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FCAAAL 2014: Bastardo

di Néjib Belkadhi

Il bestiario del potere

Se in tanti aspettavano il primo film della “nuova” Tunisia post Ben Ali, ancora a tre anni dalla deposizione dal caid più amato dalle democrazie occidentali, forse possiamo dire che l’attesa è finita. È vero che Bastardo, opera seconda del 42enne tunisois Néjib Belkhadhi presentata in concorso al 24° FCAAAL, dopo una world premiere importante a Toronto, è stato scritto - come Millefeuille di Bouzid - prima della rivoluzione, nel 2007, ma il film è stato girato alla fine del 2011 e soprattutto il regista-sceneggiatore ha fatto tesoro di questo lungo periodo di gestazione per articolare un apologo sul potere che vibra sì di una temporalità mitica ma presenta inquietanti risonanze col presente di numerosi paesi attraversati dalle primavere arabe.

Il “bastardo” del titolo è Mohsen (Monoom Chouayet), un giovane letteralmente raccolto poco più che in fasce nel cassonetto di un ristorante da Salah (Issa Harath), un cameriere vedovo di mezza età, che lo tiene con sé e lo fa vivere in un villaggio isolato, non lontano da una zona industriale, gestito con pugno di ferro da uno spietato boss locale, Mouldi. Arrivato alla trentina, Mohsen è cresciuto insieme al figlio di questi, il non meno feroce Larnouba (Chedly Arfaoui), ostaggio di una madre ferina (Lassaad Ben Abdallah), e a Bent Essengra (Lobna Noomene), una giovane che vive ai margini per il suo particolare legame con gli insetti. L’azione s’innesca quando Mohsen viene licenziato dal suo lavoro di custode alla fabbrica di calzature per non aver saputo impedire un reiterato furto di scarpe da parte di una giovane affascinante, Morjana, avviata ad aprire una lussuosa impresa a proprio nome.

Spinto dall’amico tassista Khlifa (Taoufik El Bahri) a lasciar piazzare sul tetto della sua casa un’antenna GSM, in modo da portare nel villaggio il segnale per la telefonia mobile, Mohsen investe i ricavi del noleggio per avviare un lucroso commercio di cellulari e carte telefoniche. La vita del villaggio, che sembrava ancorata a un ordine arcaico, ne risulta completamente sconvolta e i rapporti di forze rischiano di pendere a favore proprio di Mohsen, perché Larnouba, pur aizzato costantemente dalla madre, rischia di rimanere tagliato fuori. Proprio Bent Essengra, che per sopravvivere si prostituisce con Larnouba ma è segretamente innamorata di Mohsen, avrà un ruolo chiave nell’ascesa sociale dell’ex-guardiano, che riesce finalmente a conquistarsi il rispetto e l’ammirazione della gente del villaggio. Ma il potere per Mohsen avrà un prezzo da pagare altissimo, e una solitudine che il miraggio inarrivabile di Morjana può solo esacerbare.

Come il plot lascia immaginare, Bastardo si muove in un crinale molto delicato tra naturalismo e formalismo, realtà e mito, “tunisianità” e universalità. Belkhadhi viene da una lunga gavetta di attore e regista, con la sua Propaganda Film si era fatto già notare il corto Tsawer e un’opera prima pirotecnica, VHS Kahloucha (2006), delirante ritratto di un attore-regista amatoriale alla Ed Wood, amato dai selezionatori del Sundance. Gli eccessi anarchici dell’esordio qui però sono dimenticati, Belkhadhi ha preso tutto il suo tempo per tessere un apologo mitopoetico, che vive di archetipi e rimandi irriducibili a un cronotopo definito. Il villaggio viene descritto come un microcosmo chiuso dove il clan della famiglia di Mouldi comanda incutendo il terrore sugli abitanti ed estorcendo una tangente mafiosa a titolo di protezione su ogni loro fonte di reddito o attività commerciale. Molti personaggi vengono rivelati nella loro natura più profonda dai rapporti, reali o simbolici, che intrattengono con il regno animale: il vecchio boss Mouldi tende ad identificarsi con i babbuini che vede descritti in un documentario, il figlio Larnouba si fa tatuare da bambino una testa di coniglio da Mohsen, il “bastardo” vive in una casa senza finestre con l’unica compagnia di un gatto nero, Bent Essengra trova la sua unica consolazione nella vicinanza di formiche, coleotteri e insetti vari che ne attraversano il corpo.

Queste maschere respirano di una dimensione archetipica che resiste ai loro compiti narrativi e persino alle letture contemporaneiste che potremmo dare di un film come Bastardo. Il loro gioco diegetico produce dinamiche ricche di senso che non si sono volute dispiegare per non rovinare il gusto di una prima visione, sulle dinamiche profonde della società tunisina, interrogando chiamando in causa le questioni di genere, i rapporti di forze sociali, i retaggi della tradizione, i conflitti intergenerazionali, le relazioni tra vivi e morti.
Il discorso sul potere che Belkadhi articola, senza schiacciare i personaggi al ruolo di marionette sovradeterminate, e che ci consegna una visione non conciliante della Tunisia, meriterebbe un approfondimento complesso. Potremmo partire da una sentenza apodittica di Khlifa («il gregge ha bisogno di un capo; se non c’è qualcuno che li bastona ogni giorno, si divorano l’un l’altro come babbuini») o magari dall’immagine finale del cartello pubblicitario delle Morjana Shoes dove l’inarrivabile ragazza dei sogni per Mohsen-Bastardo porta ormai un velo. Nelle note d’intenzione, il regista ha inteso sottolineare la valenza metaforica della battaglia di potere intorno all’antenna GSM, come simbolo di un capitalismo sfrenato che produce e si nutre di falsi bisogni e inaridisce lo spirito umano. Mi viene da pensare – per chiudere, in questa sede, il discorso - che in fondo l’antenna sia anche l’immagine potente di una libertà di parola finalmente conquistata dalla Tunisia post Ben Ali, che a conti fatti però rischia di non avere effetti all’interno del blocco di potere dominante: il sistema tende ad autoriprodurre meccanismi di esclusione sociale ed egemonia politico-economica sempre più pericolosi per le sorti dell’individuo.

Potremmo esercitarci a lungo nel rintracciare le matrici formali dell’immaginario cinematografico dispiegato in Bastardo. Diversi recensori hanno parlato di una vena che oscilla tra neorealismo e surrealismo: Belkhadhi, che già in VHS Kahloucha aveva evidenziato la sua vicinanza culturale all’Italia, assimila in effetti diverse lezioni, attraversando autorialità e generi, stilemi e figure, dalle matrone inquietanti di Fellini alle adolescenti veggenti di Argento, passando per le accensioni icastiche di un Ferreri; possiamo ritrovarvi l’animalismo “eccentrico” del primo Ejzenstejn, riconoscere una strizzatina d’occhio al Kubrick di Shining, un gusto rotondo per il gesto della cinepresa che rimanda a tanti virtuosi della ripresa, da Ophüls a Visconti. Per non dimenticare i tanti debiti che il film evidenzia nei confronti di certo realismo formalista che è tipicamente tunisino, da Nouri Bouzid a Jilani Saadi. La forza del film, tuttavia, non sta nella somma dei materiali che dispiega ma nella carica visionaria che li assembla e nella capacità di gestire il dispositivo drammaturgico di cui Belkhadj dà prova, nonostante sia solo all’opera seconda.

Una delle doti più evidenti che il regista-sceneggiatore evidenzia sta nella capacità di scelta e direzione del cast tecnico e artistico. Ricordavamo Monoom Chouayet dal suo ruolo di protagonista nel fiabesco Le prince (Mohamed Zran, 2004) ma qui lui come tutti gli interpreti danno prova di un gioco attoriale magistrale, capace di scivolare costantemente tra il naturalismo di base e una dimensione altra che oscilla tra surrealismo, grottesco e orrorifico. Su tutti, le straordinarie maschere di Chedly (Larnouba) e delle due donne, Lobna Noomene (Bent Essegra) e Lassaad Ben Abdallah (en travesti, nel ruolo della laida madre di Larnouba). Ma i meriti vanno condivisi con un cast tecnico di livello, che associa collaborazioni tunisine e due prestiti importanti, come il direttore della fotografia, il rumeno Gergely Pohárnok, già messosi in mostra per Taxidermia (2006) e gli italiani Miele (2013) e Una vita tranquilla (2010), e l’inglese Paul Marshall alias Lone Wolf, autore di uno struggente score, di cui su Youtube possiamo ritrovare la canzone dei titoli di coda.

Leonardo De Franceschi | 24. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsBastardo
Regia: Néjib Belkadhi; sceneggiatura: Néjib Belkadhi; fotografia: Gergely Pohárnok; musiche: LONE WOLF; montaggio: Badi Chouka, Pascale Chavance; scenografia: Raouf Helioui; costumi: Nadia Anane, Salah Barka; interpreti: Monoom Chouayet, Lobra Noomene, Taoufik El Bahri, Lassaad Ben Abdallah, Chedly Arfaoui, Issa Harath; origine: Tunisia/Francia/Qatar, 2013; formato: Arri Alexa/DCP; durata: 106’; produzione: Imed Marzouk per Propaganda Production (Tunisia), in coproduzione con Mille et une productions (Francia); sito: bastardo-themovie.net/; facebook: facebook.com/Bastardo.LeFilm

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