagli occhi azzurri, poesia recentemente evocata anche dall’omonimo film di Claudio Giovannesi, presentato al Festival del Film di Roma nel 2012. Mi limiterò a offrire una serie di commenti e spunti di ulteriore riflessione, partendo da un dato comunque significativo: ai suoi autori e curatori va riconosciuto il merito di aver realizzato un prodotto in virtù del quale il dibattito sul Pasolini africanista potrebbe raggiungere potenzialmente una platea più vasta rispetto a quella finora coinvolta grazie alle pubblicazioni e alle iniziative più su citate.

Dedicato a Giuseppe Bertolucci, autore che molto si è nutrito dell’opera pasoliniana e altrettanto ha contribuito a ricostruirne la memoria, da presidente della Cineteca di Bologna, Profezia si articola come un film saggio dalla struttura piuttosto libera, tenuto insieme da una voce di commento cui presta corpo e calore Dacia Maraini. I due autori assemblano una mole considerevole di contributi, che attraversano buona parte della produzione cinematografica di Pasolini, da Accattone (1961) a La forma di una città (1974). Questi prestiti vengono arricchiti da frammenti di cinegiornali, documentari, interviste dell’epoca ma anche da materiali di repertorio più vicini a noi (perlopiù immagini della Libia in rivolta o in festa dopo la deposizione di Gheddafi, o spezzoni di reportage sugli sbarchi dei migranti sulle coste siciliane) e da riprese ex-novo che ci parlano di come, in tutti questi anni, siano cambiati alcuni dei luoghi cari all’immaginario di Pasolini, anzitutto il Pigneto e la Torpignattara dei ragazzi di vita e poi il Marocco desertico di Ouarzazate o quello suburbano dove ha trovato posto una scuola di cinema, a Casablanca, nata anche su impulso italiano. A tessere il tutto, una serie di rimandi lirici e musicali al dettato poetico di Pasolini, da Frammento alla morte a La Guinea, passando, appunto, per Profezia, assimilati e accompagnati, per consonanza, dai temi più amati dal Pasolini curatore di colonne sonore, da Bach ad Albinoni.

«Africa, unica mia alternativa!», scriveva il poeta in Frammento alla morte. Era il 1960, l’Africa coloniale si liberava dal giogo delle potenze europee e Pasolini, già presago della disillusione che lo avrebbe allontanato dalle periferie romane e da un sud contadino contaminato dagli effetti dell’industrializzazione e del boom economico, cominciava a guardare con entusiasmo al di là del Mediterraneo. Come era ben consapevole lo stesso Pasolini, sulla scorta del poeta liberiano Abioseh Nicol, quest’Africa cui il poeta futuro cineasta guardava era un concetto, il luogo teorico, come scriveva Nicol in The Meaning of Africa (1957), dove andare a cercare «happiness, contentment, and fulfilment» [1]. L’ulteriore declinazione fantasmatica, insomma, di un sud arcaico e incontaminato, primitivo e selvaggio, irrazionale e intriso di spirito religioso. Questa quête, destinata ad un’inevitabile e definitivo scacco, avrebbe prodotto, tra le altre cose, i fiammeggianti passaggi terzomondisti de La rabbia, la reinvenzione del Marocco come teatro arcaico di Edipo re, la rilettura etnografica e metadiscorsiva dell’Orestea di Appunti per un’Orestiade africana. Sullo sfondo, un immaginario nettamente polarizzato, dove, come sintetizzato ne Il padre selvaggio, episodio africano non realizzato di Appunti per un film sul terzo mondo, davanti a un Occidente declinante sul piano antropologico ma difensore dei valori della ragione e della modernità, l’Africa appariva incamminata su un problematico e contraddittorio orizzonte di sviluppo, schiacciata tra modelli estranei alla sua cultura millenaria.

I due autori sintetizzano il percorso compiuto da Pasolini lungo gli anni Sessanta e i primi anni del decennio successivo, ma il loro sguardo in realtà assume una direttrice spesso volutamente tangenziale ed eccentrica rispetto al tema dei rapporti con l’Africa. Dedicano ampio spazio, per esempio, ad Accattone: per quello che ha rappresentato quest’opera nell’itinerario poetico e umano di Pasolini, rivelandogli un nuovo linguaggio, un sistema di segni in grado di parlare a pubblici di tutto il mondo e di rappresentare la realtà attraverso la realtà stessa, secondo il suo punto di vista; ma anche per quello che ha anticipato, come palinsesto di immagini e visioni che alludono a una morte tragica e in qualche modo liberatoria, tema al centro di ulteriori infinite rimodulazioni poetiche. Aprono altresì una lunga parentesi dedicata al rapporto di Pasolini con Sartre, unico intellettuale laico francese ad avere difeso il suo Vangelo secondo Matteo, raccontandogli aneddoti sulla guerra d’Algeria che avrebbero ispirato il poema Profezia. Del resto, il fil rouge costruito dagli autori, tra un rimando e l’altro al Pasolini poeta o cineasta, parte da un’Africa i cui confini iniziano alla periferia di Roma e qui ritornano, sulla scorta di un gioco, invero un po’ facile e scontato, di raffronto, tra la Roma di Accattone e Mamma Roma e quella, multietnica e globalizzata, di oggi.

«Alì dagli Occhi Azzurri / uno dei tanti figli di figli, / scenderà da Algeri, su navi / a vela e a remi. Saranno / con lui migliaia di uomini / […] / Porteranno con sé i bambini, e il pane e formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua, porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali. / Sbarcheranno a Crotone o a Palmi, / a milioni, vestiti di stracci / asiatici e di camicie americane. / Subito i Calabresi diranno, / come da malandrini a malandrini: / “Ecco i vecchi fratelli, coi figli e il pane e formaggio!” » «usciranno da sotto la terra per uccidere – usciranno dal fondo del mare per aggredire – scenderanno dall’alto del cielo per derubare – e prima di giungere a Parigi / per insegnare la gioia di vivere, prima di giungere a Londra / per insegnare a essere liberi, / prima di giungere a New York, / per insegnare come si è fratelli / distruggeranno Roma / e sulla sue rovine / deporranno il germe / della Storia Antica». Il titolo insiste sul carattere, appunto profetico, di una visione apocalittica della storia, di una sorta di inversione dei rapporti di forze a venire, una controinvasione che sembra rispondere, come dice la voce di commento, a un contrappasso dantesco. Possiamo discutere sul senso più profondo di questa prefigurazione contenuta nel poema Profezia, magari metterla in relazione con altri passaggi dell’opera pasoliniana, ma certo accostare a queste parole le immagini della Libia in rivolta, degli sbarchi dei clandestini (per dirla nel linguaggio tossico dei media ostaggio della retorica di Schengenland), e per giunta del Pigneto di oggi appare un’operazione ideologicamente problematica e che peraltro poggia su una conoscenza del contesto microlocale assai approssimativa.

Quando parlo di operazione scivolosa sul piano ideologico, mi riferisco al fatto che la logica, tutta analogica, di montaggio applicata a questa zona chiave del film, tende ad appiattire il carattere appunto visionario, allusivo, contraddittorio e catartico del dettato di Pasolini a un’accezione basica e letterale, che come tale rischia di prestarsi a un’ennesima operazione di facile e proficuo cannibalismo elettorale, da parte di talune aree della destra sociale più creativa e spregiudicata, per così dire. (I seguaci di Alì dagli Occhi Azzurri, nella visione pasoliniana, marciano dietro bandiere rosse, ma il dettaglio non sembrerà a taluni così rilevante.) Quanto al ritratto impressionistico di Pigneto e Torpignattara, che dovrebbe in qualche modo inverare la visione del poeta cineasta, siamo davanti – per chi scrive, vivendo in una traversa di via della Marranella – a una stereotipizzazione davvero caricaturale, che tende a dare dell’isola pedonale di Pigneto l’impressione di una specie di ghetto suburbano, quando invece si tratta di uno dei luoghi più esclusivi della movida romana, ben noto peraltro alla piccola e grande borghesia cinematografara della capitale, dove convivono il produttore fighetto, la fricchettona figlia di papà, lo spacciatore della porta accanto e il raccoglitore di pomodori in fuga da Rosarno.

Che il Pasolini africanista presenti tratti di paradossale contraddittorietà, a partire dalle inconsapevoli scorie di cultura coloniale e fascista che talora ne pervadono i testi, è dato su cui ormai è difficile continuare a stendere veli di pietoso oblio. Non lo fa per esempio Giovanna Trento nel suo saggio, che ha il merito di interrogare il sentire non solo del poeta, del cineasta o del polemista, ma anche dell’uomo, che impastava vita e arte di un’energia, di volta in volta utopica o distopica, idilliaca o mortifera, sulla spinta di umori e furori generati dall’eros. In questo caso, invece, indipendentemente dalle scelte di merito compiute nella scelta dei materiali – perché ignorare, per esempio, il Fiore delle mille e una notte e l’invenzione di Ines Pellegrini attrice? – e dalla risoluzione spesso criticamente bassa degli stessi – esaltata purtroppo dal grande schermo della sala –, l’impressione è che, una volta di più, in questo Profezia datato 2013, per timore di toccare una delle ultime icone della cultura radicale e progressista italiana, ci si sia trincerati dietro una sorta di vulgata, debitamente riattualizzata e fruibile nel dibattito in corso, contradditorio e per molti aspetti inquietante, sull’Italia multiculturale. Una vulgata rassicurante e magari ambiguamente bipartisan. Tuttavia, Profezia rimane un palinsesto di frammenti di cinema e poesia utile a interrogare l’eredità dell’africanismo pasoliniano, rivisitando il senso di morte incombente che accompagna certe sue folgorazioni poetiche e cinematografiche e nel quale, talvolta, si affaccia un fantasma collettivo che è l’Io occidentale.

Leonardo De Franceschi | 70. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia

Cast & Credits Profezia. L’Africa di Pasolini
Cura: Gianni Borgna; supervisione artistica: Enrico Menduni; sceneggiatura: Gianni Borgna, Angelo Libertini; fotografia: Sergio Salvati; montaggio: Carlo Balestrieri; musiche originali: Marco valerio Antonini; voci: Dacia Maraini, Roberto Herlitzka; origine: Italia, 2013; formato: HD, colore; durata: 77’; produzione: Produzione Straordinaria s.r.l., Cinecittà Luce; distribuzione: Istituto Luce Cinecittà.

Note

[1] Il poema lo trovate integralmente e in versione originale qui.

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