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FCAAAL 2014. Per un mondo (e un racconto) senza barriere

a cura di Leonardo De Franceschi

Anticipazioni dal programma del 24 FCAAAL di Milano (6-12 maggio), di cui Cinemafrica è Media Partner

Da domani parte a Milano la kermesse del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina (6-12 maggio) che anche quest’anno, per la ventiquattresima volta, setaccia il meglio della produzione tricontinentale, la più ignorata dai circuiti distributivi cinetelevisivi, per offrirla in pasto almeno ai suoi fortunati accreditati. Due le sagge linee guida impartite dalle storiche direttrici artistiche Annamaria Gallone e Alessandra Speciale: compattare il numero dei film per valorizzarli meglio e superare nelle sezioni competitive la sempre più ambigua barriera tra “finzione” e “documentario”. Il risultato è un’edizione sicuramente più snella ma tutt’altro che povera, dove spiccano anteprime internazionali da quasi tutte le aree dello scacchiere africano e diasporico, a partire dall’apertura d’eccezione con Two Men in Town, la nuova incursione negli States del più “americano” dei cineasti franco-maghrebini, Rachid Bouchareb, sceneggiato in collaborazione con lo scrittore Yasmina Khadra e con un all star cast che mette insieme Forest Whitaker, Harvey Keitel, Brenda Blethyn e Ellen Burstyn.

Presentato in concorso alla Berlinale, Two Men in Town è una delle perle di una nuova microsezione fuori concorso, pensata per ospitare le anteprime-evento. Tra queste segnaliamo, oltre al ritorno del maestro del cinema siriano, Mohamed Malas, con un metafilm sulla terribile conflitto in corso nel suo paese (Ladder to Damascus), e l’Orso d’oro cinese di quest’anno Black Coal, Thin Ice, la speciale videolettera a Nelson Mandela che Khalo Matabane, tra i filmmaker più talentuosi del Sudafrica, gli ha dedicato, con interviste a diversi statisti di fama mondiale. Nelson Mandela: the Myth and Me arriva per la prima volta in un festival italiano (Matabane siede tra i giurati della sezione Concorso Lungometraggi Finestre sul Mondo) ma è stato già premiato al prestigioso IDFA di Amsterdam con lo Special Jury Award.
Il cinema sudafricano sarà difeso nella sezione più importante da altri due attesi documentari. Il pluripremiato The Devil’s Liar di Rian Hendricks ci porta in uno dei sobborghi più a rischio di Cape Town, in una famiglia che cerca faticosamente di emanciparsi dal traffico di droga per assicurare un futuro diverso ai figli. An Inconsolable Memory riporta a Milano uno dei cineasti “totali” e più visionari della rainbow nation, Aryan Kaganof, qui alle prese con un film che incrocia avanguardia e archivio per raccontare le vicende della prima compagnia lirica nera in Sudafrica, il leggendario Eon Group, attivo fin dagli altri Trenta.

Altra cinematografia che dimostra di essere in buona salute è quella tunisina, presente nella selezione del festival con un lungometraggio e due cortometraggi in concorso. Se Zakaria di Leila Bouzid e soprattutto Les Souliers de l’aid di Anis Lassoued sono stati già assai apprezzati dai festival internazionali, Bastardo di Néjib Belkhadj – che viene dal successo del suo esordio VHS Kahlucha – ha avuto una world premiere di pregio a Toronto e come il film precedente, promette di offrirci uno sguardo insolito, grottesco e acido, sulla Tunisia di oggi, attraverso le disavventure di un nuovo antieroe borderline.
Con Des étoiles della senegalese Dyana Gaye (suo l’apprezzato e premiato Un trasport en commun) arriva a Milano il nuovo cinema africano, quello “afropolitano” dei filmmakers delle diaspore, che si muovono a cavallo tra più continenti e declinano un’idea diversa della globalizzazione, calibrata sulle persone e sulle culture e non sulle merci o sulle informazioni. Si tratta spesso di cineaste, che con coraggio si cimentano con generi poco praticati nelle cinematografie africane, come la ghanese Frances Bodomo, già adottata dal Sundance e dalla Berlinale, qui in concorso corti col suo Afronauts, o la keniota Wanuri Kahiu, qui in veste di producer per il corto Homecoming del connazionale Jim Chuchu.
Anche lo sguardo di Cédric Ido, attore-regista franco-burkinabè, qui in concorso con lo short Twaaga, promette di raccontare il travolgente Burkina degli anni Sankara con un immaginario pop, filtrato dai fumetti.
A proposito di comics, da non perdere, nella ritrovata sezione “E tutti ridono…”, il film d’animazione Aya de Yopougon diretto da Marguerite Abouet e tratto da una delle graphic novel più amata in Africa occidentale.

Ma il festival è anche immancabilmente l’occasione di riaprire nuove e vecchie ferite o raccontare storie di un continente che resiste contro la marginalizzazione economica e culturale e l’impoverimento delle sue risorse, attraverso donne ed uomini che affrontano gli interessi delle multinazionali, rimangono impigliati nelle maglie della Fortezza Europa o finiscono schiacciati dagli ingranaggi delle oligarchie locali. Il concorso cortometraggi, la sezione “Films that feed”, ma anche la sezione Extr’a promette di dare voce a questi subalterni che non trovano ascolto nei media nazionali e internazionali ma i cui destini ci riguardano spesso da vicino. Dal Camerun di Jean-Marie Teno all’Egitto di Naji Esmail, passando per il Kenia di Julia Dahr ci arrivano storie di resistenza e recupero della memoria, ma con ancora maggiore attenzione dobbiamo confrontarci con l’Italia dei rigurgiti di razzismo da cronaca nera, l’Italia dei neo-lager con cui blandiamo la nostra ansia securitarista, l’Italia della crisi, etica prima che economica, che non accoglie ma schiavizza e lucra sulla pelle dei migranti. Film come Va’ pensiero, Rosarno, Samperé! Venisse il fulmine rappresentano un contributo importante in questa direzione. (Ma non dimenticherei Ouine Algeria?, del documentarista algerino Lemnhauer Ahmine, milanese d’adozione, perché fare il cineasta afrodiscendente in Italia è una missione quasi impossibile.)

Buon festival, e spazio da domani a immagini e suoni che ci parlano di un’Africa in movimento, anche quando viene bloccata negli scatti dell’esposizione fotografica “One Day in Africa”, curata dalla rivista Africa. C’è curiosità anche per lo spazio Fashion Corner, dedicato alla cultura dell’eleganza sape di origine congolese. Il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina è infatti anche molto altro, tra eventi e inaugurazioni: non c’è che da venire a scoprirlo da domani, nelle sue otto location e in particolare nel suo cuore pulsante in Porta Venezia che è la Casa del pane.
Il festival può essere seguito comunque anche a distanza sul suo nuovo sito (http://www.festivalcinemaafricano.org/new/) e sul blog (http://www.cinemafricasiamerica.com), oltreché sui social network.

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