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Timbuktu

di Abderrahmane Sissako

Violare e resistere in un sussurro

In occasione dell’uscita nelle sale italiane, il prossimo 12 febbraio con Academy Two, vi riproponiamo la recensione del film che avevamo pubblicato in occasione della presentazione in concorso al Festival di Cannes.

***
Nel mio articolo d’apertura, scrivevo che questa edizione sarebbe stata ricordata come quella della definitiva consacrazione di Abderrahmane Sissako. Se anche Timbuktu non dovesse ricevere nessun premio, l’impatto che il film ha avuto sulla stampa francese e internazionale, nonostante la collocazione in apertura di festival, consentiranno auspicabilmente al 53enne regista mauritano-maliano di vedere riconosciuta quella centralità nel panorama del cinema contemporaneo che la sua meditata tempistica produttiva (appena quattro lungometraggi in venticinque anni di attività) e discutibili scelte di programmazione (come la collocazione fuori concorso di Bamako a Cannes nel 2006) hanno ritardato nella percezione dei più. Ma appare in ogni caso improbabile che il suo metodo, mai così coerente ed efficace, ne risulti in qualche modo modificato. La necessità di affrontare un tema legato alla storia recente di uno dei suoi paesi d’origine non lo ha portato a sacrificare in nulla il personale percorso di decantazione stilistica che ha iniziato nel lontano 1989 col suo film di diploma al VGIK, Le jeu.

Ma veniamo al plot, senza troppo rivelare delle sue puntuali articolazioni narrative. In un villaggio del nord del Mali, occupato dalle milizie di un gruppo islamico radicale, i djihadisti tiranneggiano gli abitanti imponendo loro interdizioni e prescrizioni che toccano tutti gli aspetti della vita, e limitano in modo drastico soprattutto la libertà personale delle donne: viene imposto l’uso del velo nero integrale e dei guanti, proibita ogni attività ludica, artistica e di socialità pubblica (la musica, la danza, il calcio, le sigarette, il possesso di maschere o statuette tradizionali, persino la permanenza prolungata fuori casa), avocata l’amministrazione dell’ordine pubblico e della giustizia a miliziani o giudici venuti da fuori, che a malapena parlano tamasheq. A questo clima di violenza e intimidazione, gli uomini reagiscono eclissandosi, con l’eccezione dell’imam della moschea, mentre le donne assumono il coraggio di tenere testa come possono alla tracotanza degli occupanti.

Da tutto questo sembrano risparmati l’allevatore tuareg Kidane, sulla trentina, e la sua famiglia, composta dalla moglie Satima, dalla figlia Toya di undici anni e dal più o meno coetaneo Issan, che hanno preso a lavorare con loro. Vivono in una tenda tradizionale fuori dal villaggio ma sono rimasti da soli, col loro piccolo gregge di mucche, tra cui GPS, la preferita di Issan. A farli sentire in pericolo sono le insistite visite alla tenda di Abdelkrim (Adel Jafri), uno dei capi djihadisti, quando Kidane non è in casa. Ma il loro equilibrio precario viene stravolto da un incidente, allorché Kidane ferisce mortalmente per errore un pescatore che a sua volta aveva ucciso GPS per difendere le sue reti. Kidane finisce così nell’implacabile ingranaggio della giustizia impartita dalle corti islamiche, secondo logiche sempre più estranee al dettato coranico e funzionali solo all’intento di spezzare ogni fonte di energia vitale e di speranza nella popolazione locale.

Fin qui l’intreccio base. Come i film precedenti di Sissako, e in particolare Heremakono - Alla ricerca della felicità (2002), il racconto si articola secondo una dimensione corale, rapsodica, che introduce una pluralità di microstorie e personaggi di contorno, diversamente rilevanti ai fini di un’economia sociosimbolica del testo. Lungi dal configurare semplicemente un accumulo puntillista di ritratti, digressioni o notazioni d’ambiente, secondo una logica di estetica compositiva, questa organizzazione del discorso consente al regista di affinare un discorso sul potere islamista che non accetta facili scorciatoie né si presta a una retorica da scontro delle civiltà. Questi uomini vengono perlopiù dall’esterno (almeno i capi; tra i sottoposti diversi parlano tamasheq), ma diversi di loro si rapportano con la popolazione locale esprimendo umanità, fragilità, persino tracce di un’innocenza tradita: il giovane rapper neoconvertito non riesce a registrare un’audioconfessione, il più maturo djihadista si ritaglia un momento per abbozzare un assolo di danza, il giudice incaricato di decidere sulla sorte di Kidane si preoccupa per la sorte di Toya, i miliziani incaricati dell’ordine pubblico litigano sulle gesta di Messi e Zidane.

Dall’altra parte ci sono quelli che a calcio sono disposti a giocare pure senza pallone, la giovane coppia lapidata perché viveva fuori dal matrimonio (episodio ispirato, come quello di Kidane, a un vero fatto di cronaca, che ha imposto a Sissako il bisogno di realizzare il film) e le donne, vittime di matrimoni forzati con i miliziani, costrette a subire le loro prescrizioni assurde o che vivono in una bolla di tolleranza perché considerate folli, come Zabou, una donna haitiana dal portamento altero ed elegante che traversa in lungo e in largo il villaggio, irridendo gli occupanti e declamando frammenti di autoconfessione, vestita di un abito tradizionale pieno di colori e dal lungo strascico nero. E poi naturalmente Kidane e la sua famiglia, con la loro etica del quotidiano, fatta di riti semplici e un senso di integrità inattaccabile da qualsiasi violenza.

E poi ci sono gli animali. Timbuktu inizia brutalmente come un mondo movie alla Jacopetti (più propriamente come L’occhio selvaggio di Paolo Cavara, ma sulla mia memoria non scommetterei): una jeep piena di cacciatori per insano diletto insegue una gazzella. Sparano inutilmente, ma la stessa immagine torna nel febbrile e inquietante finale, carica di implicazioni ancora più esplicite. Dubito fortemente che Sissako conosca Cavara o Jacopetti, che in Africa addio si compiaceva di scioccare il pubblico borghese con l’uccisione in diretta di innumerevoli elefanti ed altri animali della savana. Forse si sarà ricordato però della terribile scena di caccia de La regola del gioco di Jean Renoir, anno 1939, in cui uno dei grandi padri della modernità cinematografica restituiva la ferocia della società altoborghese del tempo proprio in questa scena, facendo avvertire allo spettatore tutta l’insopportabile futilità di quelle uccisioni. Qui Sissako costruisce una sorta di isotopia interna al testo, un filo rosso che segna il destino di diversi animali (la gazzella, la mucca GPS, la gallina che Zabou porta sempre con sé, i muli che ostacolano il lavoro delle ronde djihadiste). La lenta, insostenibile agonia di GPS, segna l’entrata del racconto nel tempo tragico non solo sul piano simbolico ma su quello patemico. Se nel riprendere altre uccisioni, Sissako si tiene a debita distanza, qui il dettaglio del respiro che si spegne vale come un grido lancinante di dolore per la fine di un mondo pacifico e operoso, quello di Kidane e della sua famiglia ma anche e anzitutto come insostenibile documento della morte di un essere vivente. Il titolo di lavorazione del film era Le chagrin des oiseaux, la sofferenza degli uccelli.

A volte, il metodo di un regista può essere sintetizzato da una-due inquadrature. Oltre a quella della morte di GPS, filmata in dettaglio, come dimenticare il terribile campo lunghissimo, interminabile, fisso, che riprende l’attraversamento spasmodico da parte di Kidane del fiume, a lasciarsi alle spalle il corpo del pescatore, ucciso per errore nell’acme di una colluttazione: lo spettatore rimane impietrito davanti a quest’immagine di tragica e devastante bellezza plastica, con la luce di Sofian El Fani che disegna armonie cromatiche altissime, ma prima che possa avvertire l’ombra di un sospetto estetizzante, quel corpo del pescatore, che Kidane come lo spettatore pensava già cadavere, si rianima misteriosamente e compie qualche passo per crollare solo qualche passo più in là. Qui Sissako viene baciato dalla grazia di un’intuizione di scrittura che rispecchia la verità del pensiero di Bazin sul "montaggio proibito": cosa sarebbe rimasto di questa sublime, essenziale sequenza di grande cinema che vale come un haiku in immagini sonore, se Sissako avesse fatto ricorso a un corretto montaggio alternato?

Ma questi miracoli bisogna meritarseli. Una delle parole che più ricorreva nella conferenza stampa di Sissako è stata “fiducia”. Fiducia concessa dai produttori e finanziatori a un regista che ogni volta mette in piedi il rituale di una scrittura sceneggiatoriale alla Rossellini, che nasce per essere tradita. Fiducia degli interpreti, professionisti o meno, che si mettono ogni volta in gioco per tirare fuori il meglio da loro stessi. Fiducia del regista, che scommette tutto sul tavolo da gioco del set, confidando solo nel proprio istinto. Si tratta di istruire una situazione, fare un passo indietro e catturare la forza dell’istante, lasciandosi andare come il turacciolo nel fiume, per riprendere la nota immagine di Pierre Auguste che Renoir figlio non mancava mai di citare.

«Juste une image?» Sì, la forza di quest’immagine restituisce l’urgenza morale di uno sguardo che mai come in questo caso risulta tradotto in energia emozionale pura. Superando il minimalismo apparentemente svagato che raffreddava il registro dominante di Heremakono, e tenendosi alla larga dalle fratture tra lirismo e didattismo brechtiano che spezzavano il tessuto discorsivo di Bamako, Sissako raggiunge un equilibrio espressivo prodigioso nella sua fragilità, proprio perché non poggia sui toni epici di un Haroun, per esempio, ma mette a sistema la capacità di restituire la verità del reale con la sicurezza di trasformare questo apparente ascolto in una partitura sapiente, che diventa scultura del tempo. In questo tessuto narrativo equilibrato trovano posto come di consueto momenti magici di sospensione in cui il cinema si mette al servizio della musica, declinata qui come atto di resistenza per antomasia all’arbitrarietà del potere: solo un virtuoso dell’interazione tra musica e cinema come Sissako poteva restituire la forza politica della voce di Fatoumata Diawara, quando si esprime come sussurro (la sua struggente Tomboutou faso, cantata insieme a due amici, viene interrotta da una brutale incursione notturna della polizia djihadista) e come grido (quando, punita con ottanta colpi di frusta, esplode tutta la sua rabbia in un acuto che ha tutta l’energia tragica del soul).

Chi cercava in questo film un documento sulla sanguinosa guerra civile che ha insanguinato la regione settentrionale del Mali a seguito del colpo di stato nel marzo del 2012 e ha visto protagonista lo storico movimento autonomista tuareg (MNLA) di un’ambigua alleanza con gli islamisti radicali dell’AQMI oppure auspicava l’accurata ricostruzione dei fatti di cronaca cui si è ispirato, rimarrà deluso. E giustamente deluso. E non solo perché, pur lavorando con molti interpreti non professionisti maliani, come il pescatore Amadou e i due bambini incontrati nel campo profughi di M’Bera in Mauritania, Sissako è stato costretto per ragioni di sicurezza a girare in Mauritania, tra Oualata (città santa gemella di Timbuktu), Kiffa e Nema, in un set per giunta scortato da un robusto dispiegamento assicurato dal governo. La stessa guerra civile rimane una tela di fondo. Timbuktu si offre come una meditazione lirica sulla ferocia di un potere che sussurra i propri divieti, senza bisogno di gridarli. Mentre dall’altra parte non ci sono vittime ma donne e uomini che resistono con la forza stessa della loro presenza, e affrontano il proprio destino sussurrando, come Kidane, «quello che non ti ho detto, tu lo sai già».

Leonardo De Franceschi | 67. Festival de Cannes

Cast & CreditsTimbuktu
Regia: Abderrahmane Sissako; sceneggiatura: Abderrahmane Sissako e Kessen Tall; fotografia: Sofiane El Fani; montaggio: Nadia Ben Rachid; suono: Philippe Welsh, Roman Dymny, Thierry Delors; musiche: Amine Bouhafa; interpreti: Ibrahim Ahmed aka Pino, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi, Ketty Noël, Mehdi AG Mohamed, Layla Walt Mohamed, Adel Mahmoud Cherif, Salem Dendou; origine: Francia/Mauritania, 2014; formato: DCP, 1:2,35, colore, 5.1; durata: 97’; produzione: Sylvie Pialat per Dune Vision, Les films du worso; distribuzione: Academy Two.

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