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FCAAAL 2014: Nelson Mandela: the myth and me

di Khalo Matabane

Liberi da cosa

È di pochi giorni l’esito delle elezioni politiche dell’assemblea nazionale in Sudafrica, il parlamento che eleggerà, come previsto dalla costituzione, il capo dello stato. L’ANC del controverso Jacob Zuma, che si appresta ad iniziare il suo secondo e ultimo mandato, ha vinto con largo margine (65%, contro il 16% del conservatore Democratic Alliance) e si è aggiudicato ben otto circoscrizioni regionali su nove, ma il partito leader ha perso 16 seggi, il DA è in ripresa, e sulla scena si è affacciata una nuova formazione radicale, l’Economic Freedom Fighters, con matrici marxiste-leniniste e fanoniane, che ha avuto 25 seggi. Primi segni di scricchiolio all’interno degli equilibri di potere che reggono l’ANC, a cinque mesi dalla morte di Mandela? Prima di iniziare l’intervista (leggi) che avrei avuto con lui domenica, Khalo Matabane, regista di Nelson Mandela, the myth and me, presentato fuori concorso alla 24° edizione del FCAAAL, compulsava la rete con curiosità alla ricerca di notizie e commenti sull’esito delle elezioni, una passione politica che il suo film riflette, declinandola però in una dimensione metaforica profonda, che parte dal mito di Madiba per interrogarsi sull’eredità pesante di alcune scelte strategiche del grande leader.

Presentato con successo in anteprima mondiale all’IDFA di Amsterdam in novembre, dove ha ottenuto lo Special Jury Award col primo titolo A Letter to Nelson Mandela, il film è costruito come una lettera aperta per immagini sonore, in cui il regista si rivolge in prima persona all’ex-presidente. Matabane – nato in un villaggio del Limpopo nel 1974 e qui al terzo lungometraggio, dopo Conversations on a Sunday Afternoon (2005) e State of Violence (2010) – alterna passaggi di meditazione lirico-filosofica in cui la sua voce, talvolta accompagnata da una presenza on screen, articola domande sulle ragioni e le conseguenze dell’azione politica di Mandela, a conversazioni con intellettuali, artisti, militanti, giornalisti e leader politici che hanno avuto modo di conoscerlo o riflettere sulla sua eredità. Agli occhi di Matabane, Mandela rimane anzitutto il mito consegnatogli dai racconti della nonna, circonfusi da un alone leggendario dei confronti del vecchio leader, simbolo della lotta per la libertà di un intero popolo.

Ma le prime domande che Matabane si pone riguardano la memoria collettiva più che quella privata, e sembrano riflettere le stesse incertezze di Kaganof in An Inconsolable Memory: «Ogni nazione porta il suo fardello della memoria attraverso la storia. Cosa ricordare e cosa dimenticare e chi decide cosa?». Quest’oscillazione costante tra l’indagine sul carisma e sull’azione politica di Mandela, intesa come ascolto incrociato delle voci contraddittorie sul suo conto (nell’intervista Matabane cita il modello del Rashomon di Kurosawa), e la riflessione personale su alcune parole chiave pesanti (libertà, riconciliazione, perdono) dà il tono all’intero film.

Con la liberazione nel 1990 arrivò per l’adolescente Matabane la prima disillusione. Mandela non era l’enorme mostro dall’occhio solo che aveva popolato i suoi sogni di bambino ma un uomo dall’eloquio pacato, che non lasciava trapelare nessuna rabbia per le enormi ingiustizie subite da se stesso e dal suo popolo. Matabane ripercorre le tappe salienti della sua militanza, la lunga detenzione, la campagna internazionale per il suo rilascio, la liberazione e l’elezione a presidente della repubblica, la visita dei leader e divi di tutto il mondo, la sua santificazione in vita. Attraverso i racconti della giornalista Zubeida Jaffer, perseguitata e torturata durante l’apartheid, e dell’ex-ministro Ronnie Kasrils veniamo a sapere che Mandela aveva un grandissimo carisma personale ma anche la capacità di servirsene con spregiudicatezza per ottenere i suoi obiettivi politici.

Impossibile sintetizzare la mole di testimonianze e commenti che Matabane mette insieme, interrogando la figura dello statista attraverso le parole di altri leader politici (come il Dalai Lama) o uomini dell’establishment internazionale (Henri Kissinger; Colin Powell; il presidente tedesco Joachim Gauch; un ex-ministro di Tony Blair) ma più ancora il significato storico e le conseguenze politiche della sua azione. In questo si fa assistere da voci qualificate dell’arena letteraria postcoloniale, come Binyawanga Wainaina, Wole Soyinka, Nuruddin Farah, Tariq Ali e Ariel Dorfman. Le riflessioni di questi ultimi due risultano le più incisive per la messa a punto delle contraddizioni del Mandela presidente, allorché Ali osserva come Madiba abbia accettato il processo di santificazione costruito in occidente, ripagandolo con una politica basata sulla riconciliazione e sul perdono per le ingiustizie subite, che nascondeva però una violenza epistemica e materiale insostenibile: trattato come un dio, perdonò i suoi nemici, non solo a suo nome ma anche a quello del suo popolo. Facile perdonare, per dirla con Dorfman, quando si è diventati presidente della repubblica; ma come deve sentirsi una vecchia che vive in una baracca e continua ad aspettare un figlio che non ritornerà mai a casa?

Domande pesanti, immagini che lasciano segni. A una Germania che ha saputo fare i conti col proprio passato e ha costruito luoghi dove ricordare le sue pagine più dolorose si contrappone un Sudafrica dove gli homeless dormono all’esterno degli autosaloni di lusso, e perfino gli interpreti più criminali dell’ordine segregazionista, come il “dottor morte” Wouter Basson, responsabile di un’unità di ricerca biochimica a supporto delle azioni di repressione del regime, pasteggiano indisturbati nei ristoranti più chic della capitale.
Alcune voci danno grande risalto all’alto valore simbolico ed etico delle scelte politiche di Mandela, dallo stesso Dalai Lama all’ex-giudice Albin Sachs, sopravvissuto a un gravissimo attentato e disposto infine a perdonare il proprio carnefice. Ma a rimanere più impresse sono le domande che seminano alcuni attivisti neri sulla trentina come Nkwane Cedile e Pumla Gqola, sintetizzate da una, posta invece da Greg Marinovich, un fotogiornalista bianco radicale: «Se qualcuno mi ruba l’orologio e dice di essere dispiaciuto ma continua a portarlo al polso, questo che cosa significa?».

Matabane conclude la sua meditazione sull’eredità di Mandela, parlando di un paese che siede su una bomba a orologeria. Sono le persone stesse incontrate a dargli risposte, ma il regista concede a tutti gli interlocutori il massimo rispetto e lascia libero lo spettatore di articolare una propria posizione, respirando in momenti di dilatazione che, interrogando il paesaggio, dialogano con le diverse tradizioni del cinema sperimentale e, dichiaratamente, con talune esperienze contemporanee come il Malick di The Tree of Life. In realtà, il regista prosegue come già in Conversations nella direzione di un cinema di poesia modernista, che attraversa le divisioni arcaiche tra finzione e documentario, facendo perno su una figura di narratore-flâneur che non ha nulla da dimostrare se non la voglia di andare a fondo dei fantasmi personali e collettivi.

Ci voleva un coraggio da leoni per varare un progetto così radicale di rilettura del messaggio di Mandela, nei mesi dell’agonia del vecchio leader. Matabane deve ancora presentare il film in patria: ci auguriamo che il pubblico del Durban Film Festival sappia valutare l’onestà intellettuale del polemista oltre che il magistero stilistico-formale del regista. Il film è già stato programmato su ARTE nei mesi scorsi, ma in Italia ce ne saremo accorti in poche decine. Sarebbe importante se qualche emittente attenta al cinema del reale (?) acquistasse i diritti e regalasse al pubblico italiano questa vera lezione di cinema e politica.

Leonardo De Franceschi | 24. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

Cast & CreditsNelson Mandela: the myth and me
Regia e sceneggiatura: Khalo Matabane; fotografia: Giulio Biccari, Mike Downie, Nicolaas Hofmeyr, Dirk Nel, Alex Cullen, Benoit Rambourg, Kiran Reddy Katpalli, Jimmy Gimferrer, Abraham Haile, Bodi Babalola; suono: Guy Steer; montaggio: Catherine Meyburgh; origine: Sudafrica/Germania, 2013; formato: HD, colore; durata: 85’; produzione: Carolyn Carew per Born Free Media (Sudafrica), gebrueder beetz filmproduktion (Germania), in coproduzione con BBC e ZDF, in collaborazione con ARTE.

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