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FCAAAL 2014: An Inconsolable Memory

di Aryan Kaganof

Un film documentario o un sogno

La scelta di collocare in competizione, l’uno accanto all’altro, film di finzione e “documentari” può aver portato una spettatrice di buona cultura e medio interesse per le culture del mondo davanti a un oggetto inclassificabile e tutto sommato inquietante come questo An Inconsolable Memory di Aryan Kaganof, nato Ian Kerkhof, cineasta totale 50enne, sudafricano, esule in Olanda negli anni dell’apartheid per sfuggire al servizio militare, con alle spalle una ricca produzione di opere audiovisuali (e letterarie) che oscillano, sul crinale di una sperimentazione formale originale e riconoscibile, tra narrazione, cinema del reale, videoarte e film-saggio. Se è un’assidua frequentatrice, si ricorderà di un lancinante videomediometraggio già presentato e premiato nel 2002 qui a Milano (Western 4.33), sul genocidio perpetrato dai tedeschi in Namibia ai danni dell’etnia Herero. In ogni caso, avrà contratto un debito importante anche lei nei confronti dei selezionatori, ai/alle quali va il merito di aver confezionato una selezione competitiva aliena da ogni scorciatoia o concessione ai gusti dello spettatore vidiota tipo.

Come in altri casi, Kaganof parte da un progetto su commissione, promosso dalla Stellenbosch University e seguito alla realizzazione di un libro fotografico sullo stesso argomento. Oggetto della ricerca è una storica, a suo modo leggendaria compagnia amatoriale di performing arts (balletto, opera e concerti), vale a dire l’Eoan Group, fondato nel lontano 1933 a District Six, un sobborgo di Cape Town. La caratteristica principale di questo gruppo, creato da Helen Southern-Holt e animato nella sezione corale da un direttore di origini italiane, Joseph Salvatore Manca, era quella di integrare nel suo organico, circostanza unica in un contesto segregazionista come quello sudafricano, artisti bianchi e coloured, spesso sottratti alla violenza dei loro quartieri poveri d’origine. L’Eoan Group (dal greco eos, che sta per alba) aveva per motto “nati per servire” e il suo manifesto poggiava su un’etica solidaristica basata su principi di armonia, mutua assistenza, dedizione nei confronti del gruppo.

Questa istituzione nobile e benemerita, nata per regalare a un pubblico misto un’esperienza artistica dalle evidenti implicazioni culturali e sociali, negli anni si è trovata a fare i conti con una ratio segregazionista sempre più ottusa e violenta. Nel 1966 District 6 è stata dichiarata ufficialmente zona riservata ai bianchi afrikaaner, col risultato che il gruppo ha dovuto prima traslocare dalla sua storica sede di Cape Town e quindi piegarsi ad accettare compromessi, nella scelta del cast artistico, nella composizione del pubblico e nei rapporti istituzionali col potere suprematista. I responsabili del gruppo hanno tentato vanamente di integrare nel gruppo anche talenti classificati come “black”: il loro tentativo è stato rapidamente represso e lo stesso Manca è stato fatto oggetto di ostracismo in quanto “europeo”. La necessità di garantirsi uno spazio di agibilità li ha costretti quindi ad accettare i fondi dell’odiato Department of Coloured Affairs, inimicandosi definitivamente la comunità nera tutta e condannandoli pertanto a subire l’etichetta infamante di collaborazionisti.

Come confrontarsi con una memoria così controversa e difficile da ricomporre in un quadro condiviso, pacifico, confortante? Kaganof affronta questa sfida rinunciando a monte, se si vuole, ad articolare una visione distaccata, equilibrata e filologicamente argomentata, e scegliendo invece la strada della partitura, basata sulla logica base formalista dell’assemblaggio («la memoria deve essere assemblata», ricorda Heinrich Böll) e su principi di organizzazione strutturale lirico-musicale. Lo spettatore scivola in un’esperienza che oscilla costantemente tra discorso, referente e metadiscorso, cercando punti di ancoraggio di volta in volta in un cartello, nella registrazione visiva o sonora di un’esibizione, in una testimonianza orale raccolta dai sopravvissuti, nel repertorio puntinista di home-movies dell’epoca. La migliore antidefinizione di An Inconsolable Memory viene infatti dallo stesso autore: prima ancora che compaia il titolo, Kaganof promette allo spettatore «memorie frammentarie, sfigurate dalla distanza, ricomposte in una dislocazione distorta; un film documentario o un sogno».

Il film risponde peraltro in modo efficace ai suoi compiti istituzionali, aprendo ampi squarci del suo liquido tessuto audiovisuale ai racconti commossi dei membri del gruppo, ricchi di aneddoti, ritratti, notazioni d’ambiente o di costume. Kaganof costruisce per esempio con cura il dispositivo della raccolta testimoniale, dedicando la massima attenzione al rito della firma sulla liberatoria e si pone in una situazione di ascolto che non di rado però sollecita risposte a domande specifiche, ridisegna in tempo reale le coordinate luministiche e compositive dell’inquadratura, frustra le aspettative dello spettatore, indirizzandolo improvvisamente verso un nuovo movimento musicale. L’economia discorsiva, inoltre, si piega a logiche che poco concedono a una funzione illustrativa: il montaggio si attarda sulla ripetizione di dettagli che lavorano sul pedale patemico, come quello indimenticabile di una mano nodosa e rugosa scolpita dall’artrite deformante; lo sguardo della videocamera torna insistentemente sulla sagoma di un omino bianco senza dimora, incurvito dagli anni, con cappello piumato, che guarda in macchina con aria incerta.

Questa memoria inconsolabile, non riconciliata, di Kaganof accumula brandelli di storie e riflessioni. L’uno ricorda l’allestimento di South Pacific fischiato dagli studenti perché raccontava la storia d’amore fra un francese e una polinesiana; l’altra racconta il rito del tè col servizio buono nelle case modeste di questi artisti dilettanti che avevano manierismi e ambizioni coloniali apprese a Cape Town, lavorando a servizio per facoltose famiglie afrikaaner. Due studiosi (uno è lo stesso produttore Stephanus Muller) articolano una riflessione sulla nomenclatura del sistema segregazionista, sottolineando come l’uso di epiteti razzisti non fosse infrequente in senso ironico tra i membri di uno stesso sottogruppo. Ma questi grumi di sapere galleggiano in un fiume di stimoli acustico-visivi che ci restituiscono insieme la materialità flagrante del ricordo e l’esperienza-cornice di una memoria che tutto rimescola, in una vertigine di figure che rimangono anche sempre macchie di colore.

Prima di riabbandonarsi a una sorta di oblio compensativo, per lenire le ferite di questo percorso accidentato, il regista consegna allo spettatore un momento di cinema gravido di ambiguità quanto all’etica della rappresentazione, allorché continua a filmare una delle testimoni più generose di ricordi, Ada Alethea Jansen, quando lei, credendo di non essere più ripresa, rivela quanto fosse profondo il disprezzo della comunità nera nei loro confronti, e quanto alienante la loro condizione di donne ed uomini, costretti dalla passione per la musica a tradire la propria ‘razza’. Capiamo allora l’insistenza sul rito della sigla del contratto, che esorcizza vanamente la minaccia del tradimento. Come se la memoria non fosse sempre e comunque tradimento.

Leonardo De Franceschi | 24° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsAn Inconsolable Memory
Regia: Aryan Kaganov; sceneggiatura, fotografia, montaggio e suono: Aryan Kaganov; origine: Sudafrica/Germania, 2013; formato: DCP; durata: 109’; produzione: Stephanus Muller for DOMUS - Stellenbosch University.

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