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Cannes 67. Hope

di Boris Lojkine

L'emigrazione non è un pranzo di gala

Aperta da FLA di Djinn Carrénard, la Semaine de la critique quest’anno aveva in programma un altro titolo imperdibile per chi si occupa come noi di monitorare la condizione del “cinema africano” e dell’immaginario veicolato dal cinema internazionale intorno all’Africa e alle sue diaspore. Hope, opera prima di Boris Lojkine, regista francese con alle spalle due documentari girati in Vietnam, è stata accolta con una certa freddezza ma ha convinto la giuria del Prix SACD. Il tema è piuttosto canonico per il cinema dell’Europa mediterranea (Italia, Francia, Spagna, Portogallo) vale a dire la traversata che ogni giorno migliaia di migranti compiono illegalmente dai paesi del Sahel fino alle coste spagnole, passando per Algeria e Marocco, esponendosi a ogni sorta di umiliazioni e sofferenze, pur di vedere realizzato il proprio sogno di un futuro in Europa.

Fanno parte dello stesso contingente di disperati ma lei è maggiormente esposta alla violenza degli stessi compagni di sventura: Hope è una giovane nigeriana che viaggia da sola e facendosi passare per ragazzo, Léonard un camerunese deciso a farcela ma attento a tutto quello che succede attorno a lui. Quando Hope viene scoperta e violentata una notte come tante, all’indomani Léonard rimane indietro al gruppo per aiutarla a raggiungere Tamanrasset, un importante centro del sud algerino. Qui, come altrove, l’itinerario dei migranti è segnato da un reticolo di ghetti divisi per provenienza e governati con pugno di ferro da un chairman, che impone le proprie leggi, negoziando con gli altri capi e con la polizia locale. Davanti alla richiesta di Hope di non abbandonarla nelle mani dei connazionali, Léonard si trova preso in mezzo e costretto a sposarla con una cerimonia farsa, per poterla tenerla con sé, ma non c’è niente di romantico in questa unione, e la prima "notte di nozze" il ragazzo la vende al migliore offerente pur di recuperare parte del denaro che ha dovuto sborsare per far accettare al chairman la deroga dalla regola della segregazione comunitaria. Hope lascia fare, guardando al futuro, e sentendosi comunque protetta dalla presenza di Léonard, che però continua a sfruttarla, facendola prostituire dentro e fuori il “ghetto camerunese”.

Quando il chairman scopre che Léonard fa affari alle sue spalle, cerca di vendicarsi ma i due riescono a scappare e a raggiungere fortunosamente il Marocco. Si ritrovano nel bosco di Gourugou, a pochi chilometri dalla barriera di Melilla. Tutti i presenti si fanno coraggio l’un altro davanti al traguardo ormai vicino, e si danno consigli su come affrontare quel reticolato alto oltre sette metri, ma Hope è incinta, non di lui, e Léonard accetta di scendere in città e mettersi nelle mani del chairman locale, pur di assicurarsi un passaggio di mare per tutti e due. Ma la situazione sfugge loro di mano, i due vengono separati e Léonard è costretto a partecipare ad alcune azioni criminali organizzate dal capo. Quando scoprono che lei è incinta, oltre ad essere una preda ambita per il mercato della prostituzione, Hope viene ancor più controllata dalla banda, che progetta di vendere il figlio sul mercato nero. A Léonard non resta che ricorrere alle ultime energie fisiche e morali per cercare di sottrarre Hope a un destino ormai segnato.

Bisogna riconoscere a Lejkine di avere fatto un congruo lavoro di ricerca sul campo. Il microcosmo sommerso e violento dei ghetti comunitari emerge descritto con un tasso di precisione e verosimiglianza notevoli. Altrettanto rilevante il lavoro sul profilo linguistico, con la resa apprezzabile di una serie di situazioni in cui la convivenza obbliga i compagni di viaggio a superare le barriere di lingua e a sperimentare forme di ibridazione e reinvenzione. La scelta di attori non professionisti a tutti i livelli consente al regista di mobilitare le storie personali e le energie nervose degli interpreti, scovati in Marocco e spesso coinvolti in passato nel traffico illegale di migranti. L’intento di non compromettere la credibilità del quadro con l’inserimento di una love story romantica produce la creazione di una curva drammaturgica non originale nella relazione a due ma efficace e ben costruita.

Ciò detto, a lasciare perplessi è il registro discorsivo complessivo dell’operazione. Lojkne, pur proveniendo dal documentario, ha rivendicato a più riprese l’intento di ambire a una narrazione dal respiro epico, paragonando il tema dell’immigrazione irregolare verso l’Europa alla guerra del vietnam e sollecitando i registi europei a misurarsi con questa grande narrazione. Lojkine in verità si tiene lontano dai toni spesso retorici e ridondanti del vietnam-movie, ma allo stesso tempo, preoccupato soprattutto di garantire credibilità documentaria al suo film, non riesce a far decollare la drammaturgia, né a garantire una curva di evoluzione ai personaggi, anche perché quasi mai il registro della scrittura filmica produce impennate rilevanti sul piano espressivo, eccezion fatta per la sequenza del primo sguardo rivolto alla costa spagnola, dalle colline vicino Melilla. Uno dei limiti più evidenti del suo approccio rimane inoltre l’evanescenza dei due profili caratteriali principali: Hope e Léonard non riescono mai a svilupparsi come due figure a tutto tondo, nelle quali ci si possa veramente identificare, ma rimangono come personaggi-pivot, emblematici di una condizione. Preoccupandosi di arricchire il contesto di notazioni ambientali dettagliate e credibili, Lojkine ha perso di vista la direzione attoriale e prima ancora la costruzione dei due personaggi, ciascuno dei quali viene introdotto in medias res, senza che le motivazioni alla base del loro viaggio vengano mai evocate. Un’incertezza di politica della rappresentazione che, insieme alla relativa opacità del profilo registico, finiscono per indebolire l’intera portata del film.

Leonardo De Franceschi | 67. Festival de Cannes

Cast & CreditsHope
Regia: Boris Lojkine; sceneggiatura: Boris Lojkine; fotografia: Elin Kirschfink; montaggio: Gilles Volta; suono: Marc-Olivier Brullé;musiche: David Bryant; interpreti: Justin Wang, Endurance Newton, Dieudonné Bertrand Balo’o, Martial Eric Italien, Bobby Igiebor; origine: Francia, 2014; formato: DCP, 1:1,85, colore, 5.1; durata: 91’; produzione: Bruno Nahon per Zadig Films; distribuzione internazionale: Pyramide International.

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