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FCAAAL 2014: Fare di necessità ricerca

di Leonardo De Franceschi

Note a margine della 24a edizione del Festival del Cinema Africano

Si sono chiusi i battenti su questa edizione numero 24 del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina. Da tempo non ci concediamo il lusso di pause di riflessione sui festival, né tantomeno su quello di Milano, che pure frequentiamo da sempre. Quest’anno però è diverso, per almeno due motivi: per un verso ci sentiamo interpellati dal fatto di essere stati inseriti tra i media partner del festival, per l’altro siamo stati testimoni di un’edizione a suo modo cruciale per i destini del festival stesso e quindi riteniamo utile e per certi versi doveroso spendere qualche considerazione.

Partiamo dai premi. Mai come quest’anno possiamo dire di essere d’accordo con le decisioni delle diverse giurie. Il fatto che entrambi i premi più importanti siano andati a un film cupo e difficile come Bastardo di Néjib Belkahdhi testimonia per un verso, a nostro avviso, la lungimiranza dei giurati; dall’altro, più banalmente ma non troppo, il fatto che entrambe le giurie abbiano potuto lavorare serenamente e senza nessun tipo di condizionamenti. Il riconoscimento come miglior corto ad Afronauts di Frances Bodomo segnala come l’afrofuturismo sia una delle matrici espressive più originali e promettenti del nuovissimo cinema africano, come evidenzia anche un altro short presentato in concorso, Homecoming di Jim Chuchu. Quanto al premio per Va’ pensiero, ci troviamo davanti senz’altro al lavoro più maturo, sul piano espressivo, di Dagmawi Yimer, una riflessione necessaria non solo per interpretare certi rigurgiti criminali del razzismo di strada ma per aiutarci a capire - in questi giorni di lutto collettivo interminabile, per la scia di morti nel canale di Sicilia - quale tipo di convivenza ci aspetta nell’immediato futuro.

Se i giurati hanno deciso per il meglio è perché sono stati scelti con accortezza, sono stati messi nelle migliori condizioni per decidere con autonomia, si sono trovati davanti film rilevanti sul piano artistico e culturale, selezionati con coraggio, andando contro le aspettative di una certa fascia di habitués del festival e certe chiusure culturali presenti nel mondo dell’associazionismo religioso. Di questo piccolo miracolo va reso atto al comitato selezionatore storico, ad Alessandra Speciale, Annamaria Gallone, Giuseppe Gariazzo, e a tutto lo staff organizzativo. Tutte e tutti si sono prodigati per trasformare i limiti cogenti derivati da oggettive difficoltà finanziarie in opportunità di innovazione e ridefinizione dell’offerta di film, contenitori ed eventi. Bastava affacciarsi un giorno qualsiasi alla Casa del pane, cuore pulsante del festival, per toccare con mano non solo l’interesse costante del pubblico nei confronti della manifestazione, ma la straordinaria mole di eventi collaterali che hanno accompagnato la programmazione, a riprova di una rinnovata capacità di stringere sinergie con festival e realtà associative importanti del territorio.

Ciò detto, pare onestamente difficile, a giudicare da chi ha potuto seguire questa edizione, che il festival possa continuare a svolgere il suo ruolo preziosissimo per la vita artistica e culturale del nostro paese, se i soggetti istituzionali, nazionali e locali, che lo sostengono da anni non invertiranno il trend negativo nell’erogazione dei finanziamenti. L’entrata di alcuni brand privati importanti lo scorso anno ha risolto diversi problemi, ma un festival come quello di Milano non può continuare a basare una parte consistente della propria offerta di titoli ed eventi sulla presenza di sponsor compromessi per la loro politica neocoloniale in Africa, come l’ENI.

È stato importante toccare con mano come gli organizzatori abbiano saputo far fronte alle difficoltà, sia pure tra gravi rinunce (il libro-catalogo, il premio del pubblico, la riduzione degli invitati...), ripartendo dalla salvaguardia del principio della qualità - tecnica e artistica - dell’offerta, creando le condizioni perché il pubblico potesse avvicinare ancora più agevolmente film e autori selezionati, anche grazie alla professionalità dell’ufficio stampa, a un utilizzo brillante dei social network e alla consueta generosità dei volontari. Ma se si vuole che il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina torni a rappresentare una realtà centrale nel panorama europeo e internazionale dei festival, come si addice a una manifestazione che l’hanno prossimo festeggerà 25 primavere, bisognerà che i suoi partner storici pubblici si assumano le proprie responsabilità davanti a cittadini, contribuenti, spettatori, a noi tutti insomma. E chi può e vuole faccia sentire la propria voce sui social, perché le istituzioni aiutino a far ripartire con nuovo slancio il festival, a partire dalla prossima edizione. La ricchezza e varietà dell’offerta proposta anche quest’anno testimonia delle straordinarie potenzialità di sviluppo di queste cinematografie e del festival: bisogna solo raccogliere la sfida. Comunque vada, arrivederci al venticinquennale.

Leonardo De Franceschi | 24. Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

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