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Cannes 67. RUN

di Philippe Lacôte

Le quattro vite di un uccisore di elefanti

In attesa di recuperare al Marché i primi film passati in selezione ufficiale, il nostro esordio qui alla 67ma edizione del Festival di Cannes è stato un’opera prima, passata ieri alla sezione parallela alla competizione, Un certain regard. RUN segna una tappa importante nella carriera di Philippe Lacôte, 44enne di Abidjan, con alle spalle un passato di cortista, documentarista (ha raccontato dall’interno la guerra civile in Chroniques de guerre en Côte d’Ivoire (2008), e produttore di un film importante come Le Djassa a pris feu, lanciato da Toronto e adottato dalla Berlinale. RUN finalizza sul piano narrativo e industriale le esperienze precedenti del regista, recuperando il suo vissuto e la ricerca sul campo già dispiegata nel documentario e facendo tesoro dei contatti costruiti negli anni per assicurare alla sua coproduzione franco-ivoriana una rete di partner di rilievo (il Festival di Amiens, il Jerusalem Film Lab, il CNC, il fondo ACP Cultures, ARTE, ecc.). La distribuzione dei ruoli, come si dice in Francia, ha avuto il suo peso, dal momento che Lacôte ha voluto nel cast il giovane protagonista di Le Djassa, Abdoul Karim Konaté, il grande Isaac de Bankolé (attore feticcio di Claire Denis e Jim Jarmush), Reine Sali Coulibaly (una star televisiva della fiction in Burkina Faso) e Rasmane Ouedraogo (uno dei volti più memorabili del cinema di Idrissa Ouedraogo).

Come il nomignolo lascia immaginare, RUN è un giovane che nella vita non ha fatto altro che scappare da situazioni impossibili, reinventandosi di volta in volta soluzioni di ripartenza, per istinto di sopravvivenza. Il plot ce lo presenta in medias res, vestito come il matto del villaggio, con una tunica di saio e una fascetta in testa, attraversare la navata centrale di una chiesa cristiana e sparare. Scopriremo presto, attraverso la sua voce fuoricampo che fa da filo conduttore al racconto, che quello ucciso era il primo ministro (Alexandre Desane): RUN lo aveva conosciuto quando era il leader di una gang di quartiere con ambizioni politiche e si faceva chiamare l’Ammiraglio. A profetizzargli che avrebbe ucciso un personaggio importante («un elefante intenzionato a distruggere il paese») era stato lo sciamano del suo villaggio, il vecchio Tourou (Rasmane Ouedraogo) che lo aveva scelto tra gli orfani come suo allievo, impegnandosi a farne un mago della pioggia. Lì sono iniziati tutti i suoi problemi perché affezionato al maestro, quando questi gli chiede di ucciderlo ritualmente per mettere fine a un interminabile periodo di siccità, rifiuta. Subito un altro allievo lo fa al suo posto, e il temporale che si scatena fa da preludio alla sua prima fuga.

Ha la fortuna di imbattersi in un personaggio rutilante, Gladys “la mangeuse”, un donnone enorme, alto e obeso, che si guadagna vivere divorando - davanti a un pubblico «che non sa più come spendere i soldi» - vassoi enormi di riso e pollo. Gladys protegge RUN, prendendolo come suo assistente, e gli dà la possibilità di crescere in libertà, ma anche questa seconda vita ha un epilogo improvviso, allorché Gladys, stanca e sfatta dagli eccessi di questa vita picaresca, non riesce più a tenere la scena e rischia di essere linciata dal pubblico. A prendere sotto la sua ala RUN è allora l’Amiral, giovane leader di quartiere che si guadagna da vivere taglieggiando i commercianti e fomentando una campagna di odio contro gli stranieri, in combutta col potere. All’interno del gruppo, il giovane si lega con il meno schiacciato sulle posizioni del capo, Boris, e soprattutto vive la sua prima storia, con Gaëlle (Adélaide Ouattara), che sogna un futuro in Italia. Ma anche questo nuovo apprendistato alla violenza ha un tragico epilogo e a salvare RUN da morte certa è Assa (Isaah de Bankolé), intellettuale dissidente che lo rimette in sesto, istruendolo a uccidere il primo ministro. Ma la situazione precipita, il cerchio si chiude e RUN dovrà inventarsi un nuovo destino, per non rimanere travolto dalla guerra civile.

Diario intimo di un giovane che la vita costringe a continue fughe dall’uscita di sicurezza, RUN ha una struttura narrativa complessa, che procede come un continuo andirivieni tra il presente e le varie vite del protagoniste, passate in rassegna più o meno cronologicamente. Anche se il fuoco dell’azione insiste sul personaggio e sul suo rapporto con una serie di figure di riferimento (il vecchio sciamano del villaggio, Gladys, Amiral e infine Assa), ciascuna delle quali ha una relazione diversa col potere reale, non mancano i riferimenti a una curva di trasformazione di un intero paese che va da una situazione di relativa floridezza e stabilità verso il caos.

RUN segnala l’esordio di un regista che sa come muoversi nel mondo sempre più precario dell’industry, e questo per un cineasta dell’Africa subsahariana è sempre essenziale. In un’intervista il regista ricordava che da ventinove anni la Costa d’Avorio mancava da Cannes, cioè dai tempi di Visages de femmes (1985) di Desiré Ecaré. La produttrice ha ringraziato pubblicamente il ministro della cultura ivoriano per il sostegno che il governo ha garantito al film. L’avere scelto per il ruolo dell’intellettuale di sinistra dissidente Isaak de Bankolé è stata un’operazione doppiamente felice: per il talento smisurato di questo interprete e per il ruolo di tramite che ha sempre giocato tra il cinema francese e quello “africano”, proprio in quanto attore ivoriano, nato ad Abidjan come il regista nel 1957.

Lacôte ha rivendicato la scelta di un giovanissimo DOP israeliano, Daniel Miller, perché voleva uno sguardo fresco e non filtrato dall’africanismo stetizzante di certo cinema d’autore franco-africano; opzione che rivela un’attenzione importante alla composizione del cast tecnico-artistico. Tuttavia, nonostante la buona tenuta complessiva del film, su un piano tecnico ed espressivo, su quello emotivo, narrativo e più specificamente registico RUN si rivela ancora acerbo. La scelta di uno sguardo distaccato per non correre il rischio di schiacciarsi in un’identificazione troppo problematica col protagonista raffredda la tensione drammaturgica e lo schematismo ideologico di fondo, col personaggio schiacciato sul piano dei rapporti di forze dal contesto appesantisce il livello rappresentazionale mentre paradossalmente impedisce di cogliere a pieno le potenzialità di sviluppo del personaggio.

Lo stesso registro discorsivo dominante oscilla tra realismo sociale e realismo magico, con improvvise e involontari slittamenti nel didattismo brechtiano, allorché il protagonista, oltre che autonarrarsi attraverso la voce fuoricampo, si parla addosso con insistenza anche in campo. Ne risente l’economia complessiva del racconto, anche perché invece molto di quello che si muove attorno al protagonista, compreso lo stesso contesto del paese, rimane sostanzialmente fuori fuoco. Lo stesso gesto registico del regista, nonostante il ricorso a travelling lenti e ricercati non risulta pienamente integrato alle necessità del racconto.
RUN rimane comunque un film interessante, dalla confezione accattivante, a testimonianza dell’esistenza di energie molto vitali e propositive nelle cinematografie dell’Africa subsahariana.

Leonardo De Franceschi | 67. Festival de Cannes

Cast & CreditsRUN
Regia: Philippe Lacôte; sceneggiatura: Philippe Lacôte, in collaborazione con Gino Ventriglia e Michel Fessler; fotografia: Daniel Miller; montaggio: Barbara Boussuet; scenografia: Rasmane Ouedraogo, Bill Mamadou Touré; costumi: Hanna Sjödin; interpreti: Abdoul Karim Konaté, Isaac de Bankolé, Reine Sali Coulibaly, Abdoul Bah, Alexadre Desane, Rasmane Ouedraogo; origine: Costa d’Avorio/Francia, 2014; formato: DCP, colore, 1:85, 5.1; durata: 102’; produzione: Claire Gadéa per Bashee Films (Francia), Wassakala Productions (Costa d’Avorio), ARTE France Cinéma e Dian Production; facebook: facebook.com/pages/RUN-Le-film

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