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Cannes 67. FLA

di Djinn Carrénard

La costruzione di un amore

In Italia pochi conoscono Djinn Carrénard ma oltralpe il suo esordio Donoma fece molto parlare di sé. Presentato nella sezione ACID a Cannes nel 2010, il film è stato distribuito l’anno successivo nelle sale francesi con un battage fatto di frasi ad effetto (“il film costato 150 euro”) e il coinvolgimento di testimonial d’eccezione, tra cui Abdellatif Kechiche. La ciliegina sulla torta è arrivata a fine stagione col conferimento a Carrénard del prestigioso Prix Louis Delluc per l’opera prima, dato in passato a Laurent Cantet, Céline Sciamma e Rabah Ameur-Zaimèche. Molti aspettavano al varco questo 33enne haitiano di Port au Prince dai trascorsi nomadici e avventurosi (lascia Haiti a 11 anni per il Togo, poi tre mesi in Normandia e via oltreoceano nella Guyana fino al bac, e di nuovo nel 1998 a Parigi per studi di filosofia fino alla decisione di dedicarsi al cinema nel 2004 con la fondazione di una piccola casa di produzione e una breve ma intensa tappa a New York nel 2008, da cui torna con due corti e un documentario), anche perché FLA, acronimo di Faire l’amour, scelto per aprire la Semaine de la critique, ha avuto vicissitudini produttive notevoli: inizialmente preso in carico da un produttore professionale, è stato interrotto a soli tre giorni di lavorazione nell’aprile 2012 e ripreso a distanza di nove mesi, con un approccio da guerrilla film più simile a quello di Donoma. Fin qui la storia produttiva.

Se l’opera prima era l’intreccio di tre storie, qui tre sono i personaggi che si incontrano e scontrano, nell’arco di alcune settimane, tra Parigi e Perpignan. Laura (Laurette Lalande) è una hostess sui 25 anni, incerta se portare avanti una gravidanza; il padre è Oussmane (AZU), un rappeur emergente, appena messo sotto contratto per il primo album; Kahina (MAHA) è la sorella maggiore di Laura, che approfitta della licenza premio per Natale concessagli dal carcere, per vedere il figlio in affido a una famiglia. Oussmane convince Laura a tenere il bambino ma la ragazza impone il trasferimento nella casa della madre a Perpignan e lì cominciano i problemi: terrorizzato dal mare per oscuri ricordi d’infanzia, Oussmane si lascia convincere a fatica a fare una passeggiata sulla spiaggia ma una improvvisa crisi gli fa perdere l’udito; lo shock della sordità e i sempre più frequenti litigi tra i due fanno perdere equilibrio e ispirazione a lui e il bambino a lei; l’arrivo inatteso poco prima di Natale di Kahina, in carcere per essersi addossata le colpe di un compagno che poi l’ha abbandonata, produce un imprevedibile cortocircuito emozionale che porta Oussmane prima a detestarla, poi a seguirla inopinatamente nella ricerca del bambino a Parigi, dove nel frattempo è atterrato da Haiti il fratello maggiore di lui, Shaban (Saul Williams), che lo cerca a sua volta. Questo tourbillon di incroci e destini produce nuovi colpi di scena fino allo scorrere dei titoli di coda.

Nelle interviste, Carrénard ha spesso sottolineato il proprio interesse per il tema della famiglia e più in generale per i rapporti interpersonali. Nello specifico di FLA, il titolo potrebbe trarre in inganno, facendo pensare a un’agenda simbolica che insista sulla dimensione erotica del rapporto o ménage domestico. In realtà, così non è. Il film inizia in medias res, con Laura in ospedale pronta ad abortire e Oussmane che piomba per impedirglielo, facendole capire quanto tenga, al bambino e al loro rapporto. Da questo primo dialogo, che anticipa molte questioni a venire, si evince che i due si frequentano da poco, l’intesa sessuale funziona alla grande ma sul piano affettivo parlano lingue diverse. L’incontro con Kahina, spigolosa ma molto più fragile di Laura, procede secondo una curva speculare, dall’ostilità immediata a una comprensione sempre più profonda che però non impedisce a Oussmane di assumersi le proprie responsabilità quando Laura si scoprirà di nuovo incinta. In fondo, le due ore e quarantacinque minuti di FLA ruotano intorno a questo doppio motivo: la sfasatura fra eros e affinità elettive da un lato e la discronia fra le tre curve del desiderio.

Il personaggio di Oussmane presenta almeno due elementi che rinviano sul piano culturale a un’identità culturale (pan)africana, vale a dire la sua natura di rapper e l’origine haitiana. Nel primo caso, vediamo Oussmane più volte alle prese con il produttore che pretende ovviamente la restituzione di quanto investito o risultati in tempi ragionevoli da un uomo in crisi per il trasferimento forzato a Perpignan e l’inopinata sordità; nel secondo, è la presenza-feticcio di Saul Williams, anima della poesia slam afroamericana (e protagonista di Tey) a disvelare nel finale le origini misteriose di Oussmane e le ragioni del suo rapporto ambiguo col mare. Va detto però che il film derubrica a monte la matrice interrazziale del rapporto e quindi questi temi tengono ad essere relegati in secondo piano rispetto alla componente intersoggettiva e alle implicazioni di classe che emergono pian piano dal rapporto (con Oussmane portato da una comune esperienza di marginalità a sentirsi più vicino a Kahina).

Sul piano del racconto, tutto sommato Carrénard domina la materia narrativa con una certa efficacia, mettendo a frutto il respiro fluviale imposto allo spettatore. La critica francese ha riconosciuto con sicurezza alcuni debiti che il regista intrattiene, in particolare con Kechiche e Pialat, nell’attenzione estrema per l’universo dei sentimenti e la direzione degli attori. Va detto però che su questo secondo ambito, posto una certa felicità d’impatto dei tre interpreti, tutti e tre non professionisti, solo MAHA, riesce ad esprimere un grado di immedesimazione tale da farsi perdonare le asperità del personaggio. Quanto alla regia, come mostra il primo estratto diffuso, Carrénard insegue una libertà di ripresa alla Cassavetes, molto basata sull’improvvisazione, ma l’utilizzo frequente di mascherini e filtri cromatici, più che raffreddare epicamente la calda materia melodrammatica, troppo spesso rivela la mancanza di una padronanza di fondo nella retorica filmica, sostituita da un’estetica attrazionale un po’ posticcia, da Instagram.

Leonardo De Franceschi | 67. Festival de Cannes

Su quello della scrittura filmica invece

Cast & CreditsFLA (Faire l’amour)
Regia: Djinn Carrénard; direzione artistica: Salomé Blechmans sceneggiatura: Djinn Carrénard; fotografia: Salomé Blechmans, Djinn Carrénard; montaggio: Djinn Carrénard; costumi: musiche: Frank Villabella; interpreti: MAHA, Laurette Lalande, AZU, Saul Williams, Laura Kpegli, Axel Phillipon, Amélie Moy, Jérémie Dethelot, Jean-Baptiste Phou; origine: Francia, 2014; formato: DCP, 1:1,77, colore, 5.1; durata: 165’; produzione: Anna Gardereau per Donoma Guérilla, ARTE France Cinéma, Commune Image Media, François Calderon, Realitism Films; distribuzione in Francia: ARP Sélection.

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