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Cannes 67. L’Africa che verrà

di Leonardo De Franceschi

Sissako e tanti talenti in rampa di lancio

Opportunamente, sulle colonne di Africultures, Olivier Barlet si chiede se questa edizione di Cannes rappresenti un’eccezione o un segno di ripartenza per il cinema africano. Certo è che i segnali promettenti di questa 67° edizione, al via da oggi, sono diversi e concomitanti, a partire dalla selezione ufficiale e dal concorso. Per chi segue le sorti delle cinematografie panafricane, questa sarà l’edizione di Abderrahmane Sissako, finalmente per la prima volta selezionato in competizione ufficiale con Timbuktu, dopo l’incomprensibile esclusione dal concorso di Bamako nel 2006. Più volte presente in sezioni collaterali o membro di giurie, Sissako si confronterà col gotha del cinema mondiale (Godard, Cronenberg, Loach, i Dardenne…) con questo film, girato in un villaggio ai confini tra Mauritania e Mali, con un mix di attori professionisti (tra cui Abel Jafri, già terrorista non pentito per Benhadj in Parfums d’Alger) e ispirato a un tragico fatto di cronaca giudiziaria all’epoca dell’occupazione del Mali settentrionale dai jihadisti vicini ad Al Qaeda, nel quale ritrova la sua montatrice di riferimento, Nadia Ben Rachid, ma si confronta per la prima volta con la sceneggiatrice Kessen Tall e il direttore della fotografia della Vita di Adele, il tunisino Sofiane El Fani.

Molto attesa l’opera seconda di Djnn Carrenard Faire: l’amour (o più semplicemente FLA), selezionato come film d’apertura della Semaine de la Critique: il regista haitiano aveva fatto molto parlare di sé in Francia nel 2011, totalizzando 11.000 spettatori, con un esordio low budget esplosivo (Donoma). Qui, in un progetto che ha avuto diverse vicissitudini produttive, racconta la storia d’amore tra un musicista (interpretato dal rapper Despo Rutti) e una giovane detenuta in permesso premio per Natale.
Sempre nella Semaine, fa spicco l’unico film francese, Hope di Boris Lojkine, documentarista di formazione, che segue due giovani, un camerunese e una nigeriana, nella loro traversata del Sahara verso il sogno dell’Europa.

Nella sezione gemella del concorso, Un certain regard, sotto gli occhi interessati del giurato Moussa Touré (La Pirogue), troviamo per la prima volta in selezione ufficiale il franco-ivoriano Philippe Lacôte, con RUN. Il regista, con un passato di proiezionista e montatore all’ATRIA di Parigi insieme alla leggendaria Andrée Davanture, si era fatto già notare con diversi corti e documentari, producendo nel 2012 Le Djassa a pris feu, esordio di Lonesome Solo salutato con successo a Toronto e alla Berlinale. Progetto selezionato alla Cinéfondation, RUN segue le disavventure di un giovane in fuga dopo aver ucciso il primo ministro del suo paese: nel cast, volti di peso nel cinema franco-africano come Isaac De Bankole (White Material, The Limits of Control) e Rasmane Ouedraogo (Moolaadé, Tilai). Nella Quinzaine des réalisateurs quest’anno nessun titolo dallo scacchiere africano, ma la selezione presenta Bande des filles della francese Céline Sciamma (Tomboy), incentrato sulle vicende di un gruppo di adolescenti di seconda generazione che si devono difendere in un ambiente ostile.

Come accade da diversi anni a questa parte, la programmazione collaterale dell’ACID (Association du Cinéma Indépendant pour sa Diffusion) promette di dare uno spazio di visibilità importante nei giorni del festival del antonomasia a diversi talenti emergenti dal continente. Quest’anno è la volta della tunisina Kaouther Ben Hania, all’esordio con il mockumentary Le Challat de Tunis: la regista si mette sulle tracce di un fantomatico maniaco, che nel 2003 terrorizzava le ragazze di Tunisi armato di rasoio, poggiando su una coproduzione internazionale (Tunisia, Francia, ma anche Canada ed Emirati Arabi) e su un cast tecnico di tutto rispetto (DOP e montatrice sono gli stessi di Sissako).
Sarà il caso di seguire anche Brooklyn di Pascal Tessaud, tranche de vie di una giovane rapper afrosvizzera a Parigi, interpretata da Kt Gorique; e Qui vive di Marianne Tardieu, storia d’amore tra il trentenne precario Chérif (Reda Kateb, già gitano per Audiard ne Il profeta) e Jenny, interpretata dalla Adèle Exarchopoulos lanciata da Kechiche.

Segnali confortanti arrivano anche dai talenti in rampa di lancio. Mahamat-Saleh Haroun, in giuria per la Cinéfondation sotto la direzione di Kiarostami, si troverà a giudicare, tra i sedici complessivi, due progetti panafricani, un egiziano dal titolo wertmulleriano (The Aftermath of the Inauguration of the Public Toilet at Kilometer 375), prodotto dall’High Cinema Institute del Cairo e diretto da Omar El Zohairy, e Stone Cars, girato nella township di Khayelitsha dal giovane newyorchese black Reinaldo Marcus Green, fratello d’arte: di Rashaad Ernesto Green si ricorda Gun Hill Road, presentato al Sundance nel 2011.
Anche la Fabrique des Cinémas du monde ha selezionato due progetti africani, più uno promosso in collaborazione con l’OIF, un algerino (Chedda, di Damien Ounouri), un sudafricano (The Wound, di John Trengove) e un senegalese (Une si longue lettre, di Angèle Diabang, dal romanzo di Mariama Bâ).
Nella competizione corti, da registrare la presenza del francese Aïssa di Clément Tréhin-Lalanne, sulle sorti di un’adolescente congolese a rischio di espulsione.
Infine, l’ultima notazione riguarda il Village International, sui cui padiglioni le cinematografie del mondo scommettono in termini di visibilità per gli scambi a livello di industry: con le conferme di Algeria, Marocco, Sudafrica e Kenia (e il forfait inatteso della Nigeria - segnale di crisi per Nollywood?), il villaggio si arricchisce della presenza dell’Egitto.

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