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Sundance 2014. L'Africa che non ti aspetti

di Leonardo De Franceschi

Sta partendo proprio in queste ore l’edizione 2014 del Sundance Film Festival, attesissima vetrina del cinema indipendente statunitense e internazionale, da cui si potranno cogliere le prime indicazioni sull’annata cinematografica appena iniziata. Sul versante che più interessa ci sono da registrare più ombre che luci, soprattutto se guardiamo alle cinematografie africane e ai suoi autori, più che alle scorribande oltre Mediterraneo dei cineasti del nord. Uno dei pochi segnali confortanti è la presenza in una delle due sezioni più importanti, la World Dramatic Competition, di Difret, opera prima dell’etiope Zeresenay Berhane Mehari, con studi di cinema alla USC’s School of Cinematic Arts: Difret è il ritratto di una ragazzina che uccide per errore uno spasimante nel tentativo di resistere a un rapimento a scopo matrimoniale e vede la propria vita vacillare. Il film competerà con il discutibile, ancorché visivamente potente White Shadow, già visto a Cannes.

Fishing Without Nets (US Competition), tratto da un corto già premiato al Sundance, è uno spaccato di vita di pirateria, tra Somalia e Yemen, girato nell’Africa orientale dal punto di vista di una coppia padre e figlio somali. Curiosità per Dear White People, girato dal losangelino black Justin Simien, definito una satira brillante sulla militanza nera, le fantasie postrazziali e la mercificazione della blackness.
Dopo l’acclamato The Black Power Mixtape 1967-1975, Göran Hugo Olsson torna in gara nella World Documentary Competion, con Concerning Violence, presentato come una sorta di meditazione sulla violenza agita dai movimenti di liberazione africani fra anni Sessanta e Settanta, sulla scorta dei Dannati della terra di Fanon. Ci sono comprensibili attese per We Come As Friends, un altro ritorno di peso, per Hubert Sauper, regista del controverso Darwin’s Nightmare, che stavolta ci porta nel Sudan di Omar al-Bashir, paese sulle cui reali condizioni poco ci raccontano i media occidentali.

Anche dalle sezioni più sperimentali, come in NEXT, ci sono segnali di fumo interessanti. Segnaliamo - oltre a Memphis, prodotto dalla Biennale - Imperial Dreams, dramma sulla vita di un giovane ex-galeotto nero, Bambi, pronto a rituffarsi dopo 28 mesi di galera nella vita di sempre, tra spaccio e sparatorie, nel ghetto di Watts. Nella gemella sezione New Frontier Film, promette bene l’omaggio ai grandi fotografi neri reso da Thomas Allen Harris con Through a Lens Darkly: Black Photographers and the Emergence of a People. Fra le prime di non fiction, fa spicco Find Fela dedicato all’immortale re dell’afrobeat dal premio Oscar Alex Gibney, mentre un altro regista pluripremiatom Stanley Nelson, torna a guardare alla stagione gloriosa della lotta per i diritti civili, con Freedom Summer, per ricordare la storica campagna promossa da un comitato di studenti nonviolenti per sostenere la partecipazione al voto degli afroamericani. C’è interesse anche per la galleria di ritratti di militanti delle primavere arabe che dovrebbe comporre We Are The Giant di Greg Barker.

In coda, alcune note confortanti anche dai corti. Nella competizione c’è anche un corto diretto a quattro mani dall’italo-australiano Antonio Tibaldi (con il catalano Alex Lora), e ambientato nella tormentata Somalia di oggi (Godka cirka/A Hole in the Sky). Intriga My Sense of Modesty, ritratto di una studentessa franco-maghrebina di storia dell’arte con l’hijab, interpretato da Hafsia Herzi. A far ben sperare sull’avvento di un cinema africano meno succube del "fardello della rappresentazione" e pronto a osare, vale la pena segnalare due cortometraggi in competizione a metà strada tra fantascienza e videoarte. Afronauts, della ghanese Frances Bodono, che racconta la fantomatica preparazione di un’impresa spaziale africana in contemporanea a quella dell’Apollo 11. The End of eating Everything viene presentata come una riflessione ecologista dai valori figurativi alti sulla sorte del nostro pianeta, soffocato ai rifiuti e dall’inquinamento: a firmarlo è l’artista kenyota Wangechi Mutu, newyorchese d’adozione. Il cinema africano si gioca le proprie carte anche sul cosiddetto afrofuturismo, che si fa strada oltre il senso comune, fra la letteratura e lo stesso cinema.

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